2008-11-24

Il Comitato di Sicurezza Pubblica

In vista delle Olimpiadi, la società civile si sta già mobilitando per dare una mano alle forze dell'ordine nel garantire la sicurezza durante i Giochi. Uno degli scopi che si sono dati molti gruppi, e in particolare i comitati di condominio e xiaoqu, è quello di censire parallelamente tutti gli stranieri nell'area di loro competenza e sensibilizzarli sull'importanza di essere in regola con le registrazioni alla polizia.

Ed ecco quindi due sciure cinesi sui cinquan'tanni, classica giubba di colore smorto e capello riccio e tinto, un generico panzone sui trent'anni evidentemente disoccupato, e una poliziotta sui quaranta in divisa, evidentemente scoglionata per dover star dietro agli altri tre civili per tutta la giornata. I tre bloccano l'uscita del mio ufficio che si trova in un complesso residenziale, e fermano tutti gli stranieri facendo domande evidentemente strambe (lo deduco dall'espressione persa degli stranieri). La poliziotta sta in disparte, non volendo sporcarsi le mani o forse cercando di far credere che lei non conosce i tre ed era lì per caso.


Arrivo io. Mi scorgono da lontano mentre scendo dal taxi, si agitano, indicano e confabulano. Mi avvicino ostentando sicurezza. Il panzone fa un passo avanti intercettandomi, ha già il fiatone per l'eccitazione.

“Halo? Du yu heva sis?” e mi sventola davanti agli occhi un foglio di residenza, senza peraltro darmi l'opportunità di guardarlo. Non so se è aggressivo per compensare alle sue insicurezze oppure davvero gode nel fare il paladino della legge e rompere le scatole. Poco importa. Ci sono tre risposte che uno può dargli: “Sì”, nel qual caso chiede che il permesso sia esibito e il numero di passaporto e registrazione siano scritti su un figlio da una delle due sciure. “No”, nel qual caso la poliziotta dovrebbe portarmi in polizia, registrarmi e multarmi per la mia mancata registrazione al mio arrivo. “Non lo so”, nel qual caso il saccente panzone darebbe una lezione di diritto amministrativo dell'immigrazione nel suo stentatissimo inglese.

Conosco i miei polli, sono troppo prevedibili. E quindi dico, con un lieve tono scocciato e una punta di strafottenza:
“Non abito qui”.

Cerco di non ridere alle loro espressioni. Si guardano, sperduti, nei loro occhi si legge la domanda: “E adesso cosa facciamo?”. Chi non abita qui non è di loro competenza. Non si erano mai posti il problema prima – come avevano potuto dimenticarsene? – eppure ora si trovavano davanti alle drammatiche conseguenze della loro mancata previsione. Chi entra ed esce non necessariamente, del resto, abita nel complesso. Non sanno cosa dire, non sanno cosa fare. La poliziotta storta la bocca, ma non dice nulla. Guardo il panzone facendo leva sulla sua insicurezza, attendo una risposta e lui me la deve dare, se no perde la faccia. Lui abbozza un sorriso nervoso: “Non abiti qui? Allora, nessun problema, passa pure!”.


“Grazie!” dico “molto gentile!” ed entro, diretto al mio ufficio.


Lo ripeto. In Cina tutto si può fare, basta sapere come farlo.



2008-11-10

Green T. House

Uno dei posti più visionari, folli ed eleganti di Pechino è la Green T. House (http://www.green-t-house.com/), un ristorante di cucina fusion aperto diversi anni fa da due sorelle cinesi. Una Jin Er, musicista, designer, chef, è la vera creativa alle spalle del progetto; l'altra sorella, Sapphire, è la businesswoman, quella stronza e aggressiva che fa sì che nessuno metta i piedi in testa all'attività di famiglia, come nella migliore tradizione cinese. Da quando ha aperto, in un piccolo angolo nascosto della città, nel 1997, la Green T. House è diventata un'istituzione, ovvero uno dei pochi posti eleganti, ma veramente eleganti, dove portare gli ospiti da fuori Pechino.

Ecco come descrivo il locale in poche righe, pubblicate su That's Beijing del Giugno 2007, in occasione della premiazione del ristorante nella categoria “Best to Impress Visitors”:

"Green T. House's decor is simply outlandish. The moment you cross the door, you feel like you've entered a faerie-land, where everything is oddly elegant and weirdly beautiful. Nobody would expect to find a place like this in China, let alone in Gongti Xi Lu"

Non ci sono davvero parole per descrivere il luogo – pareti bianche, pezzi d'arrendo bianchi e neri, non una coppa da tè uguale all'altra, non un tavolo uguale all'altro. Al centro della sala un tavolo lungo con sedie dallo schienale altissimo, che si appuntisce come il tratto di un pennello. Sulla sinistra, un tavolo tondo con divani in pelle di mucca, e dal lampadario si dipartono numerosi fili di metallo flessibile che trafiggono pagine di poesie di Guillaume Apollinaire. Sulla destra, appesi al soffitto, scheletri di piante simili a coralli.

I piatti sono composizioni artistiche fatte di cibo e ceramiche giapponesi, una mescolanza di gusti che predilige comunque l'Oriente e la Cina, che stupisce. E che dire della cucina e del servizio. Be' altre per essere a Pechino, anche se ben lungi dalla perfezione che conosciamo altrove nel mondo. Capita il cameriere che non capisce l'inglese, nessuno certo sa interloquire col cliente e consigliare un piatto, e quando il ristorante è pieno può succedere d'essere serviti tardi e con un piatto freddo. Ma chi vive in Cina è abituato a questo – per qualche motivo, in questo Paese di un miliardo e trecento milioni di persone non si trova un singolo cameriere decente. E' un po' come per i calciatori. Chissà perché.

Ma poco importa – non si va alla Green T. House per avere un buon servizio o per mangiare bene, sebbene molti patti siano estremamente interessanti. Ci si va per farsi stregare, entrare in un sogno fatato, e trascorrere qualche ora in un mondo che non è il nostro, in cui le nostre fantasie sono libere di esistere al di là della luce inflessibile della città che sta fuori.

In poche parole, questa è la Green T. House.


2008-10-26

Veggenti

E' una sera di giugno, e sto lavorando come un matto da tre settimane per una serie di eventi che si stanno concretizzando proprio in questi giorni. Sono davanti all'Oriental Plaza, uno dei mall più moderni e pettinati della città, su una scalinata imponente che, da una piazza con una fontana scende verso la Chang'an Jie, la strada a dodici corsie che taglia Pechino a metà tra nord e sud. Insieme alla mia collega Cherry, originaria dello Henan, stiamo aspettando il gotha aziendale, per portarli in un ristorante scicchissimo nel mall stesso.

Ed è proprio mentre i miei occhi scandagliano la strada cercando di trovare il taxi degli ospiti che aspettiamo, che mi si para davanti un vecchio. Vedere un vecchio in questa zona è già abbastanza strano – la Pechino moderna appartiene alla nuova generazione di giovani intraprendenti, non a quella vecchia e ancora legata alla logica dell'azienda statale. Ma chi ho davanti non è un vecchio qualunque come ce ne sono qui – occhialini, abiti dimessi o al più vecchia uniforme maoista, scarpe cinesi di tela nera, aria riservata e molto pacata. Il vecchio tanto per cominciare non è poi tanto vecchio, ma solo estremamente sfatto: avrà forse cinquant'anni ma ne dimostra settanta. E' coperto di stracci, ma stracci genuini (non gli stracci dei mendicanti che sono più una mascherata tragica che altro); indossa dei sandali, una sacca-zaino da vagabondo e ha una barba lunga e appuntita da taoista. Mi guarda negli occhi spiritato, e mi prende la mano, esaminandola con aria interessata e professionale. “Mmmh... “ annuisce. Poi mi guarda ancora, stavolta meno inquietante, e mi chiede se può leggermi la mano: fanno solo venti kuai. Lui, beninteso, è un veggente itinerante originario dell'Anhui; Cherry, che viene dallo Henan ed è più che scafata, si dimostra scettica, ma non interviene trattando con tolleranza il mio bisogno occidentale di pittoresco. Normalmente direi anche di sì, ma siccome sto lavorando, gli pongo la condizione di muoversi – e siccome ormai ho assimilato anche un po' di cinesità, negozio: previsione espressa, metà tempo, metà prezzo. Il vecchio accetta e, facendo tradurre a una divertita Cherry, mi spiega cosa vede.


Questo mese, il giugno-luglio (lui si esprime in mesi lunari cinesi, ovviamente) del 2007 è un ottimo periodo, il migliore dell'anno. Anche l'anno è un anno buono, ma quello che verrà sarà molto più impegnativo. Sono una persona con una mente sveglia e forte, di ottima cultura, facile all'apprendimento; sono anche fortunato in amore, così fortunato che posso anche avere due donne, l'importante è che stia lontano da quelle del segno del Topo, che mi porterebbero sfortuna (penso alla mia ex del Topo e annuisco).


Poi arrivano i nostri ospiti. Cherry li vede arrivare in macchina. “Per favore, chiudi che dobbiamo andare” dico al veggente, ma quello non sembra di fretta.


Il miglior periodo della mia vita sarà tra i 33 e i 43 anni, poi avrò qualche problema, forse di salute ma non necessariamente.


“Ora devo proprio andare!” dico, ma il vecchio non mi molla la mano. Cherry va incontro agli ospiti, io cerco di divincolarmi ma senza troppa convinzione. Chissà perché, è difficile trattare i veggenti in modo brusco: forse ha a che fare con una paura superstiziosa dei loro poteri, oppure con il transfert che subiamo nel momento in cui questi cominciano a descriverci la nostra vita come se la conoscessero meglio di noi.


L'ultima parte della mia vita, dice – e stavolta me la devo cavare senza traduzione - filerà comunque molto liscia, almeno fino agli 89 anni, perché la mia linea della vita è eccezionalmente lunga (penso che se si basa sull'aspettativa media dei cinesi, forse potrei anche vivere fino a 120 anni).


Poi finalmente mi molla. Prendo il portafoglio e mi accorgo che non ho 10 kuai spicci, ma solo 20. Glieli allungo chiedendo il resto, e guardandomi alle spalle mentre il mio capo e gli ospiti intanto mi passano di fianco e mi guardano come dire “Che poca professionalità, noi siamo arrivati e quello si sta facendo leggere la mano da un barbone”. Il veggente ravana a lungo nella sacca, giocando sulla mia premura, ma oramai il peggio è passato, e non può peggiorare. Finalmente trova una banconota stropicciata da 10 kuai che prendo e infilo nel portafoglio. Lo saluto, ringraziandolo, e scappo per raggiungere la mia comitiva.


Sembra la scena di un film, ma Pechino è anche questo – il sorprendere, il rompere la monotonia della vita prevedibile. E il veggente ci ha preso, chiederete voi? Mah... certamente che il 2008 sarebbe stato un anno difficile è stato verissimo, e questo lo scoprirete leggendo i futuri post. Che io abbia una buona mente non sta a me dirlo, ma posso dire di essere stato abbastanza fortunato in amore, anche se effettivamente le donne Topo sono state tra quelle più problematiche nella mia vita sentimentale. Due donne allo stesso tempo non le ho ancora avute né prevedo di averne. Il resto ha ancora da venire, quindi dovrete portare pazienza come la porto io.


Per quel che mi riguarda, non ho troppa fretta di scoprirlo. Per adesso sono qui, e mi godo questa imprevedibile, cinematografica Pechino.

2008-10-12

Russi

Ho già raccontato in precedenza di avere una vicina russa, Inna. Mi capita una sera di incrociarla sul pianerottolo, e quella mi dice che sta a casa con degli amici, e mi invita a unirmi. Ben venga, per dimostrare la mia buona volontà mi presento con una boccia di Nero d'Avola, ed eccomi nel salotto della mia vicina.

L'appartamento è speculare al mio, solamente che invece del parquet in linoleum ci sono delle gelide piastrelle. Le luci al neon bianche invece sono le stesse. Nella sala c'è un divano, un tavolino basso, delle sedie e una TV su un mobiletto, praticamente come nella mia. Due personaggi sono già seduti con delle bottiglie di birra Baltika in mano. Una si chiama Inna, proprio come la mia ospite: grassoccia, naso a patata, fondi di bottiglia sugli occhi, mi fa un sorriso e mi saluta. L'altro è Vova, da me conosciuto come il tamarro del palazzo, un minorenne alto più di me che ama scarabocchiare in cirillico sui muri delle scale e pimpare il suo motorino con improbabili stereo per aumentare il volume della musica techno russa. Non mi ha mai salutato né sorriso, invece ora allunga la mano affabile, con quell'aria un po' losca tipica degli slavi che più ti sorridono più ti fanno pensare che ti stanno fregando.

Inna la vicina fa la manager in un ristorante di fronte al compound diplomatico di Gongti Bei Lu. Si vede che è brava e si sbatte, anche se il posto è talmente pacchiano che non mi sono mai azzardato ad entrare. L'altra Inna lavora in una non meglio precisata trading, e anche lei è una ragazza seria, con la testa a posto. Vova ha 17 anni, vive con la madre che è la classica signora russa biondissima, algida, leopardata e con due seni di dimensioni impossibili; il padre non è ben chiaro dove sia. Va a scuola a Pechino, ma con scarsi risultati: poco male, perché tanto lui odia la scuola, odia la Cina e vuole fare il DJ; nell'attesa di diplomarsi ed uscire di casa, spaccia hashish.

Le due Inna sono poco impressionate dalla mia boccia di vino – una non ne beve, l'altra lo beve solo bianco. Vova invece individua lo status symbol del ricco pappone e, praticamente da solo, svuota la bottiglia. I tre hanno un computer che, sul Windows Media Player, suona musica techno russa: Vova intanto si diverte a mostrare dei video, forse scaricati da Youtube, con delle gratuitissime scene di violenza tipo: cinque ragazzi russi che si picchiano (e non parlo di pugni allo stomaco, ma di colpi di anfibio in faccia e gomitate alle tempie), soldati russi che, ridendo, stanno fermi in fila con un sergente che, uno a uno, li prende a ginocchiate nello stomaco, tre amici che litigano e a sorpresa uno tira fuori una catena e colpisce un altro; il terzo prova a dividerli e si becca un colpo di catena anche lui, quindi inizia una rissa reale in cui tutti picchiano tutti finché altri passanti intervengono per aumentare il livello di violenza e sangue.

Vova si spancia ma le due Inna, al contrario di me, non sono per nulla impressionate. La mia vicina mi spiega “This is how Russian young people like to have fun. It's normal in Russia. Everybody does it”. Vova è molto fiero di sé stesso e della sua nazione in questo momento, almeno finché Inna non chiude amareggiata con: “I come from Vladivostok. No way in going back to that shit”. Vova dissente: lui la Russia la idealizza: altro che 'sto paese di debosciati, dice, in Russia c'è da divertirsi! La seconda Inna concorda con l'amica. La Russia è un postaccio e a Pechino, se uno ha voglia di lavorare onestamente, si sta molto ma molto meglio. Scopro quindi che la maggior parte dei russi di Pechino, come mi spiegano, è siberiana: gente di Vladivostok, di Irkutsk e del resto della Russia orientale.

I russi sono la comunità europea più antica a Pechino, e la loro ambasciata, circondata da un enorme parco all'interno del Secondo Anello, ne è testimonianza. Esiste addirittura un quartiere russo a Pechino, con una via, Yabao Lu, dove i negozi hanno insegne in cirillico e vendono pellicce e altre cose importate direttamente da oltreconfine. La sera la zona diventa ovviamente losca, con una serie di night club tra i più costosi della città, se non altro perché le bionde comandano prezzi ben più alti delle orientali, e questo in tutta l'Asia. Non ho idea di quanti russi ci siano a Pechino, ma sono tanti, forse la comunità straniera più estesa, e ad essi si aggiungono i russi cinesi, quelli che qui vengono definiti “cinesi appartenenti alla minoranza etnica russa”.

Per tutto il tempo i miei compagni di bevuta hanno continuato a interloquire tra loro in russo, utilizzando l'inglese solo per parlare direttamente a me. All'aumentare dell'alcool e fondamentalmente della noia e della stanchezza, succede che finiscono a parlare tra loro praticamente dimentichi della mia presenza, se non ogni tanto Vova che alza il bicchiere per brindare con me. Dopo un quarto d'ora che nessuno mi rivolge la parola, totalmente escluso dalla conversazione e annoiato a morte dalla techno russa, mi congedo. Vova, mescolando birra e vino, è bello alticcio e quando gli lascio il fondo della bottiglia decide che sono diventato suo amico, e quindi mi invita a chiamarlo nel caso mi servisse dell'hashish. “Anytime, you just call me, I can bring you the next day!”. Grazie, dico, ti farò sapere. Inna mi saluta calorosamente e mi invita a tornare quando voglio, l'altra mi sorride con simpatia, e non capisco sinceramente se si rendono conto che mi sono annoiato da morire. O forse è colpa mia, quando loro mi hanno invitato a bere qualcosa da loro intendevano che bere era lo scopo della serata, e si aspettavano che mi ubriacassi invece di far conversazione tutto il tempo.

Torno a casa sorpreso da questa strana gente. Saranno anche d'origine europea, ma per me i russi son più strani che i cinesi. Senz'altro condivido l'opinione che qui sia molto meglio che nel loro Paese, se non altro per l'ospitalità della gente. Mi fa piacere comunque aver conosciuto questi russi pechinesi e aggiungere un tassello alla mia comprensione di questa città, all'apparenza così semplice e monolitica, e invece così antica e complessa.

L'importanza del come e non del cosa

Una delle sicurezze di ogni lavoro è quella dei problemi, dei guai, dei casini. In gran parte delle aziende, il lavoro quotidiano di impiegati e dirigenti è proprio quello di prevedere, affrontare e risolvere i problemi. Quasi tutti voi sarete familiari con i problemi che normalmente occorrono in Italia: ci sono cose che si possono fare, cose che non si possono fare, e cose che non si dovrebbero fare ma si fanno lo stesso, ed è meglio che nessuno venga a saperle. Tre categorie semplici e chiare. In Cina, come forse immaginerete, non è così.

In Cina tutto si può fare, dipende COME lo si fa. C'è un modo particolare di fare ogni cosa: se non lo si conosce, ci si arena sulle cose più elementari e sciocche. A causare i guai non sono mai i grossi problemi, perché tutto si può risolvere, ma sono quelli piccoli, talmente piccoli che non li si era previsti e spesso li si sottovaluta, fino al giorno in cui ci rendiamo conto di essere sommersi da un mare di impedimenti stupidissimi a cui non saremo mai in grado di far fronte, e intanto l'azienda è paralizzata.

Gran parte di questi stupidi problemi sono causati dalla superficialità dello staff cinese non esperto. Se avete lavorato in Cina, sapete che occorre dare ordini chiari, precisi, semplici, univoci, eliminare qualunque possibilità di sorpresa, e controllare costantemente tutto quello che viene fatto, dall'inizio alla fine. Altrimenti, è l'inferno.

Veniamo all'esempio: un bel giorno chiedo a Sophia, la nostra segretaria-interprete-ricercatrice con grande esperienza in aziende straniere, di chiedere dei preventivi per il trasporto refrigerato via camion tra Shanghai e Pechino. Lei dice “OK”, immediato campanello d'allarme; se non fanno domande, o non hanno capito, o non stavano ascoltando. Infatti il giorno seguente Sophia mi risponde a voce. “Ci sono diverse aziende che lo fanno, una a tot alla cassa, una tot al chilo, un'altra invece dice che devi riempire il camion”. Le chiedo cortesemente di farmi un foglio excel, e dopo tre volte che glielo faccio rifare comincio a capirci qualcosa. Tutti i preventivi sono fantasiosamente alti, tipo che una spedizione aerea Milano – Pechino mi costa meno. Però Sophia, nella sua bravura, ha trovato uno che ci fa un prezzo bassissimo, e si capisce che si aspetta che io dica “OK, lo prendiamo”. Invece, dall'alto della mia esperienza in Cina, rispondo: “Il camion refrigerato ce l'hanno?”.
“Be', no” risponde candida “hanno un normalissimo Jinbei, ma dicono che possono cospargere il vano trasporti di ghiaccio, se occorre”.
“Sophia, lo sai che tra Pechino a Shanghai ci sono almeno 24-36 ore di autostrada?”
“Sì, perché?”

Non credete che questo sia un caso isolato. Quando ho lavorato alla mia vecchia azienda, abbiamo spedito salumi freschi per almeno sei mesi in camion refrigerati (refrigeratissimi, ce li avevano persino fatti esaminare, erano impeccabili) per tutta la Cina, incluse le regioni tropicali dove facevano 45 gradi all'ombra e umidità 90% nei giorni freschi. Poi un giorno siamo andati a vedere il magazzino di Canton: un garage da automobili con due frigo da supermercato, stipati di salami coperti delle muffe più strane. Siccome avevano calcolato male la capacità, un buon 60% della merce era fuori dal frigo, perché non ci entrava, e vi lascio immaginare il colore. L'odore no, perché erano sottovuoto, e per questo probabilmente il magazziniera aveva pensato che era OK proporli così ai clienti stranieri, che quelli sai che porcherie si mangiano – se c'è il formaggio con la muffa, ci sarà anche il salame con la muffa, no? Io l'avevo presa bene, il responsabile produzione, che era in Cina da meno tempo, era diventato viola e ne aveva dette di ogni al capo dell'ufficio di Canton. Il quale sereno, aveva risposto: “Non è mica colpa mia, il salame è già arrivato così”. Fast-forward al responsabile trasporti, altrettanto candido: “Noi utilizziamo una società di trasporto esterna e paghiamo un prezzo fisso al chilometro. Ma il frigo consuma energia e quindi carburante, per cui lo spengono quando viaggiano”. Come dire, scemo tu che me lo chiedi.

Succede poi che un giorno l'ufficio di Milano mi avverte che devo ricevere una spedizione di prodotti alimentari vari, tutti di straordinaria qualità, e che quindi richiedono condizioni impeccabili di magazzino. Utilizziamo un grande vettore italiano il cui responsabile milanese vanta programmi speciali tipo “Zero Damage Delivery” con un controllo perfetto del prodotto dalla porta della fabbrica all'utilizzatore finale. All'aeroporto di Pechino sdogana un'azienda cinese loro partner, che conoscono benissimo e con cui lavorano da anni. Il milanese quasi si offende quando gli chiedo più dettagli, come se mettessi in dubbio la sua professionalità. “E' tutto sotto controllo, lei si preoccupi solo di ricevere la merce il giorno tale”. Il milanese, dall'alto della sua professionalità, divide la merce in due spedizioni: prosciutto e formaggio in frigo, olio, conserve e cioccolato a temperatura ambiente. Non fidandomi, chiamo infatti la ditta cinese: “Tutto è sotto controllo” mi dicono anche quelli, quasi scocciati “una parte andrà in frigo, l'altra a temperatura ambiente!”. Puntiglioso, chiedo maggiori riformazioni sui locali di giacenza: uno è una sala refrigerata con una temperatura oscillante tra i 2 e i 10 gradi (la massima temperatura da frigo è 4 gradi). Quanto all'altra, è un capannone qualunque. Temperatura ambiente: solo che la temperatura ambiente a Pechino a giugno sono 38 gradi, e vaffanculo al cioccolato. “Ma noi lo mettiamo all'ombra” dice il cinese, candido. Segue telefonata all'ufficio di Milano con toni poco pacati e minacce di cause legali e simili.

Il tutto per gestire la catena del freddo, che è una cosa che in Europa conosciamo da almeno 20-30 anni. Ora pensate a cosa succede quando invece trattate operazioni di borsa, sicurezza informatica o medicina.

Il rischio è esattamente quello che rende la vita così frenetica in Cina. Non potete mai rilassarvi, perché in qualunque momento potrebbe sorgere un problema assolutamente idiota che rischia di mettere a repentaglio l'esistenza stessa dell'azienda in cui lavorate. Ma in fondo è anche ciò che la rende così poco noiosa – ogni giorno ci sono nuovi problemi e, se li prendete con pazienza e filosofia, potreste persino mettervi a ridere come avete fatto leggendo questo post, anche quando a risolvere questi guai dovete essere voi.

2008-10-05

2 Giugno

Il 2 giugno è la Festa Nazionale italiana, e nelle nostre sedi diplomatiche di tutto il mondo si celebra con un ricevimento a cui è invitata tutta la comunità dei connazionali e un nutrito gruppo di autoctoni che hanno a che fare con essa. Nello specifico, a Pechino la festa si tiene nel giardino della residenza dell'Ambasciatore.


Ricevo il mio invito e decido ovviamente di andarci, se non altro per coltivare un po' di relazioni con le persone presenti e per far vedere a Dandan com'è questo tipo di evento. La festa, beninteso, non è mai un granché: i prodotti sono quasi sempre offerti gratuitamente da qualche azienda o ristorante italiano, l'organizzazione è abbastanza raffazzonata, ma siccome tutti ci vanno è un'ottima occasione per vedersi, salutarsi e scambiare informazioni.


Siccome arrivo dall'ufficio, fa un caldo boia e l'afa uccide, mi presento molto casual, con un paio di jeans leggeri, sandali e maglietta di lino. Vengo accolto all'entrata da una fila di persone – Ambasciatore, moglie dell'Ambasciatore, Primo Console e signora, Generale Responsabile della Difesa e signora, Direttrice dell'Istituto Culturale e signore, tutti a stringermi la mano con sorrisi di plastica. Guardandomi attorno, mi rendo conto che tutti sono estremamente eleganti, e anche quelli più rilassati hanno almeno la camicia. Gli ultimi due sorrisi sono quelli di persone amiche, e nei loro occhi leggo un totale disappunto e rimprovero, del tipo: “Se la situazione non fosse questa ci sarebbe da ridere. Ma come ti può essere saltato in mente di presentarti così?”. Pertanto finita la fila di strette di mano e saluti eseguo un'inversione a U, esco, risalgo sul taxi e torno a casa, onde procurarmi degli abiti più opportuni. Ci sarebbe da vergognarsi, e mi vergogno, ma la situazione è talmente surreale che vaffanculo, non riesco a non ridere ripensando alle facce di tutti quando mi hanno visto.


Nel frattempo chiamo Dandan: “Ciao Amore... ti ricordi quando ti avevo detto che potevi vestirti come volevi? Dove hai detto che sei? Ecco, dì al tassista di tornare indietro, ci vediamo a casa”.


Ci ritroviamo effettivamente all'appartamento, dove lei si mette un bell'abito marrone e io un completo di lino bianco con camicia color caffè. Risaltiamo sul taxi e, grazie alla posizione favorevole di casa nostra, circa 40 minuti dopo siamo di nuovo in ambasciata. A quel punto la fila di diplomatici si è già dispersa e tutti sono intenti a sorseggiare bicchieri di prosecco nel giardino, chiacchierando e sudando come contadini nei loro begli abiti eleganti. Fa un caldo che non si può descrivere, ed eccoli lì, gessato e cravatta, vittime della loro vanità, che boccheggiano impotenti, schiacciati dal clima estivo della metropoli. Io e Dandan ora siamo stra-stilosi e non abbiamo nulla di cui vergognarci (a parte il sudore, ma partiamo avvantaggiati perché gli altri fanno sauna da 40 minuti prima di noi), e ci uniamo alla folla.


Ora, gli italiani si lamentano tutti di queste incombenze, ma poiché si tratta di bere e mangiare gratis e incontrare gente che occorre vedere ma a cui non si vorrebbe dare appuntamento, si presentano tutti. Incontro Linda, Yao Qiong e suo marito Alberto, Stefano l'avvocato, Viola, Federico, Alessio, e altri: Marco, Luca, Luisa, Irene. Tutto sommato non è male questa festa – non tanto in sé ma per il peso che toglie. Fatte le conversazioni, salutate le conoscenze,ascoltati i pettegolezzi personali e d'affari, ciascuno se ne va.


Qualcuno propone una cena in un ristorante di pesce, ma io ho ancora da fare in ufficio: con la scusa opportuna, prendo Dandan e Viola e in pochi minuti raggiungiamo il luogo. Mentre guardo le ultime e-mail della giornata, metto su un po' di musica italiana – Negrita, Afterhours, i vecchi Litfiba – e stappo una bottiglia di Moscato spumante, di quello buono. Viola e Dandan si riempiono i bicchieri, e ondeggiano a ritmo della musica. Rimaniamo a chiacchierare dopo che ho esaurito i miei impegni al computer, finiamo la bottiglia con calma, senza fretta. Tra amici, in una situazione rilassante, con un bicchiere di vino buono e buona musica... cosa serve di più? E' questo davvero il modo ideale di finire una serata così.


2008-09-20

Qualità della Vita

Il Genio è un’altro strano personaggio che conosco al Bookworm, frequentando i Poeti Sotterranei. Napoletano, è venuto a Pechino così, per curiosità. Non è un carrierista, il Genio, sebbene abbia tutti i numeri per sfondare. Ha ben chiaro in mente cosa vuole: una buona qualità della vita; e vedere il mondo. E’ stato un po’ ovunque, viaggiando e vivendo per qualche mese, o qualche anno: Germania, Sudamerica, Groenlandia, Stati Uniti, Indocina. A 29 approda nella capitale cinese, mantenendosi come insegnante di italiano, mestiere che gli permette di mantenersi più che dignitosamente, avere un contatto continuo con persone locali, e di poter coltivare tanti hobby nel suo tempo libero. Più tardi lo metterò in contatto con il signor Chen, con cui comunica in tedesco, in un progetto per portre stagisti dalle scuole alberghiere italiane a Pechino. Vive a Sanlitun, è sempre in giro per locali, conosce moltissima gente della sua età da tutto il mondo. Gran persona, il Genio, grande esperienza, grande testa, grande cuore; si butta nelle cose senza pensarci troppo, è una persona che non si fa mai frenare dalle proprie paure.

Poi un giorno il Genio incontra una ragazza tedesca, e se ne innamora follemente. Lui, beninteso, sta con una ragazza americana che lo aspetta a Napoli, quando lui tornerà dal suo viaggio di alcuni mesi. Ma il Genio, persona così responsabile, davanti a questa ragazza tedesca più giovane di lui perde totalmente la testa. Per rispetto alla sua fidanzata non fa nulla fino a quando torna a Napoli per un paio di settimane: qui la lascia, e torna a Pechino, dove scopre che la sua tedesca, disperata per la sua assenza, è stata con altri. Cuore lacerato, si abbandona al melodramma: litigano, poi si giurano eterno amore, si mettono assieme, poi lui scopre che lei deve tornare in Germania a breve, quindi decidono di vivere la loro storia fino in fondo, coscienti del fatto che dovrà finire.

In quel periodo il Genio è passato da una serena calma di viaggiatore alla nera disperazione dell’amante dominato dalla passione alla gioia dell’amore contraccambiato. Lo vedo felice come non l’avevo visto prima, pur consapevole della fine prossima della sua storia. Nelle ultime due settimane lui e la sua tedesca viaggiano per la Cina, fanno una crociera sul Fiume Azzurro. Poi lei parte, e lui sospira. Può tutto finire così?

Forse una storia normale sì, ma non un melodramma. Infatti lei, a meno di un mese dalla partenza, si scopre incinta. Il Genio non ha dubbi, quando riceve la notizia. A malincuore, fa i bagagli e lascia Pechino per trasferirsi in Germania, dove cresceranno insieme il bambino.

Vedo il Genio per l’ultima volta nel vecchio parcheggio dei bus di Gongti Bei Lu, insieme ad altri amici. E’ ansioso di rivedere il suo amore, e di iniziare una nuova vita come padre e uomo di famiglia ma, nel lasciare Pechino, ha le lacrime agli occhi. Nell’arco di pochi mesi, la sua vita è cambiata totalmente, ha fatto esperienze e conosciuto persone che hanno lasciato tracce profonde nella sua esistenza. Pechino luogo di epifanie? Perché no? In fondo è proprio l’esperienza del diverso ad allargare la nostra immaginazione, la nostra consapevolezza.

Non dimentico le parole del Genio, quando mi saluta: “Ci sono stato proprio bene a Pechino. Altro che Germania, una qualità della vita come qui non l’ho mai trovata da nessuna parte”. Parole sante.

Gli auguro buona fortuna, e lui risponde in cinese “Haoyun”. Non sono sicuro si dica così, sembra più una traduzione fatta a vocabolario che qualcosa che dicono i cinesi, ma in fondo non importa. Ogni esperienza qui non può che essere soggettiva, per avere un vero senso umano. Abbraccio il mio amico un’ultima volta e spero che tutto gli vada bene, con la sua donna e suo figlio prossimo a venire – e penso ancora a quante persone strane e interessanti conosco qui, e agli effetti imprevedibili che nascono dall’incrociarsi dei nostri sentieri...

2008-09-03

Filare alla cinese

Un bel giorno incontro la mia vicina grassa, quella che voleva piazzarmi con la nipote di campagna, sul pianerottolo, e ovviamente attacca subito bottone. Fin qui nulla di strano – sorrido, annuisco, non capisco un’acca e mi dirigo verso l’ascensore. Ma stavolta non è come al solito, la Donna di Pechino è più insistente del solito e vorrebbe farmi entrare a casa sua, fa segno di telefonare. Educatamente, le spiego che non ho idea di cosa stia parlando e quindi spreca il suo fiato con me, ma se ha la pazienza di aspettare stasera, magari Dandan ci fa da traduttrice.

Detto fatto, per bontà d’animo mia convinco Dandan a bussare alla porta, ed ecco la vicina che si illumina, quasi non ci sperasse che ritornassi. Ci fa accomodare in salotto insieme al marito, e la figlia minore viene mandata nell’altra stanza, mentre la nipote lava i piatti in cucina. La Donna di Pechino parla piano, sottovoce con Dandan, e con un’umiltà che non le si confà – qualcosa si serio bolle in pentola. Intanto ecco tazze di té amarissime e sigarette letali offerte a profusione, col tono di chi non accetta un no. Ed ecco che, dopo una decina di minuti, Dandan traduce.

Dovete sapere che i vicini, a parte la nipote-domestica, hanno due figlie: una è una peste sempre sorridente ed energetica che avrà una decina d’anni e vive con loro, l’altra invece qui non s’è mai vista, ha una ventina d’anni e sta in Australia a studiare. O almeno questa è la versione ufficiale. Senonché scopriamo ora che, prima di finire la scuola superiore, la figlia maggiore conosce su internet un giovinastro dello Henan, che in Cina è come dire uno spiantato della provincia di Napoli, e se ne innamora pazzamente. Siccome la famiglia o sputa e lo schifa perchè è povero, ignorante e pure Henanese, quindi nel migliore dei casi un ladro e un truffatore, i due giovani fuggono assieme. Solo che dopo un paio di settimane, vuoi perché son senza soldi, vuoi perché lei si pente della sua scarsa pietà filiale, la figlia torna all’ovile e i genitori, pieni di comprensione, si sputtanano i risparmi di una vita per spedirla in Australia, nella speranza che metta giudizio e magari si piazzi con uno straniero danaroso.

Ora, dopo più di un anno d’università, accade che la figlia all’improvviso smette di chiamare. I suoi amici cinesi in Australia non sanno dove sia, e la famiglia automaticamente va a pensare che sia tornata in Cina di nascosto e sia di nuovo fuggita col disoccupato Henanese. Poi un giorno una chiamata da un numero australiano, nessuno parla, la madre disperata. Richiama, ma risponde sempre una voce inglese.

La supplica della vicina è questa: che io chiami il fatidico numero e mi informi della figlia. Cosa che prontamente faccio: mi risponde effettivamente una voce con distinto accento australiano e il timbro di chi è stato svegliato dallo squillo. Con un po’ d’imbarazzo, spiego la situazione, anche se mi rendo conto che non so nemmeno il nome di questa ragazza. L’australiano non sa nulla di chiamate da questo numero verso la Cina, tantopiù che non ha nemmeno amici o conoscenti cinesi, mi dice. Sembra, oltre l’imbarazzo ovvio di chi viene svegliato da una telefonata del genere, sincero, lo ringrazio e metto giù.

La vicina mi offre un’altra tazza di orribile té, che accetto, ma la sigaretta davvero basta, è la terza in un quarto d’ora. E’ visibilmente delusa. Non so bene su che base sospetti che la figlia sia tornata in Cina: se così fosse sarebbe veramente scema, ma la gente non smette mai di stupirmi. Dandan si congeda trasciandomi via, e non ne vuole più sapere dei guai dei vicini, che secondo lei a immichiarsi troppo degli affari altrui ci si rimane invischiati.

Storie strane accadono attorno a noi, ogni giorno, di cui nulla sappiamo. Mi vengono in mente le scene, fin troppo frequenti, di ragazzini con lo zainetto accovacciati sulla strada, davanti a loro scritta in gesso la melodrammatica storia della loro fuga da casa accanto a un cappello vuoto, una ciotola di ferro, un qualunque recipiente per monete e banconote da un mao. Mi chiedo dove sia ora, la figlia mai conosciuta dei miei vicini, e non posso fare a meno di avere compassione loro, a prescindere delle evidenti colpe educative. Quanto investono i genitori cinesi sui loro figli, senza curarsi minimamente dei loro desideri e delle loro ambizioni, senza ascoltarli, comunicare – questa storia, mi rendo conto, non è che uno degli infiniti drammi familiari che si consumano in Cina, dove una cultura basata sull’obbedienza cieca agli anziani e la competizione con i coetanei porta, troppo spesso, i giovani ad uscire di testa e dire: “Adesso basta. Fanculo. Ora sparisco”.

“Ti senti impotente di fronte alla vita

ti senti una rosa in un campo di ortica

che sei tutto e sei niente, sei la cima sei il fondo

sul mondo... tondo... vai!”

Negrita, “Vai Ragazzo Vai”, dall’album “Paradisi per Illusi” (1995)





2008-08-04

Il Tempio di Dajue

E così, anche questo fine settimana niente Datong. E niente Chengde. Ma è il nostro anniversario, e io tra queste strade asfaltate e respirare carbone e gas di scarico non ci sto.


Così, sabato mattina, io e Dandan carichiamo lo zaino della sera prima in spalla. Cinque fermate di metropolitana, due di monorotaia, trenta chilometri di bus e tre di taxi più tardi ci vedono sulle pendici di una delle montagne a Ovest di Pechino, i famosi Xishan (西山), i monti occidentali che si vedono nei giorni in cui il cielo è più chiaro. Davanti a noi, la porta in restauro del tempio di Dajue (大觉寺). Il Tempio della Grande Consapevolezza, un eremo buddhista costruito in epoca Liao, attorno al 1068, e ovviamente rimaneggiato in epoca Ming e Qing, i cui imperatori, in perfetto stile cinese, lo resero irriconoscibile per celebrare la loro versione del passato. Tradizione peraltro non abbandonata nemmeno oggi: la Cina moderna ricostruisce i templi secondo la versione attuale di luogo sacro, non certo quella originale.


Il luogo è piacevole e silenzioso, l’aria è fresca e pulita e non ci sono orde di contadini, forse grazie al fatto che i monaci, espulsi durante la Rivoluzione Culturale, non sono mai stati rimandati indietro a gestire una trappola per turisti. Invece, l’ufficio locale per il turismo ha trasformato questo tempio millenario in una casa da tè, dove una tazza di Lipton in bustina viene 150 kuai, e i pu’er più rari arrivano a 1980 RMB al bicchiere. Un posto per ricchi, insomma. Paradossalmente questa scelta iper-commerciale ha permesso al tempio di mantenere una calma molto più vicina all’originale di tanti altri: niente folle di bifolchi con vecchi, bambini e cani al seguito, solo gente elegante e civile che sorseggia tranquillamente tè, si guarda attorno, scatta fotografie con discrezione. Nessuno sputa, nessuno butta rifiuti per terra, nessuno sparge la colazione al sacco a base di riso, aceto, salsa di soia e merda sulle antiche pietre.


Eppure, anche qui, il restauro moderno lascia i suoi segni. A parte due leoni in marmo, cui le guardie rosse hanno rotto il muso a martellate, il resto del tempio è stato risistemato. In alcuni casi bene, perché i padiglioni e le statue lignee dei buddha sono ancora lì, tarlate ma integre, e se restauro c’è stato non si nota. Ma poi, inevitabilmente, si notano i particolari sbagliati: le crepe dei gingko millenari vengono stuccate per proteggere la pianta dai parassiti, ma gli operai passano poi a inchiodare una corteccia di plastica al tronco, in modo da nascondere la stuccatura, così gli alberi sembrano in buona salute; le panchine messe a disposizione hanno lo schienale in ferro battuto, con la rappresentazione di un angioletto grassottello che suona l’arpa, simbolo ben poco adatto a un santuario buddhista; una volta c’era un famoso padiglione attorno a cui era cresciuto un albero i cui rami abbracciavano la struttura: siccome l’albero è morto qualche anno fa, adesso uno scultore sta rifacendo l’albero in silicone, in modo da farlo sembrare uguale.


Sulla via del ritorno prendiamo un taxi abusivo, e l’autista è particolarmente loquace. Anche lui, mosca bianca tra i suoi connazionali, si lamenta che il tempio ha ben poco a che vedere con quello che era un tempo. “Oramai ai cinesi interessa solo far soldi” mi dice, con una punta di tristezza “a nessuno interessa proteggere un tempio, a nessuno interessa far felice la gente e farla stare bene. A loro basta avere un bel parco e vendere il loro tè a prezzi impossibili”.

Non posso che assentire. Prima di scaricarci alla stazione della monorotaia, il tassista si volta un’ultima volta, per farmi una domanda che evidentemente gli frullava nella testa da tempo:

“Molti stranieri mi hanno detto che amano la Cina perché la trovano misteriosa. Io proprio non capisco: cosa ci trovi tu di misterioso in questo Paese?”

La mia risposta, tradotta da Dandan, è secca e diretta, e carica di infinita simpatia per le idee dell’uomo.

“La mia opinione è che la Cina ha smesso di essere misteriosa dopo il 1949”

Il tassista scoppia a ridere, annuisce divertito e alza il pollice come a confermare “ben detto”, saluta e riparte: “Arrivederci” ci auguriamo a vicenda.


Nella Cina moderna il mistero non c’è più, l’hanno assassinato. Niente è più sacro, niente è più interdetto ai profani. Tutti vanno dappertutto e nei templi non si procede secondo la fede, ma secondo il portafoglio. Spiriti e buddha non sono che attrazioni per far soldi, pubblicizzate e offerte a tutti in cambio di moneta. A chi importa l’essenza del messaggio buddhista? A chi interessa cosa significa la sacralità? A chi interessa commuovere e far riflettere, conservare un luogo di meditazione e poesia?


Ritornando verso casa, i palazzi grigi e moderni della periferia di Pechino che scorrono oltre il finestrino, sento la mia delusione ancora più forte del solito. Ma c’è una cosa nuova che mi consola un po’, un piccolissimo barlume di speranza: qualcuno in questo Paese, grazie al Cielo, la pensa come me.


2008-07-30

Contadini

Sono mesi che organizziamo la nostra gita a Datong, alle grotte dei Buddha e al monastero sospeso di Hengshan. Dev’essere la gita perfetta, tutto è calcolato. Il primo fine settimana dopo le vacanze di maggio, quando nessuno è in giro a fare il turista. Cerchiamo la calma, il silenzio, l’atmosfera originale dei luoghi. Ci procuramo descrizioni, guide, tabelle di treni e pullman. E poi, il giorno prima della partenza, ecco il contrattempo: il gruppo degli hutong ha l’ultimo incontro, quello fondamentale. Visto che comunque non abbiamo trovato nessuno per seguirci, e siamo solo io, Dandan e Viola, decidiamo di spostare la data al weekend successivo nella speranza di reclutare altri compagni di viaggio.

Ovviamente, contrattempo: due giorni prima della partenza, Viola scopre di avere il turno di notte in radio, il sabato sera. Visto che la domenica io e Dandan festeggiamo un anno insieme decidiamo comunque di partire, io e lei, ma con una meta meno impegnativa: Chengde, la città estiva degli imperatori Qing. Siamo pronti, abbiamo già il biglietto, treno prima classe con cabina letto per la mattina di sabato, arrivo prima di mezzogiorno nell’amena valle di Chengde. Ritorno previsto domenica notte, o lunedì mattina.

Ed ecco ancora il destino infausto abbattersi su di noi: il venerdì sera, alle otto, il capo di Dandan chiama e convoca tutti gli impiegati per domenica mattina alle dieci, perché la settimana dopo parte per New York e deve affidare a tutti qualcosa da fare. Dandan non fiata, come si conviene nelle aziende cinesi gerarchizzate, ma non vuole rinunciare al viaggio, e costringerci un altro fine settimana nella città. “Prendiamo l’ultimo treno stanotte, e torniamo domani sera con l’ultimo”. L’idea mi piace, raramente trovo la mia lei in una vena così avventurosa.

Zaino in spalla, si corre in stazione, la stazione di Pechino con il suo profilo squisitamente maoista. Scavalchiamo i contadini che dormono per terra, lerci e coperti dei loro stracci, appoggiati alle loro valigie che somigliano più a enormi sacchi deformi, e veniamo assaliti da orde di bagarini che ci offrono tutte le destinazioni possibili: tutte, s’intende, tranne Chengde. Quando pronunciamo la parola, curiosamente, quelli si girano e se ne vanno senza batter ciglio. Il che dovrebbe far suonare un campanello d’allarme, ma quando si è in vena avventurosa generalmente i campanelli d’allarme li si ignora con una risata. Cambiamo il biglietto regolarmente allo sportello, non ci sono più letti né sedili disponibili, nemmeno quelli duri, ma noi contiamo di trovarne di vuoti, o al più di sistemarci un un angolo tranquillo e sonnecchiare a turno. Siamo positivi, sentiamo che insieme possiamo affrontare qualunque problema. Ci rechiamo ai binari.

Ore 23.30, buio. Il treno è fermo sulla banchina. Non si tratta, come avevamo pensato, del treno Pechino-Chengde, ma dell’infamissimo convoglio Shijiazhuang-Chengde, che fa una breve tappa a Pechino. Incediamo cautamente, con il timore che si prova quando si entra in un luogo nuovo, sconosciuto e che potrebbe celare un pericolo nascosto.

Ne ho presi tanti di treni in Cina, ma non ne avevo mai visto uno come questo. Nella luce fioca e grigia dei neon, si vedono a perdita d’occhio solo famiglie di contadini, uomini e donne, vecchi e bambini, tutti lerci e neri, tutti senza scarpe, tutti con i loro sacchi che Dio sa cosa contengono. La maggior parte dorme in posizioni improponibili, tanto che a vederli paiono cadaveri, con la schiena arcuata e una gamba sollevata sulla valigia, un braccio che cade a terra. Ma forse non è la posizione, che fa pensare a un luogo di morte, quanto l’odore. Se siete entrati in un pollaio di quelli vecchi, agusti, umidi, senza finestre e con una porta minuscola, dove le galline si nutrono dei rifiuti del pasto familiare e dormono tutte le une sulle altre, forse potete farvi un’idea di quell’odore, altrimenti vi garantisco di no. Era come se quelle persone avessero mangiato, dormito, sudato, sputato, fumato per un mese, in cinquecento tutti sullo stesso vagone, senza mai aprire il finestrino. Solo che tutti i finestrini erano aperti.

Quelli che non dormono per lo più fumano, e guardano me e Dandan senza espressione, come se fossimo fantasmi. Abbiamo mille occhi addosso. In molti, come noi, salgono a questa stazione e cercano un posto.

“E’ libero?”

“No”

E’ l’unico scambio di battute che si sente. E il no non contiene mai simpatia, solo ostilità, un’ostilità territoriale di chi lotta per la sopravvivenza e per questo perde ogni compassione per il prossimo. L’unico sorriso ci viene da uno che sta in fila dietro di noi, e ha capito che per stanotte si starà tutti e tre in piedi.

Camminiamo per cinque vagoni, spintonati costantemente davanti e dietro, scavalcando i sacchi che bloccano il passaggio, e a volte vecchi che, non avendo trovato un sedile, si sono addormentati sul pavimento, per metà coperti dai sedili. I cessi mandano un odore che, persino comparato al resto del treno, è nauseabondo. Tra un vagone e l’altro la gente si accalca comunque, seduta per terra, e gioca a carte, fuma, oppure mangia. In fondo all’ultimo vagone che vediamo, appena prima della porta del vagone merci, ci sono due uomini sui quarant’anni che, accovacciati alla cinese, stanno spolpando un pollo, e gettano le ossa masticate a un metro di distanza, esattamente davanti alla porta d’accesso.

Guardo Dandan e immagino il nostro viaggio in questo treno da incubo, l’arrivo a Chengde alle 4.30 del mattino, la giornata passata a camminare, e poi il ritorno la notte successiva, magari su un treno identico. Anche lei mi guarda, ci capiamo.

“Scendiamo”

Seduti su un carrello bagagli, vediamo il treno partire, carico della sua umanità così diversa da noi, e lo salutiamo. Un uomo corre dietro al treno; probabilmente si era allontanato un attimo e ha calcolato male i tempi della partenza. Si ferma alla fine della banchina, sbraitando. Noi ce ne andiamo, zaino in spalla, verso l’unico spazio verde che vedremo questa notte: il parco di Ritan. Dove, allo Stone Boat Bar, con una qingdao in mano ci godiamo un concerto di musicisti tibetani, circondati da cinesi alla moda e stranieri, per lo più italiani che lavorano nel mondo dell’arte e delle PR. Mi viene da ridere a riflettere sul fatto che tanto spesso lodiamo le culture semplici e tradizionali, ma quando poi ci troviamo in mezzo ad esse, proviamo un sincero e completo disgusto per esse, sia per la mancanza d’igiene che per l’ignoranza, per la chiusura mentale, la trascuratezza. Che ipocrisia, la nostra.

Ma c’è un altro pensiero, che mi gira nella mente, qualcosa che sapevo ma solo ora comincio a capire, ed è la divisione netta che c’è tra gli abitanti delle città e delle campagne. La Cina è una civiltà agricola da sempre, dove il contadino è stato lodato come la base della società: ma oggi la Cina è divisa in due. Quella dei cittadini, la Cina che cresce, si arricchisce, che recupera il passato e la tradizione negate dal comunismo, quella che guarda oltre i confini nazionali con curiosità. E quella dei contadini, centinaia di milioni di facce nere, tutte uguali, tutte polverose e povere, che non crescono, si arricchiscono ma a un ritmo cento volte inferiore ai cittadini, che non sanno nemmeno di avere un passato salvo quello che il Partito ha descritto loro, che credono ancora che fuori dalla Cina ci vivono solo i barbari in regioni remote ai confini del Mondo. Sono due Cine che non provano simpatia reciproca, e che convivono solo grazie al fatto che il Partito nasconde all’una la vista dell’altra, e senza incontrarsi e scontrarsi mai direttamente si ignorano finché possono.

La Cina cui io appartengo, quella che amo, è la Cina cittadina, di cui drammaticamente condivido molti valori e opinioni. Non sento di avere nulla a che vedere con le campagne, e nonostante le origini dei miei antenati siano nelle campagne lombarde, i contadini cinesi mi fanno schifo, li trovo lerci, ottusi ed egoisti. So di averne bisogno, perché mangio quello che loro allevano e coltivano ogni giorno, ma la mia simpatia finisce qui, in un freddo rapporto di simbiosi che ripago con il mio lavoro quotidiano. Queste mie opinioni, essendo condivise da quattrocento milioni di cittadini cinesi, mi fanno non poca paura. Che cosa stanno pensando di noi, i novecento milioni di contadini là fuori?

2008-07-23

Il Vento

“Sotto il cielo di Dublino, Cairo, Bogotà e Pechino

C’è già il motivo per vivere.”

Il Cielo è vuoto o il cielo è pieno, da “Buon compleanno, Elvis!”, Ligabue (1995)


Dei cieli e del vento di Pechino hanno cantato in tanti, ma non si possono immaginare se non si sono visti. Ci sono giorni in cui il cielo è di un blu tanto intenso che sconvolge, non c’è una nuvola, non c’è un accenno di foschia, è come avere un enorme vuoto sopra la testa, e se lo si guarda a lungo sembra quasi di scivolarci, caderci dentro, in questo vuoto celeste e infinito.

Sono i giorni in cui fischia il vento del Nord, un vento gelido che sferza la terra senza pietà, che piega gli alberi, soffia via gli ombrelli, straccia le tende delle finestre, copre ogni suono con il suo ululato furioso, una forza della natura che non si cura degli uomini e delle loro meschine vicende. Ma è un vento che, se lo sai apprezzare, ti sa accarezza, in un suo modo rude ma cordiale, ti protegge dalla calura del sole troppo forte, troppo luminoso, rinfresca la tua pelle, riempie i tuoi abiti e gioca con i tuoi capelli.

La gente che non lo capisce, troppa gente, si rifugia nella case, mortificata da quella tramontana tartara che, prendendosi gioco dei pavidi, picchia alle loro finestre e sbatte le porte, ridendosela di chi crede di sfuggire alla steppa barricandosi in un grattacielo di ventro e cemento.

Io invece rimango nella strada, abbraccio il mio Vento che, con una carezza affettuosa e irruente, mi sposta di un passo, ascolto il suo sussurro e il suo canto, me lo godo lasciando che trascini almeno il mio spirito verso l’alto, verso quel cielo infinito e blu che sta sopra di me, elevandomi verso luoghi nuovi, meno piccoli, meno prigionieri di mille sciocchezze così terrene.

Sono le giornate di Vento, quelle in cui il cielo è blu come un drappo di seta srotolato sopra la città, che mi ricordo del perchè il mio corpo, il mio cuore, la mia pelle amano Pechino. Le parole non bastano a descrivere la profonda fisicità di queste sensazioni.

Ma io qui mi sento libero, come in nessun altra terra di sono ancora sentito.


“Sono il Vento, sono libero... come il Vento”

Il Vento, da “Pirata”, Litfiba (1989)

2008-07-21

Lontani da casa

Da quando Dandan si è trasferita a Pechino la sua camera a Chengdu è vuota, e vuoto è quello che sentono i suoi genitori. Chengdu non è nemmeno dietro l’angolo abbastanza da visitare spessissimo, e quindi, sebbene figlia e genitori si parlino tutti i giorni al telefono, c’è una gran voglia di stare fisicamente assieme.

Il sig. Cheng è relativamente fortunato – lavorando al dipartimento provinciale dello sport ed essendo uno dei responsabili del passaggio della torcia olimpica in Sichuan, ha occasione di venire a Pechino relativamente spesso per vari meeting. Di solito viene alloggiato in un piccolo hotel dietro Chang’an Jie, di proprietà della provincia del Sichuan: siccome non è esperto di Pechino, la sera lo andiamo a prendere in taxi, e lo portiamo a cena o a visitare qualche angolo di Pechino. La prima volta è per me ardua: sono conscio che in parte siamo sotto esame. Portiamo il sig. Cheng nella Guijie, allo Huajia Yiyuan (花家怡园), ristorante di cucina cinese contemporanea di bella presenza, interamente costruito in un’enorme siheyuan a più cortili. E’ uno di quei ristoranti storici, con almeno due-tremila posti a sedere, aperto 24 ore al giorno, e sempre pieno (a orari pasti è normale dover fare la fila). Mangiamo un pasto lucculliano, ma il sig. Cheng, sebbene all’inizio si sforzi di parlare in mandarino, dopo un po’ cambia al sichuanese, e per quasi tutta la serata lui e la figlia parlano, con lei che racconta della sua vita a Pechino, il lavoro, il tempo libero, il cibo, l’aria, le persone, ecc. Percepisco un misto di appresione e nostalgia nella comunicazione del sig. Cheng. A fine cena Dandan mi suggerisce di pagare, e così faccio. C’è qualcosa che mi urta in questa cosa – il fatto che io sia rimasto fuori dalla conversazione per tutta la sera, e ora mi tocca pure pagare quando il sig. Cheng è un vice dirigente spesato dalla provincia. Ingoio il rospo abituato ormai a sospendere il giudizio in un Paese della cultura così diversa dalla mia: l’importante non è avere ragione o meno; sono disposto a subire un torto a tavolino pur di capire e imparare qualcosa. Da noi in Italia sono gli anziani a pagare, sia perché solitamete guadagnano di più, sia perché in Italia chi ha i risparmi sono loro, e i giovani soffrono da morire schiacciati da precariato, dal mutuo, dai costi in aumento di casa e benzina. In Italia una giovane coppia non pagherebbe mai la cena ai genitori. In Cina invece no: i giovani pagano, da un lato per rispetto culturale verso gli anziani – nella logica confuciana sono i figli a dover mantenere i genitori per riconoscenza di averli educati – e dall’altro per questioni economiche: in Cina sono i giovani ad avere i soldi. Scoprirò in seguito che lo stipendio da dirigente pubblico del sig. Cheng è non solo inferiore al mio, ma meno della metà di quello di Dandan. Questo è il frutto della crescita economica: per un cinese sarebbe assurdo pensare come me e aspettarsi di avere la cena pagata dal sig. Cheng. Ma c’è dell’altro – perché pago io e non Dandan? Sempre questione di faccia: io ho portato Dandan a Pechino nell’ottica si sposarla, io devo dimostrare di avere i mezzi e le virtù morali per poterle offrire una buona vita. E’ un’idea sessista, è vero, e la famiglia di Dandan, aperta fino ad accettare un fidanzato straniero che nemmeno parla bene cinese, non si lascia certo ingabbiare da simili formae mentis: è Dandan stessa a porci in posizione debole, in posizione da esaminandi, lasciando ai suoi genitori, semmai, a responsabilità di affracarci da tale condizione (cosa che accadrà già al secondo incontro, quando loro pagheranno la cena).

Fuori dal ristorante passeggiamo sotto le lanterne rosse della Guijie, discutendo dell’origine del carattere Gui (簋) e della forma del recipiente per preparazioni culinarie che rappresenta. Arriviamo a casa in breve tempo, mostrando al sig. Cheng quanto è tranquillo e sicuro il Min’an Xiaoqu e quanto è ordinata la mia – per la famiglia di Dandan ufficialmente ci vivo solo io, mentre lei abita nel residence della banca – casa, opportunamente pulita dall’ayi il pomeriggio stesso. Il sig. Cheng sembra soddisfatto, e non lesina complimenti incoraggianti per noi due. Ci sediamo al divano davanti a una tazza di té e chiacchieriamo ancora un po’, tirando tardi.

Un paio di settimane dopo anche la sig.ra Yuan viene a trovarci, approffittando di una commissione che suo cugino, che è anche il suo datore di lavoro, le ha affidato. Si ferma per un paio di giorni, dorme in albergo insieme a Dandan, per salvare e apparenze – non riesco a immaginare che i genitori non sappiano che nessuno normalmente dorme là, ma in Cina la faccia è importante – e poi anche lei esce a cena con noi, spesata da me, e visita l’appartamento, anche lei ci copre di complimenti su come teniamo bene la casa.

Un esame importante è passato, ora la famiglia di Dandan sa che qui lei conduce una vita sicura, ordinata, serena, e possono vivere con meno ansia la separazione. Ma come per me e i miei, anche per loro c’è il momento dell’addio.

Quando, a tarda notte, accompagniamo all’albergo il sig. Cheng, lo portiamo fino alla sua camera, quindi lui ci riaccompagna alla strada dove prendiamo un altro taxi. Sia lui che Dandan stanno prolungando il più possibile il loro stare assieme, e per due persone che solitamente vanno a dormire alle dieci di sera, stare alzati oltre mezzanotte è una gran dimostrazione di affetto. Mentre io salgo sul taxi, Dandan e il padre si abbracciano stretti, cosa che non ho mai visto fare a nessun cinese che conosco, specialmente in un luogo pubblico. Riesco a vedere, attraverso il vetro, nella luce rossa dei fari, gli occhi del sig. Cheng lucidi, e quando Dandan entra in macchina anche lei ha un groppo in gola. Il sig. Cheng rimane a guardarci e salutarci finché siamo troppo lontani per vederlo, poi si volta e cammina, a lungo, da solo e nel buio, prima di tornare alla sua camera in albergo.

Ho quasi una stretta al cuore mentre abbraccio Dandan e sento i suoi occhi bagnati, e penso che da un lato io la sto portando via ai suoi, e dall’altro, con la mia scelta di vivere qui, faccio del male ai miei, così lontani, all’altro lato del continente euroasiatico, soli e anziani. Ma non c’è una vera scelta, mi dico: la separazione, per quanto dolorosa, è necessaria alla crescita. Come potremmo diventare quello che vogliamo, con i genitori sempre a osservarci, giudicarci e correggerci sulla base di quello che loro vorrebbero che fossimo? Questi sono il prezzo e il frutto della libertà, il dolore della separazione affettiva, e le infinite possibilità che si aprono a noi una volta che non siamo più condizionati dagli antichi attaccamenti.


Mentre il nostro taxi sfreccia nella notte sul Secondo Anello, io e la mia Dandan pensiamo queste cose, e con i nostri genitori nel cuore, benediciamo la nostra scelta, il nostro futuro libero e insieme.


2008-07-16

Illegalità al Midi

“Give up, just quit, because in this life, you can't win. Yeah, you can try, but in the end you're just gonna lose, big time, because the world is run by the Man. The Man, oh, you don't know the Man. He's everywhere. In the White House... down the hall... Ms. Mullins, she's the Man. And the Man ruined the ozone, he's burning down the Amazon, and he kidnapped Shamu and put her in a chlorine tank! And there used to be a way to stick it to the Man. It was called rock 'n roll, but guess what, oh no, the Man ruined that, too, with a little thing called MTV! So don't waste your time trying to make anything cool or pure or awesome 'cause the Man is just gonna call you a fat washed up loser and crush your soul. So do yourselves a favor and just GIVE UP!”

Dewey Finn, School of Rock


Una cosa bella dei primi festival di Pechino è che non c’era una vera e propria “sicurezza”: ognuno era libero di autogestirsi, e aveva il buonsenso di farlo. Ma da questo Midi no, e infatti all’entrata, già al primo giorno, vengo bloccato dal metal detector che attacca a ululare appena si avvicina il mio zaino. Avete presente i cassoni antidiluviani a raggi X, con nastro trasportatore scassatissimo, che in Cina trovate non solo negli aeroporti ma anche nelle stazioni del treno? Ecco, ne hanno sistemati due all’entrata del parco di Haidian. Ovvio che, al controllo, dentro lo zaino mi trovano l’impossibile: latte di birra, boccia di vino, cavatappi. Io d’altra parte sono attrezzato da picnic, come altro prepararsi a un festival?

Segue quella spettacolare abitudine cinese della negoziazione. In Italia abbandoni le tue cose o ti lasciano fuori. In Cina invece dialoghi. Alla fine io e la security ci accordiamo: lascio le latte di birra ma tengo il vino, che sarebbe una perdita economica consistente (del resto che ne sanno che costa poche decine di kuai?) e il cavatappi, ma prometto di riportare a casa la bottiglia vuota e non gettarla a casa nel parco (cosa che ovviamente farò).

La bottiglia ce la godiamo ben bene, va detto, nonostante gli americani e il danese ci guardino come dei paesani mentre loro sorseggiano la loro birra. Il vino alla fin fine spacca, è molto più stiloso e latino, infinitamente meno commerciale della birra, e quindi più rock.

Il giorno seguente arrivo solo al Festival, perché Vicky è al lavoro. Visto che non intendo rischiare la requisizione della mia seconda bottiglia, mi decido che l’unica soluzione coerente con lo spirito rock del Festival sia quella di entrare di sfroso. Segue quindi una ricognizione dell’area del festival, tutta circondata da un muro di placche di metallo blu tenute assieme da fil di ferro e qualche bullone. Faccio presto amicizia con un’infinità di cinesi che, per vari motivi, hanno deciso di scavalcare come me, e sono tanti. Purtroppo il muro non è facilmente scavalcabile se non in alcuni punti, ma questi punti tendono ad essere pieni di guardie, che saranno pure diciassettenni ma sono tante, e comunque l’idea di farmi beccare a scavalcare non mi attrae, specie per la figura che farei da straniero. Passi lo studente cinese squattrinato, ma il ricco laowai... e vai a spiegare che lo faccio solo per coerenza, e che se me lo permettessero pagherei anche un biglietto a parte per la boccia di vino...

Sta di fatto che le tentiamo tutte, io da solo, altri cinesi da soli, o a volte in gruppo, cooperando. Si prova a saltare. Si spostano panchine o pietre. Ci si fa la scaletta. Si snoda il fil di ferro. Si tenta di attraversare stagni e ruscelli. C’è chi si espone, c’è chi fa il palo, c’è chi va avanti a spiare, in un fantastico spirito di cooperazione all’illegalità. Siamo tutti fratelli nel cercare di scavallare senza biglietto in nome degli dèi del rock. Purtroppo quel giorno gli dèi del rock evidentemente guardano da un’altra parte, perché dopo due ore di vani tentativi non combino nulla, e ho l’impressione di non essere l’unico. Mi consolo pensando a quanto comunque mi sto divertendo nel tentare.

Maca poco al tramonto e Dandan, finalmente in arrivo dall’ufficio, mi trova stanco e sudato all’entrata. Vorrebbe tirarmi su di morale raccontandomi di aver acquistato, su un ponte pedonale e per un prezzo bassissimo, dei pass di Greenpeace che ci permettono di entrare senza prendere il biglietto ma, come cinicamente prevedevo, veniamo rimbalzati, e l’omino che ha venduto i pass, nonostante avesse promesso a Dandan di ridarle i soldi in caso di insuccesso, ovviamente si è volatilizzato. Oggi apparentemente non è proprio karma.

Rimane una sola possibilità – suona male, ma decido di infilarmi la bottiglia nel culo. Lasciatemi la possibilità di elaborare sul barbatrucco: la bottiglia di vino è provvista di una parte sottile, la canna, che va a infilarsi perfettamente nella piega tra le natiche e i jeans. Tenendo quindi il resto della bottiglia al contrario, la parte larga appoggiata alla schiena, se indossate una maglietta lunga e larga e tenete la pancia in fuori, la bottiglia sarà pressoché invisibile e, essendo di vetro, non sarà nemmeno individuabile dal metal detector. Tac, zaino nel cassone a raggi X ed ecco che io, un po’ legnoso ma con la faccia di bronzo, passo il metal detector e giro il primo angolo. Ringrazio i numi benevoli incrociando le braccia ed estendendo indici, mignoli e pollici al cielo.

E’ così che ci godiamo anche l’ultimo giorno del Midi, mescendo anche ad amici australiani e francesi, gente che la cultura del vino la capisce. Inneggio allo spirito della roccia e del metallo, conscio che oggi la vittoria morale è la nostra, in barba alla noiosa sicurezza imposta dall’autorità.

“Stick it to the Man!” avrebbe detto Jack Black.

“Well, Jables, today we definitely did it!” risponderei io.

Al vino e alla musica, e viva la libertà che rappresentano!

2008-07-04

Il Midi Festival

A Pechino, ormai da diversi anni, esiste una scuola di musica moderna, la Midi (北京迷笛音乐学校), allo scopo di promuovere e insegnare la musica non tradizionale (e peste lo colga a chi la definisce “occidentale”). Come tutti gli artisti, e specialmente quelli iconoclasti, i ragazzi del Midi sono degli innovatori e, nel 1997, hanno deciso di inventarsi un festival della musica a Pechino, nel cortile della scuola. Organizzato in pochi giorni, più che altro tra gli studenti e i loro amici, con esibizioni a rotazione di bands rock, punk, metal, tutto rigorosamente cinese, ha riscosso tanto di quel successo che, nel 2006, la decima edizione, è stata tenuta nel parco di Haidian (in una zona di periferia cinesissima, lontana anni luce dal ghetto laowai di Chaoyang), e ha accolto decine di migliaia di giovani, per lo più cinesi (anche stranieri, ma una minoranza), con 50 band di cui 18 straniere che si sono esibite su quattro palchi per tre giorni di autentico delirio, con gente che bivaccava ovunque. Per capire il Midi, bisogna capire che il rock in Cina è arrivato solo a metà degli anni ’80, ed è ancora nuovo, è ancora ribelle, non è stato ancora stuprato e prostituito da MTV e dalle major (ma senz’altro lo sarà a breve). E’ un periodo d’oro in cui chi suona non guadagna nulla, ma lo fa col cuore.

Va da sé che io decida di andare all’edizione 2007, e con Dandan ci piazziamo su un taxi che, dopo essersi perso nei dintorni del Palazzo d’Estate prima e della Metro (non la metropolitana, proprio il cash & carry tedesco) poi, finalmente imbrocca la via e ci scarica all’entrata del parco. Dentro, puro delirio – ci sono i personaggi più strani, dal punk con cresta di venti centimetri e giubbotto di cuoio con la A di anarchia, ai dark, agli emo stile giapponese, ai semplici rocchettari indipendenti, c’è di tutto e di più, in un mare di coperte e tende, bancarelle, chioschi della birra coi bicchieri di plastica, e via così. Atmosfera di libertà, piuttosto rara in Cina. Poca, pochissima vigilanza o polizia, eppure niente atteggiamenti pericolosi.

Al mercato delle pulci io e Dandan ci procuriamo due anelli tibetani col mantra “Om mani padme hung”, uno dei simboli pop degli alternativi in questo Paese, reperibili in qualunque bancarella hippie cinese. Stendiamo la coperta e attacchiamo bottone con degli studenti stranieri del Midi, Edvard, un metro e novanta, capello rosso, pelle mozzarella e accento scandinavo, e una coppia di americani, lui capello emo e cappellino da baseball, lei trascurabilissima. Rimaniamo a chiacchierare a lungo, scartando abbastanza presto i due americani – la banalità fatta coppia – e rimanendo a raccontarcela con Edvard, che da buon vichingo suda copiosamente sotto il sole impietoso della steppa.

Musicalmente, c’è un po’ di tutto, dai musicisti bravi fino alle tapparelle rotte; ci sono quelli fissi che suonano e se ne vanno e ci sono gli animali da palco che urlano, si rotolano per terra, tirano in mezzo il pubblico; ci sono i newbie mai sentiti e ci sono i mostri sacri tipo Cui Jian, il padrino del rock cinese (il primo rocchettaro della Cina ormai ultraquarantenne, uno che per dire ha suonato in Tian’anmen davanti a decine di migliaia di studenti in quei giorni famosi di giugno di tanto tempo fa e per questo non ha più pubblicato album per una decina d’anni). Tra i gruppi cinesi Pechino domina come capitale anche del rock, ma Chengdu fa la sua parte, e tanti ragazzi non sono han, ma di minoranze xinjianesi o yunnanesi, tutti insieme appassionatamente per il festival nazionale più importante; tra gli stranieri c’è un po’ di tutto, per essere realisti diciamo che non c’è un cazzo di budget (del resto il Midi Festival è per gli studenti e gli artisti squattrinati, il biglietto sono 150 kuai per tutti i tre giorni), per essere gentili diciamo che il rock cinese, o meglio lo yaogun (摇滚), che comprende tutta la musica alternativa, è alla ricerca e sperimentazione delle basi per creare il proprio stile, sta di fatto che le band più famose sono i tedeschi Liquido e i Soundtrack of Our Lives, ma gran parte degli altri sono band scandinave o americane goth metal, power metal, black metal tipo Hatesphere o Cruxshadows, e checché ne dica Edvard, secondo me succhiano alla grande. Ma il bello del Midi non è tanto la musica (tra l’altro l’acustica fa schifo perché le casse dei quattro palchi sono tutte voltate verso lo stesso punto medio, quindi i suoni tendono a sovrapporsi), ma è lo spirito. E’ il ritrovo degli alternativi cinesi – e non ce ne sono ancora abbastanza di alternativi in questo Paese – dove si dà via libera alla creatività e la polizia la si lascia fuori, senza per questo sbroccare. C’è un clima di festa, di vacanza, di picnic, vedi i cinesi liberi come si comportano i ragazzi di ogni altro Paese, senza gli atteggiamenti forzati che noti in altre situazioni, eccessivamente cauti o eccessivamente nervosi e aggressivi. C’è relax, c’è buona energia. Niente grandi band o nomi famosi, niente marketing, solo musica e divertimento.

Bello questo Midi Festival.