2007-09-02

Welcome to Beijing Taxi

Ah, i tassisti di una volta! Mi ricordo di quando anni fa uno saliva su un taxi, grugniva una strada e il tassista partiva. Lineare. Ma i bei tempi sono andati, perché a partire dal 2005, con l’adozione dei nuovi taxi e bicolore e l’aumento in numero delle macchine a servizio, le aziende di trasporto hanno cominciato ad assumere gente dalle campagne.

Per capire il fenomeno è necessario sapere che un tassista a Pechino guadagna circa 1000 RMB al mese, facendo di solito 12-14 ore di guida al giorno. In molte famiglie il taxi si divide in turni di 12 ore, così si può usare al massimo e, ammortizzando l’affitto del veicolo, si porta a casa da mangiare. Non è raro vedere tassisti con la testa che ciondola dal sonno, a qualunque ora del giorno.

Non sorprende quindi che, con il benessere che aumenta, a Pechino nessuno voglia più fare un lavoro di merda come il tassista. E con la carenza di schiavi, l’unica possibilità è trovare gente dale campagne che si accontenta di questa vitaccia, solo perché nel loro villaggio vivono peggio.

Il guaio è che questi contadini trasformati in tassisti da un giorno all’altro, oltre a guidare male, ma a questo c’eravamo abituati, non ha idea della geografia della città. Mi capita diverse volte di trovarmi davanti persone che, alla mia richiesta di andare all’aeroporto, rimangono sconcertati e, dopo qualche minuto, confessano di non sapere come arrivarci.

“Sono desolato” dicono, affranti “non so come arrivarci”

Li guardo apatico: “Ti sentiresti meglio se io scendessi?”

“Sì” annuiscono gravi “E’ meglio se prendi un altro taxi. Lui sicuramente saprà come fare”

E’ sempre più frequente che io debba spiegare al tassista la strada – destra, sinistra, inverti, bravo vai di lì. E non è che debba andare in vie sperdute di periferia. C’è gente che non conosce i maggiori hotel e monumenti, qualcuno nemmeno le strade principali. I peggiori sono quelli che guidano da sei mesi e sono convinti di sapere le strade, solo che conoscono solo quelle principali. “Tranquillo, so io la strada” dicono, poi invertono e vanno su uno degli Anelli. Prova tu a fargli capire che basta andare dritti sulla via dove sono, quelli hanno una specie di paura atavica nei confronti delle strade minori, manco fossero labirinti.

Come fare a distinguere il vostro uomo? Semplice, guardate il numero di licenza che sta davanti al sedile del pilota, quel numero grosso di sei cifre. Se comincia per 25 scappate, il vostro tassista guida da meno di un anno, e non ha idea di cosa sta facendo. Se il numero è verso il 20 potete stare più tranquilli, il tassista conosce tutte le location principali della città – hotel, aeroporto, Sanlitun, Houhai, Wudaokou; ma non chiedetegli di fare le strade piccole, che se no va in panico.

La maggior parte dei tassisti nuovi vengono dalle contee di Huairou, o anche d Yangqing, Miyun, e altri luoghi ai confini tra la Municipalità di Pechino e la Provincia di Hebei. Questi sono i peggiori. Poi ci sono quelli che vengono dai Distretti di Shunyi, Tongzhou e Fengtai, già meglio perché almeno vivono ai margini della città.

E’ sempre più raro trovare cittadini alla guida – di solito il loro numero è inferiore al 10. Sono quelli che vengono da Chaoyang o Haidian. Se poi avete culo potete trovare gli anziani, quelli di Dongcheng, Xicheng, Xuanwu e Chongwen, quelli la cui matricola comincia per 00, e di solito guidano da almeno una decina d’anni. Questi conoscono la città a memoria, potete provare magari a metterli in crisi con gli hutong, ma difficilmente cascheranno, spesso conoscono anche quelli.

La soluzione migliore è, quando ne incontrate uno, di tenervelo buono, che nel caso vi serva potete fargli una chiamata. Tanto tutti i tassisti hanno il biglietto da visita personale.

Ora che sapete quali taxi prendere e da quali scappare, state sereni. La Cina è così, tutto si può fare, basta sapere come farlo.

2007-08-28

Oltre il Sesto Anello

Il centro geografico di Pechino è la Città Proibita. Attorno alla città proibita, lungo il perimetro delle antiche mura quadrate, negli anni ’60 è stato costruito il Secondo Anello, che gira tutto attorno alla città. Dopo il Secondo, il Terzo Anello è venuto in fretta, in forma semiquadrata, per contenere l’espansione della città. Poi il Quarto, ormai quasi un cerchio attorno all’area urbana. Il Quinto Anello è una meraviglia che in pochi hanno visto. Il Sesto Anello, al momento in costruzione, è quasi una leggenda lunga centinaia di chilometri attorno alla capitale della Cina.

Una delle fabbriche del partner cinese dell’azienda per cui lavoro sta nel Distretto di Tongzhou, a sudest del centro di Pechino, in una zona di sviluppo industriale, appena oltre il Quinto Anello. Siccome è lontano e temo il traffico, per arrivarci una sera e controllare l’arrivo della merce dalla fabbrica centrale di Nanchino, prendo la Metropolitana. La stazione più orientale della linea 1, il capolinea, non ha nemmeno un nome: Sihui Dong, “la stazione che sta ad Est di quella di Sihui”. Per quel che ne so, all’uscita potrei trovare una distesa bianca infinita con scritto “Terra Incognita” in caratteri cubitali, oppure un deserto popolato da draghi e leoni. L’unica mia aspettativa è che, come ogni capolinea di metropolitana nel mondo, offra mezzi alternativi per proseguire la corsa.

All’arrivo seguo la folla che mi incanala su per delle scale, quindi giù per altre scale più strette, quasi scale di un condominio, poi in un corridoio con negozietti e una canzone di Norah Jones in sottofondo, poi in un cortile, quindi mi trovo in una stradina larga non più di due metri, fiancheggiata da bottegucce da quattro soldi, e una fila di tricicli elettrici modello apecar. “Halooo?” ride uno dei proprietari facendomi segno di sedermi. No, non è il mezzo che mi ero immaginato. Cerchiamo un taxi.

Per venti minuti vago a caso in una periferia fatta di palazzi a quindici piani tutti uguali, vie strette e piene di gente, carretti che vendono roba da mangiare, folla, e soprattutto buio, illuminato da lampade, da insegne, da finestre accese, ma mai da un lampione o una luce stradale. E’ passata quasi mezz’ora, è buio, non ci sono taxi, non ci sono nemmeno strade se è per questo. Cerchiamo di tornare alla stazione della metro.

Con relativa sorpresa scopro di aver sbagliato uscita: dal mio lato della stazione c’era un quartiere residenziale con strade a malapena carrabili, dall’altra parte c’è una strada a dodici corsie. Prendiamo un taxi, il mezzo di trasporto di gran lunga più flessibile e affidabile in Cina. Il tassista non pare granché sveglio, ma la fretta mi è fatale e non lo cambio. Discute con i colleghi circa la mia meta, poi parte.

“OK?” chiedo. Lui rimane impassibile.

“Hai capito dove voglio andare? Hai idea di come arrivarci?” Silenzio, guida lentamente in avanti, come concentrato. “OK?” insisto.

“Devo fare inversione a U” risponde, come affranto da un problema schiacciante.

In una strada a dodici corsie, fare inversione a U non è semplice. Il mio tassista ci mette tre chilometri prima di trovare il luogo adatto. Quindici minuti dopo siamo al punto di prima, e siamo diretti verso est, abbandonando Pechino alle spalle, e imboccando l’autostrada.

Un’uscita. Il mio tassista ci passa davanti e la ignora. Dieci metri dopo l’uscita rallenta improvvisamente e dichiara: “Ho sbagliato”. E va be’, capita, vai, prendiamo la prossima. Cinque chilometri dopo, passa anche la seconda uscita.

“Perché non l’hai presa? Potevi fare il giro e imboccare l’autostrada in senso inverso” chiedo.

“Prendo una scorciatoia… credo”.

Mi guarda, esitante: “Fermo il tassametro… nel frattempo… ”.

“Sì, grazie” rispondo, comprendendo ormai troppo tardi l’errore.

Autostrada per Shenyang, ore sei di sera del nove novembre, buio pesto, nessun lampione, nessuna macchina. Guardo il mio autista, e mi sale il serio dubbio che questo possa da un momento all’altro accostare, estrarre un coltello, rapinarmi, forse pure tagliarmi la gola, e quindi lasciarmi a lato autostrada. Superiamo il Sesto Anello… entriamo nella terra in cui poche persone che conosco sono mai state. Ho paura, ho davvero paura. Cerco di leggere il suo numero di matricola ma è buio, e se lo illumino con il cellulare potrebbe insospettirsi. Il mio cellulare… una tacca di batteria, forse non basterà nemmeno a fare una telefonata. Il pensiero di me stesso senza soldi nel mezzo della campagna cinese, a novembre, al buio, senza cellulare e magari accoltellato non mi aiuta a sorridere. Il mio tassista è come sempre impassibile. Estraggo un pacchetto di sigarette, gliene offro una. Accetta. Fumiamoci la nostra ultima sigaretta, chissà che non aiuti.

Terza uscita, dodici chilometri più in là dell’uscita per Tongzhou. Il tassista la prende, arriva al casello, e chiede all’impiegata:

“Come faccio ad arrivare a Taihu, nel distretto di Tongzhou?”

“Esci, fai il giro, imbocchi l’autostrada in senso inverso” risponde candida la ragazza.

Il tassista si gira verso di me, imbarazzato. Io sorrido di un sorriso decisamente tirato.

“Non c’è una scorciatioia?” insiste il tassista, tanto per accertarsi.

“No… “ scuote la testa la casellante.

“Quanto costa l’autostrada?”

“Quindici kuai”

“Troppo”

Ore sette meno un quarto, strada di campagna. Buio. Camion carichi di merci indefinibili. Polvere e lavori in corso. Fabbriche con insegne spente. “Guarda, siamo arrivati a Tongzhou, e quella voleva farmi pagare 15 kuai di autostrada!”. Vorrei rispondere che se voleva i 15 kuai glieli regalavo io, che magari a quest’ora eravamo anche già arrivati. Ma il mio pensiero è un altro. La fabbrica sta all’uscita dell’autostrada, se non ci si arriva da quella, soprattutto con il buio e le insegne spente, non la si trova in mezzo a mille altre fabbriche.

“Di dove sei?” chiedo.

“Io?”

“Sì, tu, sto parlando con te”

“Della contea di Yanqing”

Yanqing, dall’altra parte di Pechino, almeno un centinaio di chilometri da qui. Perfetto, sono in buone mani.

Ore sette e un quarto, Taihu Town, fabbriche su fabbriche. Buio. Un passante ogni chilometro o più, a piedi o in bicicletta. Il mio tassista, come temevo, sta procedendo a caso. “Chiediamo informazioni” suggerisco col tono di chi ha i coglioni troppo pieni per sentirsi rispondere negativamente. I passanti ci danno indicazioni vaghe, ma la cosa che più mi stupisce è che non sono intimiditi. In qualunque Paese del mondo, se sei solo nella notte in una zona industriale, e una macchina ti si ferma di fianco, come minimo fai un passo indietro. Quelli, nel buio, si avvicinano al finestrino e sorridono. “Di là… ”. Avanti…

Ore sette e mezza. Buio. Fabbriche. Polvere. Non sappiamo dove siamo. Una luce in fondo, poi avvicinandosi una vista: il casello dell’autostrada.

“Ci siamo” dico.

L’autista frena: “Se vado avanti finisco ancora in autostrada”.

“No” gli dico “la fabbrica sta davanti all’uscita, non preoccuparti”.

Si preoccupa.

Fanculo, apro la portiera e scendo, vado a piedi fino all’angolo, sbircio: è lei, la fabbrica, riconosco l’insegna anche da spenta. Siamo arrivati. Torno alla macchina: “Ci siamo, lo dicevo, è quella!”.

“OK!” dice l’autista. Ingrana la marcia, e inverte a U.

Stop. Rewind.

“Perché ha invertito a U?”

“Per non entrare in autostrada”.

Silenzio.

“Torna indietro” ordine gelido.

“Ma… ”

“Ho detto torna indietro”.

Obbedisce mogio mogio, e si fa condurre all’entrata della fabbrica. Si stupisce nel vedere che effettivamente è lì. Scendo.

“Aspettami”

“Ma… ”

“Ho detto aspettami”.

La guardia mi ferma e mi chiede i documenti. Praticamente la sbrano, quella mi fa passare senza controlli, e poi fa passare anche il taxi che mi deve aspettare.

Cinque minuti. Entro in magazzino, verifico la presenza della merce. Torno al taxi.

“Torniamo a Pechino, la strada la sai?” mi informo.

“Quella sì” dice.

“E allora vai” comando, con disperazione.

Almeno quella la sapeva. E anche oggi, pare, siamo arrivati vivi a fine giornata. Chissà domani, mi chiedo…

2007-08-23

Sorridi al Tuo Nemico

In media va detto che i cinesi sono un popolo estremamente gentile, e soprattutto con gli stranieri tendono a essere protettivi e collaborativi, sarà per il senso di orgoglio e supposta superiorità culturale, sarà perché educati così dal Partito. Sta di fatto che in più di una situazione critica degli sconosciuti mi hanno tirato fuori dai guai senza nemmeno voler essere ringraziati, vedi ad esempio l’eroico Uomo di Pechino della porta accanto.

Qualche giorno dopo l’avventura del Drago-calorifero che mi stava allagando la casa, conosco la moglie dell’Uomo di Pechino, la Donna di Pechino, stessa stazza del marito, un metro e sessanta per centodieci chili. Gentilissima, decide che deve insegnarmi il cinese, e mi invita più volte a casa sua a prendere il té. Poi, per una ragione o per l’altra, non ho mai il tempo di andarci, ma apprezzo il pensiero. Ogni volta che la incrocio sul pianerottolo, mi attacca un bottone senza fine, raccontandomi la rava e la fava di pettegolezzi che assolutamente non comprendo, ma per gentilezza sorrido e annuisco, cercando di raggiungere passo passo la porta di casa. Altre voltre viene direttamente a bussare alla mia porta, e mi invita a cena da lei, oppure mi porta le frittelle o i baozi.

Ne parlo con Dandan e quella, gelosa, pensa subito male. Quasi mi offendo – perché pensare male di una famiglia così gentile? Il marito eroico, mi saluta e basta, la moglie logorroica ma ancora più gentile, guarda un po’ mi sento anche di regalarle un po’ del tiramisù che ho preparato. Lei contentissima. No, dice Dandan, non si può essere così gentili senza un secondo fine.

Ed ecco che, un giorno, la vicina bussa alla mia porta e il secondo fine viene fuori. C’è una ragazza a casa sua che vorrebbe presentarmi. Sua figlia? No, non è proprio la figlia, che è in Australia a studiare, diciamo una nipote di campagna che vive con loro ed è tanto carina, ed è bravissima a tenere la casa e cucinare. Ho già una aiyi, vorrei dire, ma mi sembrerebbe troppo acido, quindi dico che ho già una ragazza. La donna insiste nel presentarmi la nipote comunque. No, grazie, non occorre, dico. Lei insiste: magari ho un amico straniero da presentarle? Ecco allora che capisco la situazione, la cacciatrice di dote è smascherata.

Dandan non smette di ripetermi che me l’aveva detto. Poi, un pomeriggio, la vicina bussa ancora tornando alla carica con la storia della nipote che è tanto caruccia e varrebbe almeno la pena che io la vedessi. Solo che Dandan è a casa mia, e quando appare alla porta con un’espressione ben poco felice, la vicina rimane interdetta. Però fa finta di niente, si autoinvita ad entrare e si accomoda, cominciando a parlare in cinese veloce con la mia lei. Entrambe gentili, entrambe false come Giuda. Dandan le prepara del té, la vicina fa i complimenti per la casa. Parlano, parlano, io non capisco nulla e facendo finta di ascoltare mi dedico ad altro.

Poi la vicina saluta e se ne va. Dandan è furibonda, e mi racconta la conversazione. Sostanzialmente c’è questa parente di campagna che va per i 25 anni, e ormai è quasi oltre l’età da marito. Carina è carina perché l’ho incrociata un paio di volte sul pianerottolo, timidissima, e non mi è chiaro il perché sia rimasta zitella, ma sicuramente ci dev’essere qualche storia torbida alle spalle. La nipote si trasferisce in città e vive con gli zii facendo in pratica da domestica. Gli zii decidono di sistemarla con uno straniero, forse perché lo straniero è scemo e non scoprirebbe i torbidi passati, o forse perché semplicemente lo straniero in media ha i soldi e il passaporto per espatriare. Appianato che se la vicina prova ancora a propormi la nipote, Dandan le fa lo scalpo, la Donna di Pechino si informa anche con la mia lei se ci sono altri stranieri disponibili, e già che c’è, visto che della sensibilità se ne sbatte, chiede a Dandan se sono meglio gli italiani o gli australiani. No, perché lei ha sempre pensato agli australiani visto che ce ne sono tanti qui, ma non aveva considerato gli italiani, e visto che Dandan sta insieme a uno la vicina chiede se mai non sia meglio mettersi in caccia di un italico. Dandan glissa per eleganza anche se coprirebbe volentieri l’intelocutrice con una serie di insulti per lo più legati al favoreggiamento della prostituzione. La vicina, capendo l’antifona, saluta e conclude con una bella domanda simpatica: “Ma che occhi piccoli che hai! Mica come mia nipote” dice a Dandan “Agli stranieri piacciono le ragazze con gli occhi piccoli?”. Dandan, signora com’è, risponde “Arrivederci” e le apre la porta.

Ma guarda te che storie che capitano, e se uno non capisce il cinese se le perde tutte. Io me la rido a vedere Dandan furente, ma devo ammettere che aveva ragione a pensare male. Pensiamo insieme a qualche straniero che ci sta sul culo, da presentare alla nipote della vicina, ma poi decidiamo che l’astensione è la migliore situazione per star lontano dai guai.

La vicina non si presenta più a bussare alla mia porta, anche se continua a spettegolare sul pianerottolo ogni volta che la incrocio. Chissà poi che avrà da raccontarmi. “Sì, sì, c’hai troppo ragione” le dico in cinese, e la saluto così ogni volta, come impone la Regola del Buon Vicinato. In Cina, chissà perché, non si litiga mai, tutti si tengono il sorriso sulle labbra anche quando si odiano. Alla fine non so se sia tanto sbagliato. Con la nostra vicina, conviviamo tuttora benissimo, tra pettegolezzi non intellegibili e piccoli scambi di favori.

2007-08-17

Vita d’Ufficio


I miei colleghi cinesi di Pechino hanno il loro ufficio piuttosto lontano da casa mia. Non fa nulla, perché tanto non ho mai avuto intenzione di tenere stretti contatti, conoscendo la generale inettitudine e incapacità di costoro. Per meglio spiegare la mia posizione, diciamo che il proprietario dell’azienda partner della mia, 15 anni fa, era un comune artigiano della Cina centrale, e oggi è il ventisettesimo uomo più ricco della Cina. Non vogliamo entrare nel dettaglio di come abbia fatto tutti questi soldi, quel che ci interessa è che nella sua azienda, che conta 16.000 dipendenti, non si viene assunti per bravura, ma per fedeltà. E si dà il caso che il 90% delle persone con cui entro in contatto io siano del villaggio del capo, o comunque della zona circostante, e che alla fin fine ci sono un sacco di cognomi tipici della zona che si ripetono. Sono tutti Zhu oppure Ruan. Tutte brave persone, beninteso, fedeli ciecamente al padrone. Il fatto è che sono tutti una massa di bifolchi travestiti da manager. Quando un bel giorno la mia azienda mi obbliga a visitare il loro ufficio nella capitale cinese, non mi stupisco più di tanto.

Infatti, l’ufficio vendite HORECA a Pechino di un colosso alimentare da 16.000 dipendenti conta sei persone, di cui quattro residenti. Cosa significa residenti? Che, entrando in questo palazzo anonimo in una zona periferica della città, al 12esimo piano si trova una catasta di cartoni vuoti che indentificano l’azienda. Oltre la porta di metallo un bell’appartamento di 80mq, pavimento in cemento liscio, pareti grigio-nere e coperte di fumo e muffe innominabili. A destra, una delle cucine più sozze che abbia mai visto, il che la dice tutta su delle persone che lavorano con gli alimentari; un’anticamera con due frighi da gelati, tipo Algida, dove si tiene la merce più o meno mescolata alla cazzo. Una stanza scura con tre scrivanie, due computer, un divano lurido, una panta di gomma e una boccia con i pesci rossi, seguita da una veranda dove i panni di molte persone sono stesi, rendendo appunto la stanza buia; un cesso di due metri quadri che condensa tutto insieme lavello, lavatrice, doccia e tazza; e infine la camera da letto, due letti a castello stile caserma, un armadio e una sedia.

Questa piccola reggia è abitata dal North China Sales Manager, il segretario frocio che non sembra mancare mai in queste situazioni e due addetti al camioncino per le spedizioni. Più la moglie del North China Sales Manager, che siccome lui ha solo due settimane di vacanza l’anno, e sta lontano, è venuta a trovarlo e sta qui un mese, cucinando e pulendo allegramente l’ufficio-appartamento con la professionalità di un’aiyi sottopagata.

Il cerimoniale, quando vado in ufficio, circa una volta ogni dieci giorni (meno non riesco) è il seguente. Prendo appuntamento anche se so che comunque mi diranno sì a qualunque proposta e comunque la persona che mi serve non ci sarà. Mi presento, espongo il problema al segretario frocio, visto che il North China Sales Manager non c’è. Costui fa finta di non sapere o non capire, oppure è veramente scemo, e quindi mi fa sedere e mi prepara del tè. Mezz’ora dopo arriva il Manager, che si fa preparare il té e tira fori le sigarette da commerciale (lui non fuma di suo, ma quando vede i clienti offre le sigarette costose e pesantissime) e anche lui fa finta di non sapere o non capire oppure è veramente scemo. O in alternativa nega l’evidenza di qualunque problema.

“Ci sarebbe questo ordine da parte di un cliente importante... “

“Mei wenti, è già partito, entro stasera il cliente lo ha”

“No, guarda, la merce parte da Nanchino oggi dopo pranzo, quindi arriverà qui in un paio di giorni se va bene. Quando arriva, mi raccomando... “

“Mei wenti, mei wenti, quando arriva ti chiamo”

“Non mi devi chiamare, la devi portare al cliente”

“Va be’, ti chiamo e andiamo insieme dal cliente, così sei tranquillo, ok?”

OK. Tre giorni dopo arriva la merce, non mi chiama e la consegna al cliente sbagliato. In alternativa, non riconosce la merce, la mescola con altra in magazzino e, quando tre giorni dopo lo chiamo, dice che non ha mai ricevuto nulla. Qualunque discussione professionale si arena all’inizio. Non hanno la minima idea di cosa sia un’analisi di mercato, o un report vendite, e nemmeno un budget. Vanno dal cliente e provano a convincerlo a comprare un prodotto che sta sul loro catalogo ma non hanno nemmeno mai assaggiato. Poi se ce l’hanno in magazzino bene, se si sono dimenticati di ordinarlo dalla fabbrica dicono al cliente che momentaneamente sono sprovvisti, ma tra una settimana il prodotto arriva sicuro.

Un giorno arrivo particolarmente presto, ovvero attorno alle 11, e invece di offrirmi il té mi invitano a pranzo. Vorrei dire che ho fatto colazione un’ora fa, ma non capiscono o fanno finta di non capire o comunque non gliene frega nulla, ecco un tavolino da campeggio che appare in camera da letto, e la moglie del North China Sales Manager compare dal suo nascondiglio (non si fa mai vedere se io sono in ufficio) e, con gli occhi a terra, apparecchia e spadella senza risparmiare sull’olio da motore e sulla salsa di soia, fino a portare in tavola una pentola di spaghetti belli spessi, di quelli fatti a mano, conditi con una salsa che è un misto di peperoni verdi piccantissimi, olio di infima qualità, salsa di soia anche peggiore, e senz’altro peperoncino, che comunque disinfetta, o almeno così dicono loro. Il China Manager sta davanti a me sorridente, con la sigaretta pronta, il segretario frocio e sorridente alla mia destra, tutti con piatti, bicchieri, bacchette e sgabelli spaiati. La moglie invece si siede nell’altra stanza e mangia a parte. Il Manager nemmeno la degna di attenzione, né un grazie, né un “ti do una mano”, ma invece lancia sigarette in mia direzione.


Me ne vado disgustato da tanta barbarie. Qualche sera dopo il buon Joe prova a consolarmi: “Nelle campagne cinesi è ancora così, davanti agli ospiti l’uomo dispone e la donna esegue. Ma nella sfera privata è poi la donna che maneggia i soldi e dirige la famiglia”

Sarà caro Joe, ma se questa è la gente delle campagne tanto lodata dal Presidente Mao, siamo messi male. Bifolchi, stupidi, sporchi e maschilisti. Bella gente questa qui. Ma che ci sto a fare io, con questi? Sì mi pagano bene, ho tempo libero, ma quanto vale la mia dignità?

2007-07-26

Domenica Pomeriggio d'Inverno

E’ il 4 novembre, e mi sveglio non con il rumore dei trapani e dei martelli, ma con quello del vento. E’ una splendida giornata autunnale, e il sole brilla in un cielo blu zaffiro. E’ mezzogiorno e mezzo, e mi godo la pace della domenica. Wang Li passa a prendere l’affitto dei prossimi tre mesi e si informa su eventuali problemi della casa, che fortunatamente al momento non ci sono. Quando se ne va guardo un DVD, e poi finalmente mi scuoto dal mio torpore domenicale e decido di uscire, spinto più che altro dalla fame e dalla mancanza di voglia di cucinare. La ragazza dell’ascensore mi avverte: “Oggi fa freddo”; ma capisco solo quando esco e una folata di vento gelido mi graffia spostandomi di qualche centimetro. L’odore e la luce del sole al tramonto mi portano alla memoria ricordi lontani di una gita a Perugia e una vacanza in montagna. Ma qui siamo in pianura, diamine.

Cammino controvento, e decido di tentar la fortuna al ristorante del Xinjiang che sta all’entrata degli hutong vicino casa. Costa poco e si mangia bene. Dieci minuti dopo ci sono, il ristorante con accanto alla porta un fornello di metallo la cui canna fumaria è sbattuta dal vento, e sui cui carboni fiochi c’è una teiera di metallo a scaldare. Sposto le pesanti fasce di plastica che bloccano l’entrata al freddo. Nel ristorante ci sono due persone, una donna cinese e un ragazzo occidentale. Mi dibatto nel dubbio di ordinare o meno a loro, finché la donna mi chiede che voglio, “Quattro yangrouchuan’r e un naan”. La donna, sempre seduta, urla l’ordine verso una porta, e dalle cucine risponde una voce di ragazza che va subito a preparare le mie cose.

Mi siedo con loro, tanto il ghiaccio è già rotto. Il ragazzo, David, è francese e abita in una appartamento nell’hutong; sta chiacchierando con una vicina di casa, la signora Yin (尹), che è una vera e propria attrazione. Davanti a loro hanno una teiera fumante e un piatto con due pannocchie bollite e ormai mangiate.

Anche la signora Yin abita nell’hutong, e visto che mi sono seduto al suo tavolo decide che deve raccontarmi tutto su di lei e lamentarsi di ogni cosa che le passa per la mente. Nel suo appartamento non c’è il riscaldamento, quindi lei viene tutti i pomeriggi al ristorante, ordina una pannocchia, e poi ci passa le ore a chiacchierare e scaldarsi con le mani sulla teiera bollente. E’ una vecchia pechinese, tipicissima. Si lamenta del freddo; si lamenta che i cinesi sono troppi; si lamenta degli immigrati dello Hebei; quando scopre che ho vissuto a Shanghai si lamenta di Shanghai, di quanto sono antipatici i suoi abitanti e quant’è stucchevole il cibo. Mi chiede dove abito ora e quanto spendo di affitto, solo per commentare che l’appartamento in cui vivo è troppo grande per me e comunque costa troppi soldi. Conclude dicendo al cameriere, un ragazzo xinjiangese di una quindicina d’anni, che è un ciccione, e poi ne chiede conferma al francese che annuisce con un sorriso imbarazzato.

Però questo suo lamentarsi di tutto e tutti è controbilanciato dalla sua generosità: “Vieni a casa mia, ti insegno a cucinare i piatti di Pechino”; “Chiamami quando vieni ancora qui: mi trovi tutti i pomeriggi, se non mi trovi di’ al cameriere di venirmi a chiamare, che abito proprio di fronte; e poi ci facciamo una bella chiacchierata e ti insegno il cinese come si deve”; “quando vengono i tuoi genitori glielo insegno io il cinese, gli parlo ogni giorno, li porto anche in giro a vedere Houhai e la Città Proibita”. E via con gli inviti, ogni occasione è buona per offrir favori e servizi. Mentre lo fa mi versa da bere, e io cerco di capire la sua parlata pechinese piena di erre arrotate.

Il sole, nel frattempo, tramonta. Attraverso il vetro del ristorante si vede la gente passare, il fruttivendolo indaffarato a servire clienti, il ragazzo addetto al fornello che esce per attizzarlo e rientra strofinandosi le spalle per il freddo. Un altro che sta fuori e cammina avanti e indietro parlando al cellulare.

“Mi sa che devo andare” dice David.

“E andiamo tutti allora” dico io, pagando i miei 6 kuai di conto.

La signora Yin saluta, rinnovando tutti i suoi inviti a venire a trovarla e a chiamarla se non la trovo al ristorante. Nella strada scura la luna piena brilla come un faro, illuminando la città che è ancora piena di auto e biciclette. Un ragazzino perde il cappello mentre va in bici e io glielo raccolgo. “Grazie” mi dice imbarazzato dallo straniero.

Via, si torna a casa. Anche per oggi s’è passato il pomeriggio.

2007-07-21

Pigrizia

Pechino è una città che impigrisce la gente. Non mi è ben chiaro il perché. Sarà che l’atmosfera è così rilassata, che quando scende la tensione del lavoro, uno ha solo voglia di vegetare beatamente. Sarà che la città è grande, e a volte per vedere un amico tocca prendere un taxi e fare chilometri e chilometri. Sarà che, specialmente d’inverno, il freddo e il grigio della città non invitano certo ad uscire di casa. Sarà che i DVD costano poco e sono di buon qualità, e diventano spesso e volenteri una droga che costringe le persone incantenate al divano a fissare lo schermo della TV fino a orari improponbili. Sarà che, per chi non parla cinese, ogni tanto doversi confrontare col mondo che sta oltre la soglia di casa può rappresentare uno stress pauroso. Sta di fatto che, per uno che è abituato a Milano e ha vissuto a Shanghai, è strano scontrarsi con la resistenza all’attività della gente che vive qui.

Al mio arrivo, Patti mi aveva avvertito: “Attento, qui a Pechino è fin troppo facile impigrirsi e non uscir più di casa”. D’instinto avevo pensato a Massimiliano che, nelle ultime settimane della nostra prima permanenza a Pechino, era piombato in un’inattività da cui non c’era verso di scuoterlo, quasi ogni sera chiuso in camera a guardare film di guerra. Quanto aveva ragione, Patti.

Spesso e volentieri mi trovo a scorrere la lista dei miei contatti sul cellulare, a fare maratone di telefonate a tutti quelli che conosco.

“Ciao, che fai stasera?”

Le risposte più tipiche sono:

“Sono stanco, ho lavorato come un matto tutto il giorno. Ceno a casa e vado a letto”

Oppure:

“Vado a casa di un amico, che c’è una cena per pochi intimi. Ma non faremo tardi, dopo cena tutti a casa propria”

Oppure:

“Vado con il mio coinquilino al ristorante sotto casa... no, andare più lontano non ce la faccio”

Anche se uno esce da solo in settimana, se non sa dov’è La Festa quel giorno, la maggior parte dei posti sono morti, tranne quelli dove ci si ubriaca, che a Pechino funzionano sempre. E comunque uscire da soli e con la fidanzata lontana è farsi del male, si finisce solo circondati da ragazzine sognanti nel migliore dei casi, se no da zoccole. Sai che attrattiva...

Ma mi rendo conto che anche io mi sto impigrendo, e declino inviti che non considero in linea con i miei interessi. Qualcuno mi invita a ballare latino-americano, qualcuno a fare giocoleria, qualcuno a una serata da sfascio a base di alcool economico e hashish. No, grazie, oggi proprio no. Ma la verità è che Pechino sta impigrendo anche me, in parte. Non sono più flessibile come una volta, non esco per uscire, ma solo se qualcosa smuove in modo particolare il mio interesse. Passo le serate davanti al computer o al DVD, esco solo per concerti o se si va nella città vecchia tra gli hutong. Sanlitun mi mette di cattivo umore. A Nuren Jie, due chilometri più in là, non sono mai stato perché è troppo lontana, ai confini del mondo. E’ una pigrizia principalmente mentale, la stessa di cui soffrono gli altri.

In effetti la gente qui diventa abitudinaria. Chi va al Browns raramente va a ballare in un altro posto. Chi va allo Yugong Yishan non entra mai al Nanjie che sta di fianco. Sono “quelli che”. Quelli che vanno al Bookworm, quelli che vanno al China Doll, quelli che vanno al Propaganda. Dal loro posto non li smuovi. Io non lo so bene a quale categoria appartengo – so il tipo di luogo che mi piace, ma non l’ho ancora trovato. Un luogo rilassato, economico, bohémien, con musica dal vivo di band cinesi e straniere e tanta buona energia.

Lo troverò, ma la ricerca, circondati dalla pigrizia della gente, non sarà facile.

2007-07-16

Acqua acqua acqua!!!

Chi ha letto i post precedenti si ricorderà della disastro accaduto durante il mio viaggio in Cina occidentale, del foglio appeso alla porta dal vicino poliziotto per lamentare le macchie d’acqua sul soffitto, e dell’incontro tra me, lui e Wang Li in cui, siccome il problema non s’era trovato, la conclusione era stata mei wenti, nessun problema, e quindi tutti felici. Maledetti stronzi.

Tutto in effetti sembra funzionare bene fino a quando, un mese dopo, torno a casa un sabato sera e incontro uno dei miei vicini che legge un avviso all’entrata. Con lungimiranza, e anche un po’ preoccupato perché vivo qui da tre mesi e ancora non ho ricevuto la bolletta dell’acqua, chiedo informazioni, e scopro che l’indomani dovrebbe venire qualcuno a un’ora imprecisata a fare qualche cosa che ha a che fare con l’acqua, ma non quella del rubinetto, quella dei caloriferi. Speriamo in bene.

E’ domenica mattina e vengo svegliato dal suono del campanello che trilla con insistenza. Striscio dal letto verso la porta, nel gelo dell’appartamento, e mi trovo davanti un cinese giovane, scarpe di vernice e atteggiamento strafottente. “Ce l’hai l’acqua dei caloriferi?” mi chiede.

“E io che ne so, vai a guardare” rispondo, altrettanto strafottente.

“Ce l’hai o non ce l’hai?”

“Non lo so, perché non controlli tu che ne capisci di più?”

“Non dovresti averla”

Come sempre, mi prendono per sfinimento.

“E allora vuol dire che non ce l’ho”

“Va bene, firma qui”

Appongo la firma su una lista tutta in cinese, dove già altri inquilini hanno firmato, e chiudo la porta. Torno a letto.

Qualcuno sta martellando, qualcun altro sta trapanando, ma c’è un rumore nuovo. Pazienza, dormiamo. Questo rumore potrebbe essere un trapano, ma va avanti da parecchi minuti, che sarà? Sembra acqua… forse uno scarico. Magari stanno facendo lavori nel bagno dell’appartamento di fianco. Dormiamo. No, non ci si riesce, troppo rumore. Acqua, acqua, acqua…

Aspetta, mi sorge un dubbio.

Mi alzo faticosamente e striscio in salotto. Il rumore è più distinto, e viene dalla cucina. Affacciandomi alla porta vedo una macchia d’acqua marrone che si allarga velocemente sul pavimento. Panico misto a sonnolenza, mi getto nella pozzanghera, chiudo il rubinetto dell’acqua che va allo scaldabagno. Niente. Chiudo il rubinetto del gas dello scaldabagno. Niente, non è lo scaldabagno. Chiudo il rubinetto del gas centrale, ma non succede niente, ovvio. Calma, guardati attorno. Cazzo, eccolo lì.

Il calorifero, e che altro poteva essere: stanno dando l’acqua. Solo che quando gli operai hanno montano i caloriferi nel mio appartamento, uno di loro ha dimenticato di mettere un tappo al buco di scarico di quello della cucina, che emette un getto sottile ma fortissimo diretto nell’angolo sotto lo scaldabagno e il lavandino, da cui il rumore che mi aveva disorientato. Provo a tapparlo con un dito: troppo forte. Provo con uno straccio: diventa fradicio in una manciata di secondi. La macchia d’acqua color della bile ormai copre quasi tutta la cucina.

Metto un paio di scarpe e corro fuori, sul pianerottolo chiudo il rubinetto centrale dell’acqua. Torno: no, il sistema dei caloriferi è indipendente, cazzo. E’ ovvio, sveglia! Chi può aiutarmi? Gli operai dell’appartamento di fianco, quelli sono sempre qui alle sei del mattino a martellare e trapanare, sapranno cosa fare, avranno qualche attrezzo. Bum, bum! Busso alla porta, prima piano, poi con violenza. Niente. Campanello: staccato. L’unica volta che sareste utili non ci siete, maledetti stronzi! Va bene, altro vicino, nell’appartamento speculare al mio mi pare abiti una coppia di attempati signori cinesi, molto gentili. Busso, nulla, busso ancora, nulla. Proviamone un altro. E proprio mentre mi giro, la porta a spioncino si apre, e dietro la grata mi trovo la faccia una ragazza occidentale che mi guarda confusa. Sbadiglia. “Yes?”

E’ così che conosco Inna, una ragazza russa della mia età che si vanta di essere stata la prima inquilina del palazzo. Lavora in un ristorante, il Flambé, fa spesso tardi la sera e soffre degli operai più di me, poverina. Appena le spiego il mio problema si allarma, spalanca la porta, esce in pigiama e bussa ai suoi vicini, la famiglia cinese che ricordavo. Quella che dev’essere la figlia, una bella ragazza della nostra età, chiama il padre, il prototipo dell’uomo pechinese. Scuro di pelle, grosso, vestito pesante, bonaccione.

In tre – io, la bella Inna e il forte uomo di Pechino – varchiamo l’antro del drago, attenti a ogni rumore. Sbircio la cucina: l’acqua ora si sta alzando e tra poco arriverà nel salotto dove c’è il parquet. “E’ là” indico. I miei compagni guardano, terrorizzati. E’ peggio di quanto si aspettassero. L’uomo di Pechino si lancia in avanti, prova a combattere col mostro a mani nude, ma il suo dito non ferma l’acqua. E’ una battaglia persa. Ma poi ha un’idea. Corre indietro sul pianerottolo, e da terra raccoglie un pezzo di legno lasciato lì dagli operai, un pezzo d’asse di legno d’abete, polveroso e sbeccato. L’uomo di Pechino brandisce la sua arma, la punta rivolta al mostro, e con la morte nello sguardo lo carica e lo affronta, penetrando il nemico con la sua spada. Il rumore cessa, il guerriero stremato si ritira. Il drago-calorifero, la sua pelle color del metallo sporco, giace immobile, il pezzo di legno infisso nel buco da cui perdeva. Non una goccia d’acqua ne esce più.


“Sarà il caso di chiamare la manutenzione” commenta il vicino.

“E magari anche il padrone di casa” aggiunge Inna.

“E chiamiamoli” dico io.

Il vicino si presta gentilmente e le telefonate in cinese le fa lui. Il numero del padrone di casa glielo do io, ma quello della manutenzione non ce l’ho, volevo appunto chiederlo a lui. Nessun problema – l’uomo di Pechino corre al suo appartamento e dopo un minuto ne ritorna con un numero di telefono scritto a biro sulla mano, e tenendola alzata per leggere, con l’altra schiaccia i tasti del mio telefono. Parla con la manutenzione e la fa venire subito. Poi ci ripensa, chiama ancora il mio padrone di casa e gli dice che non c’è bisogno che venga da lontano, che il guaio è risolto, che se n’è occupato lui.

Lo ringrazio infinitamente, ma quello dice “Per favore, non è nulla” e se ne va. Da questo si vede la stoffa dell’eroe. Inna sta bevendo una bottiglia d’acqua minerale Laoshan, di quelle che si trovano solo nei ristoranti. Sbadiglia ancora, e mi saluta pigramente, con i suoi capelli arruffatissimi, il pigiama e due occhi da russa che, nel buio del pianerottolo, se non sono azzurri sono sicuramente verdi.

“Scusa se ti ho svegliata… ma era un problema abbastanza grosso”

Lei sorride: “Se ti serve altro, non hai che da bussare”.

“Vale lo stesso per te”


E capisco da dove era venuta la macchia sul soffitto del poliziotto sotto di me: test dei caloriferi. Probabilmente non mi ero accorto di nulla perché l’aiyi aveva asciugato ben bene e al mio ritorno mi aveva fatto trovare la casa perfetta. E chiaramente non mi aveva detto nulla. Mei wenti, no? Vado ad asciugare il lago oscuro, e apro la finestra per far uscire l’umidità.

E anche per oggi, il drago è sconfitto e il mondo è salvo. Me ne torno a letto anch’io.

2007-07-09

Il Gruppo degli Hutong

Un giorno mi capita di leggere un annuncio su That’s Beijing che anticipa una conferenza sugli hutong e sull'importanza di proteggerli dalla distruzione. Interessato, mi presento, e trovo una delle stanze del Bookworm gremita di persone, con ospiti che arrivano a sedersi per terra. Non sono l’unico allora, ad amare la vecchia Pechino.

Un signore occidentale calvo, occhialuto e con i baffi, probabilmente uno storico o un sociologo a giudicare dalla sua originalità intellettuale, sta parlando della vita di una volta nelle strade della capitale. Quando cita nomi in cinese lo fa con un accento incredibile, fino a quando non spiega che, figlio di diplomatici, è cresciuto tra le strade di Pechino quando ancora non era capitale, negli utimi giorni della Repubblica di Cina! Non ho mai sentito nessuno straniero esprimersi con una tale erhua ringhiante. La sua descrizione è estremamente dettagliata e vivace, si sente che quelle scene le ha vissute, e il pubblico è incantato. Alcuni addirittura prendono appunti.

Quando termina di parlare, il microfono passa ad altre persone, un gruppetto di cinesi e stranieri di mezza età che si presentano. Piacere, noi siamo il CHP, il Cultural Heritage Protection Center, un’organizzazione non governativa che cerca di tutelare i beni culturali in Cina (http://www.bjchp.org/). Compito non facile, come tutti sanno. Come farà poi una ONG a sopravvivere in Cina, con lo scopo quasi ovvio di rompere le palle al governo sui suoi errori? Più tardi scoprirò che i fondatori sono proprio funzionari minori del governo, e che di fatto si avvalgono di volontari per svolgere meglio un lavoro sottofinanziato. Tutte i discorsi che fanno sono, ovviamente, iperdiplomatici: “Sappiamo quanto il governo si stia impegnando in questa lotta per la difesa della cultura, e noi su sua ispirazione vogliamo collaborare per una perfetta riuscita dei piani” e via su questa falsariga.

Nello specifico, il CHP sta lanciando un nuovo progetto di protezione del centro storico di Pechino, chiamato Friends of Old Beijing. “Recentemente il governo nazionale ha ammesso l’importanza di difendere i beni culturali contro lo sviluppo sregolato, e noi siamo qui per promuovere l’applicazione delle norme governative troppo spesso ignorate dai privati e dalle amministrazioni locali”.

Il signori del CHP dicono cose buone e giuste: spiegano perché è importante preservare le vestigia del passato, e spiegano in modo convincente il perché questo finora non si è fatto. Non solo, in un Paese dove ogni nuova dinastia al potere ha distrutto o snaturato quello che ha lasciato la dinastia precedente, non esiste una cultura della protezione, ma è anche vero che non esiste assolutamente un quadro normativo adatto. Le linee guida sono fumose e non vengono tradotte in leggi vincolanti, quando anche le leggi ci sono, non vengono conosciute da chi dovrebbe rispettarle e anche chi dovrebbe farle rispettare; anche in presenza di informazione, le regole non vengono spesso applicate a causa di corruzione o superficialità. E al di sopra di tutto questo, non esiste un’imposta sulla proprietà catastale. Che c’entra? Il CHP ve lo spiega.

Se in Europa casa tua sorge accanto a una cappella del XIV sec. il valore dell’immobile salirà alle stelle. Da questo non solo guadagni tu, che sei propretario, ma anche l’amministrazione locale che tassa il tuo valore catastale. Sviluppare aree residenziali ad alto valore e preservarle è una fonte di reddito enorme per un Comune. In Cina no, anche se una proprietà vale tanto, il governo locale non ne trae nulla. E quindi la cappella o il tempio del ‘400 lo si spiana per farci una fabbrica di stufe a carbone che genererà un reddito tassabile, che permetterà al governo di raggiungere gli obiettivi di sviluppo posti dal governo, e magari anche far finire una parte degli appalti in tasca ai responsabili urbanistici. Semplice no?

Soprattutto convincente. E’ così che entro in contatto con il CHP, e prima di andarmene, entusiasta, firmo la mia carta d’arruolamento: sarà un volontario per un progetto, che vedrà altri pazzi come me, stranieri e cinesi dai 18 ai 55 anni, sguinzagliati per il centro storico a censire i vari edifici che rispettino o meno il piano regolatore per la tutela dei beni culturali, e nel contempo ci aiuteremo a vicenda nel fare ricerca su quello che ancora rimane, nella vecchia capitale, da proteggere dalle ruspe assassine dei costruttori.

Nei mesi a venire, sono certo, ne vedremo delle belle.

2007-06-29

Voglia di Piccante

A metà ottobre l’autunno arriva a Pechino. Anche se il sole non si offusca, ma rimane brillante, un’aria fredda spira dal Nord, e la temperatura si abbassa di una decina di gradi. Tempo di indossare un maglione e, la sera, di mettere il piumone sul letto. Cè un bel fresco, benvenuto dopo la gran calura dell’estate. Le finestre non si chiudono ancora, tuttavia: si sta bene, l’aria è secca e frizzante, pare quasi di stare a Milano a fine settembre, belle giornate ventose col sole giallo.

Con il freddo, l’appetito viene stimolato e tutti i piatti troppo pesanti per l’estate vengono riscoperti, con gli odori che escono dai ristoranti. E per chi scrive, il primo freddo dell’autunno di solito comporta un’insana voglia di mangiar piccante. Pechino naturalmente offre una selezione di cucine che soddisfa qualunque gusto: dall’indonesiana alla tailandese, dalla sichuanese alla messicana.

Ci sono due posti che sono i miei preferiti, in questo momento dell’anno. Il primo è il Red Rose Restaurant, scoperto tanti anni fa grazie a Yao Qiong: un edificio a forma di moschea dove, all’interno, cinesi si mescolano con stranieri da ogni parte del mondo: americani, indonesiani, pakistani, africani, francesi, e tanti tanti musulmani dall’Ovest della Cina. Il ristorante, oltre ad essere famoso per i suoi yangrouchuan’r, gli spiedini di montone più grossi, teneri e saporiti della capitale, offre spettacoli a tema, dalla musica tradizionale, con qualche influsso internazionale tipo Gypsy Kings (i xinjiangesi, i migliori chitarristi d’oriente, subiscono comunque il fascino dei gitani, i migliori chitarristi d’Occidente), danza del ventre, danza col serpente (ovvero con un pitone arrotolato attorno alle spalle) e, all’occasione, il karaoke di qualche cinese completamente sbronzo. Il tutto a un volume impossibile. La prima volta è pittoresco, la seconda è già fastidioso. Ma la carne di montone, coperta di abbondante cumino, pepe nero e peperoncino, è tanto buona che val la pena di subire lo spettacolo. Il nang, il pane xinjiangese, è divino, ben lievitato e coperto di semi di sesamo. Notevolissime anche le Xinjiang chaocai (新疆炒菜), le verdure saltate alla xingjiangese, ovvero pomodori, patate, peperoni rossi e verdi, cipolle e striscioline di montone saltate nel wok e servite in una salsa di pomodoro speziata. E infine il “latte fritto”, crocchette burrose e fritte da intingere nello zucchero, indeali per concludere in dolcezza una cena invernale.

L’altro luogo che prediligo è il Golden Elephant, un ristorante indiano fattomi scoprire da Vaira e Vikash. Una volta era gestito da Muhammad Yussef, un signore indiano ben distinto, sempre in giacca e cravatta, ma panzone e baffuto come impone lo stereotipo del musulmano arricchito d’India. Ora Muhammad è partito, e il ristorante è gestito da cinesi – il servizio è terribilmente scaduto, ma il cuoco non è cambiato, e il Rogan Josh, il montone al curry del Kashmir, come lo mangiate lì non lo mangerete altrove. Anche qui la carne è tenerissima e il piccante del curry è delicato come non mai. Anche qui il naan, versione indiana del nang, è fantastico, insieme agli altri pani come il paratha e il roti. Notevole il classico pollo tandoori, servito a rischiesta con uno spicchio di limone che ne esalta il gusto di brace.

Poche cose sono piacevoli quanto starsene in un ristorante familiare a mangiar piccante mentre fuori fa freddo, e sapere che il conto è così abbordabile che ci si può permettere di mangiar qui a volontà senza sentirsi in colpa. La compagnia di un buon amico, una birra come si deve o un bel bicchier di rosso, e l’inverno in arrivo non fa più paura. Ci si accende una zhongnanhai a cena finita e si aspetta placidi, pigri e sorridenti che il vento della Siberia si scateni su questa città. Avrai anche il gelo e il vento sabbioso dalla tua parte, caro inverno pechinese, ma noi abbiamo i talismani appropriati per tenerti a bada – pepe nero, pepe verde, peperoncino e carne di montone.

2007-06-24

Il signor Chen

I miliardari sono tutti un po’ strani, e quando sono cinesi sono ancora più singolari. Mi capita di conoscerne uno presentandomi a un ristorante italiano per vendere i prodotti della mia azienda. Il signor Chen, titolare una catena di ristorazione italiana, mi risponde al telefono in un misto stentato di inglese e italiano, e mi dà appuntamento in uno dei locali per l’ora di cena.

Rotondo e sorridente, di un’eleganza molto semplice, capello corto, sbarbato e occhialini tondi, Chen siede al tavolo di questo ristorante che vorrebbe essere la trattoria italiana nella mente di una persona che ci è stata forse un paio di volte tanti anni fa. Pavimento e soffitto di legno, tovaglie a quadri bianchi e rossi, curiosi affreschi tipo Trecento sulle pareti, fila di vini con scritto “Chianti” sull’etichetta e, ciliegina sulla torta, una torre di Pisa in plastica posizionata al centro del tavolo da display, alta almento un metro e mezzo.

Chen mi fa accomodare gentilissimo, accetta il mio biglietto da visita e mi offre il suo: una carta bianca con la sua caricatura sorridente, e sotto scritto dal disegnatore “开心的小陈”, “il piccolo Chen felice”. Dopo poche battute è evidente che il mio cinese è meglio del suo italiano: chiacchieriamo amabilmente senza che nessuno accenni agli affari. Mi chiede di me, e poi a turno io gli chiedo di lui. Il signor Chen è il cinese andato all’estero ed arricchitosi, una storia comune, quasi un modello di vita per una generazione di suoi compatrioti, soprattutto nel Sud del Paese dove la tradizione dell’emigrazione e del commercio è antica. Chen è stato in Italia, ma non è di Wenzhou come tutti gli altri, ci tiene a precisarlo: viene da un paese vicino, sempre nel Zhejiang, ma guai a dire che è di Wenzhou. Tra le altre cose, è stato in Italia per poco tempo, un anno solo a Jesolo, prima di andare a lavorare in Germania come lavapiatti. Parla tedesco correntemente, ma questo non aiuta la nostra comunicazione. Come mai non ha aperto un ristorante tedesco, gli chiedo, e la sua risposta è molto diretta: “Perché il cibo tedesco fa schifo”. Si ride.

Nel frattempo Chen fa segno ai camerieri, che mi portano un menù. Uno di loro porta una boccia di vino in tavola. “Ti piace il vino?” chiede Chen, con ostentata premura. Salute, dico io, e tracanno il Chianti da supermercato che mi viene gentilmente offerto. Chen va avanti con la sua storia: l’Italia era bella, sì, ma in Germania c’era da guadagnare di più: è lì che ha fatto i soldi. Poi un giorno è venuto a Pechino, ha visto che non c’erano ristoranti italiani, e ne ha aperto uno, facendo venire uno chef dall’Italia. Tredici anni dopo di ristoranti ne ha cinque. Ordina ai camerieri una bottiglia di Prosecco, e mi chiede che ne penso. “Non male” dico. In Germania Chen viaggia ancora per affari, facendo trading. Oltre ai cinque ristoranti italiani ha anche un piccolo agriturismo finto toscano, un ristorante cinese in campagna e ha appena ottenuto l’appalto per la vendita dei beni sequestrati all’aeroporto di Pechino. Tutto quello che le guardie tolgono ai passeggeri in transito – bottiglie di vino, birra, superalcolici, accendini, coltellini, ricariche dello Zippo, forbici – lui compra a un prezzo fisso settimanale, e le rivende in un suo supermercato che sta lì nei pressi. Ordina un’altra bottiglia e me la mostra orgoglioso: un liquore con un nome tedesco scritto in caratteri gotici, di colore ambrato e con della foglia d’oro che galleggia dentro. E’ foglia d’oro vera, ci tiene a specificare Chen. Gli credo. Il liquore ha uno strano sapore dolciastro, un misto di pesca e mela, con questa foglia d’oro che galleggia dentro ma non si sente. Il cameriere mesce. Oltre ai ristoranti, al commercio all’ingrosso, al trading con la Germania, Chen ha senza dubbio un sacco di altre attività. Me le elencherebbe tutte se potesse, probabilmente. Mi chiede di dove sono, e scoprendolo dice con gioia che anche lui è stato a Milano, una volta, all’hotel Principe di Savoia, che è un buon hotel sottolinea, come se uno di Milano non lo conoscesse. Ma, mi dice, in quel posto non ci torna più: servizio splendido, sì, ma pieno zeppo di fantasmi. Fantasmi?, chiedo. Sì, dappertutto, la notte non c’era verso di dormire, continuavano a tormentarlo. Gli chiedo se li ha visti e che aspetto avevano. Chen si fa serio: “Non li ho visti... ma so che c’erano”. Mi chiede se voglio altro da bere, magari un amaro. Averna? Ramazzotti? No, perché lui li ha tutti, anche quelli che non si trovano normalmente in Cina, lui comunque riesce ad averli.

La conversazione finisce ad ora tarda. Si parla d’affari distrattamente, presento la lista dei miei prodotti, li commenta entusiasta atteggiandosi a profondo conoscitore della cucina italiana. Io chiedo il conto. Per carità, per carità, dice, sei mio ospite. Torna quando vuoi. Ma guarda un po’, che gentile il signor Chen, certamente con le persone ci sa fare. D’altra parte, se non fosse così non sarebbe quello che è ora.

Andandomene e salutandolo, mi viene una domanda: se lui è stato a Jesolo, perché il suo ristorante l’ha chiamato con il nome di un’altra città più piccola, non molto lontana, che comincia per “A”? La risposta è tanto semplice quanto spiazzante: “Ho pensato che così il nome del ristorante sarebbe venuto primo in tutti gli elenchi”. Sempre pragmatico, il signor Chen. Lo ringrazio a profusione prima di andarmene e cercare un taxi. Sarà quel che sarà, ma devo dire che mi sta davvero simpatico, ed è questo, saper essere simpatico a tante persone, quello che fatto la sua fortuna. Sono contento di scoprire che si può essere arricchiti e pieni di sé senza essere antipatici e arroganti. Pechino riserva sempre un sacco di sorprese.

2007-06-20

Una Promessa Mantenuta

Dandan è a Pechino per la settimana della Liberazione e, a parte comprar mobili e portar la mia Lei visitare la città, che non girava da circa 20 anni, decido di andare a cercare una vecchia conoscenza del passato e mantenere una promessa fatta nell’inverno del 2003.

Biglietto da visita in mano, io e Dandan ci incamminiamo tra gli hutong vicino al Tempio di Confucio e, facendomi guidare da una memoria lontana, mi metto in cerca della casa del vecchio signor Ban, l’ex professore di matematica ora pensionato e, per arrotondare, calligrafo per turisti. Ho conservato la foto che ci siamo fatti assieme, ma l’epidemia di SARS mi aveva impedito di portargliela come promesso. La parola data è sacra, e dunque eccomi qui, curioso di vedere ancora il vecchio signore così gentile.

Entriamo in un vicolo stretto costeggiato da porte e vecchi pingfang (平房, ovvero baracche posticce di mattoni rossi costruite ai tempi di Mao, in cui veniva ospitata la gente che immigrava in città, posizionate in qualunque spazio possibile come cortili, lati di strade, vicoli chiusi, ecc.). Dandan ha un’idea: il signor Ban è vecchio e piombargli in casa così all’improvviso non è carino, meglio telefonare. Chiamiamo. Risponde una donna che, incerta, ci invita ad entrare al tal numero e spiega come orientarsi nel vicolo, quali direzioni prendere, e a quale porta posticcia fermarsi.

Arriviamo, sì, sono passati più di tre anni ma me lo ricordo questo scorcio di pingfang, stanze minuscole, il salotto-camera da letto da un parte, la cucina a cabina telefonica, la biblioteca-camera dei figli dall’altra parte del vicolo di mezzo metro di larghezza. C’è una signora con gli occhiali spessi e quadrati e i capelli bianchi che ci aspetta sorridente. Niente indugi, ci invita a sederci al tavolino, io su una seggiola scassata e Dandan sul letto, la sciura prende uno sgabello, apparecchia con delle carte di giornale e sega a metà un’anguria titanica.

La signora Ban, senza nemmeno sapere chi siamo, spiega che il marito è fuori ma tornerà presto, nel frattempo ci offre quello che ha in casa e chiacchiera con Dandan. Tempo dieci minuti, eccolo che arriva: è lui, un po’ dimagrito, decisamente invecchiato, ma sempre lui. Saluta calorosamente ma è chiaro che non ha capito chi sono, solo che le regole dell’ospitalità gli vietano di essere freddo. Nessun problema, ecco il deus ex machina: estraggo la foto e spiego, con l’aiuto di Dandan, della mia promessa. Mi scuso di non poter essere venuto prima, ma le circostanze non me lo hanno permesso. Il signor Ban si illumina, e allora orgoglioso e compiaciuto si butta nella conversazione. Ci fa ogni genere di domanda, accompagnando le risposte, come si conviene, con complimenti a profusione sull’Italia, su Chengdu, sul mio cinese, sul fatto che sembriamo bravissimi ragazzi, e chi più ne ha più ne metta.

Il signor Ban è sempre pensionato, fa sempre il calligrafo ma ultimamente ha sempre meno voglia di uscire, data l’età e gli acciacchi. Per fortuna uno dei suoi figli è diventato professore come lui: non guadagna un granché, ma è un mestiere prestigioso e gli permette di aiutare i genitori, che ricevono una pensione di meno di 1000 kuai al mese. E’ anche vero che casa loro, nei suoi 35 metri quadri di spazio, costa meno di 100 kuai di affitto. Poveri in canna, ma dignitosi, sempre così la famiglia Ban. Ora che il mio cinese, rispetto a tanti anni fa, è migliorato, riesco a chiacchierarci meglio e ad approfondire. Ragazzi, la mia prima conversazione in cinese l’avevo avuta con lui!

Rimaniamo a discutere amabilmente e mangiar frutta a lungo, e il signor Ban mi chiede di scrivere dietro la foto la data e il mio nome, per ricordarseli, che l’età gli fa brutti scherzi. Ne scattiamo un’altra, con la mia nuova macchina digitale, per ricordarci d oggi. Poi la moglie sparecchia, pulisce il tavolo e lui estrae la sua collezione. Ci fa scegliere tre rotoli da darci in dono: caratteri semplici incorniciati da formule di buona fortuna. Io e Dandan scegliamo Ai (爱), Amore; Fu (福), Felicità; e Fo (佛), Buddha.

Salutiamo il signor e la signora Ban con infiniti ringraziamenti, che contraccambiano di cuore. Poi, nella sera che cala, io e Dandan c incamminiamo verso casa con i nostri tre rotoli di calligrafia. Il primo di questi finirà incorniciato sopra il letto.

La sera, stesi uno accanto all’altra, pensiamo all’incontro e ai tre auguri del vecchio Ban. Stringendoci la mano, immaginiamo il nostro futuro in questa città, insieme.

2007-06-11

L'Ikea, pure quello falso

E’ la prima settimana di ottobre, e in Cina è la Festa della Liberazione, ovvero la festa che celebra la vittoria dei Comunisti su Giapponesi e Nazionalisti. Tutti i cinesi godono di una settimana di vacanza e così Dandan viene a Pechino per passare le vacanze con me. Il tempo è perfetto, non so se per intercessione dei cannoni sparasale del governo o del potere dei draghi, ma poco importa: ci sono sole brillante e una bella brezza fresca che stempera il calore.

Casa è ancora piuttosto spoglia, e siccome Dandan ha l’abitudine di seminare le proprie cose in giro per l’appartamento, aggiungendo al mio disordine il suo, di comune accordo decidiamo che ci servono dei mobili in più, nello specifico un altro armadio, una scrivania, una libreria e un mobile porta scarpe.

Per mantenere lo stile della poca mobilia che già c’è decidiamo quindi di andare nel luogo dove sono stato con Wang Li e sua moglie. Telefoniamo al numero stampato sul volantino che avevo conservato, e una signora ci dice: “Venite pure, siamo aperti per tutto il periodo delle vacanze, mei wenti!”

E’ così che ci imbarchiamo sulla metropolitana, cambiamo linea a Jianguomen, e dopo circa un’ora scendiamo a una stazione di periferia. Come previsto, lì a pochi metri c’è il bigliettaio che ringhia e spedisce la gente su un jinbei bianco che nemmeno in Iraq ne hanno di così scassati. Faccamo il biglietto, lascio a Dandan la discussione sulla fermata, paghiamo un kuai e ci accomodiamo in fondo, ammirando tutti gli strani personaggi che abbiamo attorno. Il mezzo si riempie abbastanza in fretta e corre lungo una grande strada diritta, con il bigliettaio che spinge giù i passeggeri se devono scendere o li tira su se vogliono salire, il tutto ovviamente senza mai fermare il taxi bus.

Il jinbei lentamente si svuota, e finalmente arriva la nostra fermata. Forse perché sono straniero, il taxi bus questa volta ferma e ci fa scendere comodamente, poi inverte la marcia e va via. Siamo io e Dandan su questo stradone di periferia, sotto il sole, davanti a una fila di attività che comprendono quattro meccanici, un ferramenta e un grande magazzino con l’insegna gialla e blu, in perfetto stile svedese. Piccolo particolare, le porte sono chiuse con una catena e un bel lucchetto da bicicletta, le vetrine sono coperte di polvere come se non fossero state lavate per settimane, e l’interno è assolutamente vuoto se si eccettuano pezzi di macerie casuali. Mi torna in mente il mei wenti della donna la telefono.

Per fortuna sulla porta è attaccato con lo scotch un foglio su cui qualcuno ha scritto, a mano “Se avete bisogno di qualcosa chiamate il seguente numero” che poi è quello che appunto ci aveva assicurato che il negozio era aperto. I meccanici ci guardano come se fossimo alieni, qualcuno scuote la testa, altri ridono. Attorno non si vedono taxi, fermate di bus o qualsiasi altro mezzo di locomozione utiizzabile. Siamo sperduti nella periferia sotto il sole, e quelli se la ridono di noi.

Dopo tanto tempo in Cina ho imparato a non farmi prendere dalla rabbia o dallo scoramento. Chiamiamo ancora questo numero di prima e vediamo cosa dicono:

“Tuut... tuut... tuut... pronto?” risponde la stessa donna di prima.

“Buongiorno, voleamo chiedere un’informazione. Abbiamo già chiamato un paio d’ore fa per sapere se siete aperti... voi ci avete detto di sì... solo che ora siamo qua davanti al vostro negozio e non ha un’aria per nulla aperta”

“Aahhh, siete arrivati finalmente!” dice la donna “Mei wenti! Aspettate un secondo che mando qualcuno a prendervi!” e mette giù.

E va be’, aspettiamo. In queste situazioni una vota mi sarei incazzato da morire, ma ora scuoto le spalle e aspetto. Per ogni cosa c’è una spiegazione, basta avere pazienza e cercarla. Eccolo che arriva, dopo qualche minuto, il nostro uomo, in sella a un grosso e rombante triciclo a motore tutto giallo e blu, con una bella bandiera svedese sul manubrio. Quando ci vede agita la mano: “Adesso vi porto direttamente al magazzino centrale, dove c’è molta più scelta!” dichiara orgoglioso. Il che tradotto in forma esplicita significa che l’IKEA deve aver fatto problemi alla loro azienda e quindi hanno spostato lo show room dalla strada principale a una location molto meno visibile. Infatti l’omino, dopo averci fatto montare sul retro, coperto da una tenda gialla blu, inverte la marcia e si infila in una stradina costeggiata da fossi e pioppi. Il “magazzino centrale” sta lì a due minuti coperto da un filare d’alberi e un paio di costruzioni di mattoni, esattamente uguale al vecchio show room, con le famiglie cinesi che esaminano i mobili e le venditrici che cercano di imbastirle sulla qualità e sul prezzo ottimi.


C’è tanta roba, dai mobili nuovi in stile vecchia Pechino a letti viola con coperte zebrate e sedie acidissime a forma di mano. Troviamo facilmente i mobili nel nostro stile e cominciamo ad elencare quelli che vogliamo chiedendo i prezzi. Ci sono in due colori, legno chiaro e legno scuro, e a noi serve il secondo, che però non è disponibile.

“Vorremmo questo tipo di armadio, ma con il colore di quell’altro armadio”

La venditrice scuote la testa: “Mei you, non c’è, non è disponibile”

“Lo vedo che non c’è, ma fatemelo arrivare. Ordinatelo alla fabbrica da cui lo comprate”

La ragazza sembra confusa: “Signore, mi spiace, ma guardi che l’armadio come lo vuole lei, ma dell’altro colore non c’è... “ ci pensa su un po’ “Non esiste” conclude.

E’ tipico dello staff puramente esecutivo in Asia, nelle situazioni impreviste, trovare una scusa gentile per sottrarsi alla responsabilità di dover pensare o dire qualcosa oltre le istruzioni che si sono ricevute. Nello specifico, la proprietaria ha detto alla ragazza di vendere i mobili che ci sono nello show room, ma siccome il mobile che voglio io non c’è, lei non me lo vuole vendere.

“Allora” spiego con pazienza “Questi sono mobili modulari. Ci sono tre modelli di armadio e due colori disponibili. Questi mobili sono costruiti per la maggior parte con gli stessi pezzi, per cui se esiste un mobile a cassetti chiaro, la fabbrica ne produce anche uno scuro, basta cambiare il colore dei pezzi. Guarda: scrivania chiara, scrivania scura, tavolo chiaro, tavolo scuro. Questo è l’armadio che voglio, ma trovami quello dell’ALTRO colore.”

La ragazza annuisce ma non ha capito nulla. Facciamo chiamare la responsabile del negozio, che senza essere una cima comunque dà l’impressione di aver capito la mia logica, anche se non è sicura che sia così. “Lo so che tutti questi mobili li fanno in due colori, ma magari quelo che vuoi tu lo producono solo in colore chiaro” spiega.

“Va bene” dico “allora dì alla fabbrica di prendere questo armadio, togliere questo pezzo che vedi qui e aggiungere quest’altro che vedi là, e farmelo avere. Perché vedi, se i pezzi già ci sono, vuol dire che la fabbrica può metterli assieme. Se hai qualche dubbio ancora, per favore... per favore... non esitare a chiamare il tuo capo in fabbrica. Sicuramente saprà cosa fare ”.

Finiamo di discutere il prezzo: un armadio, un porta-scarpe, una scrivania e una libreria coordinati, 900 kuai. Se ci aggiungiamo altri 100 kuai ce li consegnano a casa dall’altra parte di Pechino. Mi viene da ridere mentre pago, ma dove li trovi dei mobili uguai a quelli IKEA a questo prezzo? E poi dicono che IKEA costa poco... prova a guardare il reale costo di produzione di quello che compri!

I mobili arrivano come promesso un paio di giorni dopo. I due omini delle consegne riescono a trovare casa mia alla seconda telefonata, il che è un record positivo finora, si mostrano gentilissimi e mi aiutano a portare tutto quanto nell’appartamento. L’armadio è arrivato del colore giusto, anche se a guardarlo bene è una tonalità leggerente più scura dei mobili che ho già. Ma se uno prova a crederci, può dire che è un mobile di vero legno fatto a mano è unico e non replicabile, e far finta che non sia legno pressato con una mano di vernice chimica mischiata a cazzo al momento dal falegname. Si apre, si chiude, ed è anche bello da vedere. L’aiyi arriva il pomeriggio stesso e le facciamo lavare il tutto per rimuovere lo strato di polvere chimica e sabbia del Gobi che ricopre la mobilia fuori e dentro. E poi eccolo lì, bastano quattro mobili e meno di 100 euro, e s’è fatto un appartamento quasi decente! I vestiti vengono raccolti da terra e infilati nell’armadio, i libri nello scaffale, le scarpe nella scarpiera e le varie candele e statuine di divinità indiane e buddhiste posizionate con riguardo sulla scrivania. L’ordine può ora regnare in questo appartamento, che assomiglia sempre di più a una vera casa.