2009-04-28

TV fuori casa


Capita che un giorno il padre di Dandan venga invitato in TV a Pechino, in quanto vice-assessore allo sport del Sichuan, per parlare delle Olimpiadi (e di che altro?). Il suocero quindi prende l'aereo tutto elegante, viene a Pechino, si fa sei ore di intervista (di cui probabilmente la metà di trucco e preparazioni) e poi se ne torna a casa stremato senza avere nemmeno il tempo di uscire a cena con noi.

L'intervista sarà mandata in onda due settimane dopo (diretta in Cina? No, grazie). Abbiamo la data e l'ora d'inizio del programma, ma un piccolo problema tecnico: non abbiamo la TV.

Abbiamo per la verità un apparecchio televisivo, ma esso è parte integrante dell'altare del dio DVD e ad esso devoto. Quando ero entrato in casa, Wang Li era fiero della TV, che considerava il pezzo forte dell'appartamento, e c'era rimasto male quando gli avevo detto che non la volevo, sia perché la TV cinese è inutile (ma quale TV nazionale è utile?) sia perché non avevo la minima intenzione di pagare il canone (che ammonta a poche decine di RMB all'anno, ma è per principio). Quindi abbiamo staccato il cavo dell'antenna, così se fossero venuti gli ispettori a sorpresa avrebbero constatato che effettivamente la TV non la guardo (adoro la negoziazione e la ragionevolezza cinese. Se l'antenna è staccata non guardo la TV, perché mi devi piombare l'apparecchio?). Ironia della sorte, in tre anni gli ispettori non sono mai passati, ma nel tirare via il cavo la presa dell'antenna s'è spaccata e quindi ora anche volendo non possiamo prendere alcun canale televisivo.

Che fare? Dandan suggerisce di andare a casa di amici, ma una serata così in settimana sono tutti impegnati o stanchi o abitano lontano oppure hanno la TV rotta pure loro (ye-si, wei hei-fa Chai-li-si kua-li-ti!). Emerge per un attimo l'ipotesi di chiedere ai vicini di casa di guardare la TV da loro, ma effettivamente a Dandan la donna di Pechino sta troppo sul culo, e comunque parlerebbe lei tutto il tempo e non ci farebbe ascoltare il suocero in TV. Salta fuori anche l'idea di andare in uno di quei ristoranti o bar di basso livello, quelli sempre vuoti, dove in cambio di un paio di consumazioni potremmo chiedere di mettere sul nostro canale: ci sembra l'ipotesi migliore. Ci prepariamo quindi ad uscire, non fosse che piove a dirotto.

C'è un che di romantico e surreale nell'uscire sotto la pioggia torrenziale e andare in un locale pubblico cinese per vedere un tuo famigliare in TV. Alla fine ci rifugiamo nel luogo più vicino, il droghiere/supermercato della via, il tipo di negozio in Cina che vende qualunque cosa, 30mq in cui è accatastato qualunque bene commerciabile a meno di 5 euro. Siccome ci conoscono mettono sul nostro canale, ed ecco una mirabolante sigla che celebra le Olimpiadi più importanti della Storia umana. La TV è ovviamente posizionata nell'angolo più scomodo, per cui i proprietari del negozio si torcono il collo da dietro il banco, io metto le spalle al frigo e mi torco il collo, Dandan si siede su una cassa di Coca Cola e si torce il collo. Per essere gentili compriamo un succo di frutta e una lattina di birra Beijing. Passano dieci minuti ed è ancora sigla. Poi pubblicità poi ancora sigla. Poi il presentatore che presenta un altro intervistato. Il collo fa male a tutti e i proprietari del supermercato si stanno scoglionando, visto che potrebbero guardare l'ennesima puntata di qualche telenovela coreana doppiata in cinese e divertirsi di più. Va bene, tentiamo la fortuna altrove.

Il Bagels & Bar. Per qualche motivo un pazzo esterofilo ha affittato uno spazio commerciale dove prima c'era un parrucchiere di successo e ha aperto un bar che vorrebbe essere occidentale, che serve bagel (le ciambelle kosher tipiche di New York), caffè, té, gelato al tè, tè al latte con la mandorla, Johnny Walker e Chivas (probabilmente falsi), sigari e cose del genere, nel bel mezzo di una zona residenziale cinese. E' vuoto da quando ha aperto, cioè due anni fa. Stasera, complice la pioggia, è ancora più vuoto. E' la prima volta che entriamo: da fuori è buio, triste e siccome è grande sembra ancora più vuoto. Chiediamo di vedere la TV, ma i camerieri stanno facendo zapping tra telenovele in costume tradizionale, fiction di guerra contro gli odiati giapponesi e pessime copie dei programmi di MTV registrati a Taiwan con format copiati - ironia della modernità - dagli odiati giapponesi. Penso vivano guardando la TV, i camerieri del Bagel & Bar, visto che non ci sono mai clienti, e diventando territoriali non vogliono cedere il loro apparecchio: ci portano però al piano superiore (piano superiore? Sì, scopriamo che hanno anche un piano superiore chiamato Jazz Island Coffee) ancora più vuoto del vuoto, e con un'altra TV al plasma costosissima che mettono a nostra disposizione. Ordiniamo una tazza di tè e un caffè che hanno esattamente lo stesso sapore, cioè zucchero chimico cinese: è un sapore dolciastro, lievemente rancido tipo margarina vecchia e assolutamente artificiale che potete facilmente sperimentare comprando una bevanda dolce, biscotti, merendine, torte e simili. Se è dolce e fatto in Cina, ha questa sostanza dentro. Un motivo in più per non tornare al Bagels & Bar.

Il programma si trascina per altri 40 minuti di interviste inutili condensate in pochi minuti ciascuna, filmati sportivi di atleti cinesi e in generale una celebrazione spudorata dei Giochi Olimpici di Pechino. Dandan chiama un paio di volte casa a Chengdu: “Ma allora quand'è che si vede papà?”. Alla fine di vede: incravattato, nervosissimo, solita voce pacata e timida, parla un paio di minuti e poi mandano un altro filmato. Dandan chiama casa: “Tutto qui?!?”. No, forse mandano un altro spezzone più tardi. L'intervista è stata lunghissima, ma evidentemente l'hanno tagliata.

E' troppo. Sono già le dieci di sera, piove e il programma è inguardabile. Paghiamo le nostre bevande non finite e ce ne torniamo a casa. Gran complimenti al suocero via telefono, gli diciamo che è un peccato che abbiano tagliato tutte le interviste, al giorno d'oggi i contenuti non fanno ascolti. Duecento metri sotto la pioggia e rieccoci a casa. Metto su un caffè vero, guardo la mia TV sconnessa e, sotto sotto, sono contento che il cavo si sia rotto mentre lo estraevo. In alternativa, lo spaccavo io apposta.


2009-03-30

Di preti e monaci non ti fidare


In un post precedente ci eravamo chiesti: “Com'è che Dandan deve pagare un deposito di 10.000 RMB per andare in vacanza in India? Quale cinese potrebbe pensare di scappare dalla Repubblica Popolare per finire in un Paese meno sviluppato?”. La risposta è semplicissima, se avete imparata la definizione di cinesi – non ci sono solo Han qui.

Un giorno che siamo in India, ci stiamo godendo la marmorea maestosità del Taj Mahal, sulle rive dello Yamuna, quando la nostra attenzione viene catturata da una comitiva di cinesi, tutte donne, tutte sui 50 anni, tutte visibilmente borghesi e danarose con i loro occhiali Dior e gli anellazzi d'oro, però abbinati ad abiti consoni alla moda indiana: testa coperta, spalle coperte, atteggiamento deferente manco si trovassero in un tempio (ma lo sapranno che il Taj Mahal è un mausoleo?). A capo della comitiva c'è un lama tibetano, scuro di pelle e con la tunica gialla e bordò.
Incuriositi dal personaggio, attacchiamo bottone scoprendo che parla sia inglese che un buon cinese mandarino. Il lama è gentile, con quel sorriso ingenuo e beato tipico dei preti di campagna, e sta portando in pellegrinaggio queste fedeli buddhiste arrivate dalla Malesia – cinesi malesi, che i malesi malesi son poveri e musulmani. Sarà che me ne vado a spasso con una borsa verde militare con la testa del Presidente Mao e lo slogan “Servire il Popolo”, il lama non mi prende in simpatia, nonostante la mia sincera curiosità: è invece particolarmente felice di chiacchierarsela con Dandan, che nonostante sia quella che di solito è critica con il Dalai Lama e la sua cricca, ora è tutta ossequiosa e felice di parlare con il sant'uomo, che a me sembra meno e meno santo ogni minuto che lo osservo parlare abilmente e gettare incantesimi sulle sacrestane. Vengo dall'Italia, caro mio, e i trucchi dei sacerdoti caso mai te li insegno.

Ci congediamo dal lama, impegnato a condurre la comitiva di cinesi malesi, ma non prima di essere stati inviati a Dharamsala o, caso mai se fosse scomodo, al Centro Tibetano di Delhi, ed essersi scambiati i contatti. Il lama insiste particolarmente per avere un nostro contatto a Pechino, così la prossima volta che passa ci possiamo incontrare: Dandan, che viene da un Paese laico e ufficialmente ateo, casca nel trucco e scrive sul suo taccuino un numero di cellulare. Si rende conto del l'errore solo dopo che il lama si è allontanato, ma d'altra parte non voleva fargli perdere la faccia rifiutando, spiega. A questo punto potremmo anche andare a dare un'occhiata al Centro Tibetano di Delhi, tanto per vedere come si sono riorganizzati i lama dopo il '59, ma Dandan si rende conto che il luogo non è consono, e stavolta è lei a fermare me. Chiudiamo quindi il capitolo lama tibetani e continuiamo il nostro viaggio verso Sud, e ben presto ci dimentichiamo del singolare incontro.

Passano le settimane, ed una sera, verso le 10, ecco sul cellulare di Dandan una chiamata dall'estero. Chi sarà? I suoi ex compagni d'università dall'Inghilterra? Gli zii dall'Australia? Niente affatto, il nostro caro lama dall'India, che vuole fare quattro chiacchiere, così senza una vera ragione. Dandan risponde a monosillabi e dopo una decina di minuti si sgancia con una scusa. Io me la rido, e la incoraggio a chiedere al lama cosa vuole veramente, ma lei non ne vuole sentire. Ma il lama chiama ancora, e ancora e ancora, sempre a orari impossibili della notte e “per fare quattro chiacchiere”, ma sembra più che voglia sondare la disponibilità di Dandan e vedere se può affrontare certi argomenti che nella Repubblica Popolare sarebbero considerati “strani”. Intanto le settimane passano, le Olimpiadi si avvicinano e la politica di sicurezza cinese si fa sempre più restrittiva. Dandan o non risponde oppure inventa scusa per parlare poco e poi mettere giù. Le chiedo di passarmelo ma non si fida di me – preferisce minimizzare i contatti. Poi un giorno il lama dice che vorrebbe spedirle una cartolina, ma non sa il suo indirizzo. Non c'è bisogno, caro lama, dice Dandan, ma in qualche modo non riesce, come dovrebbe, a mandare a fare in culo il sant'uomo come meriterebbe, e sospetto che di mezzo ci sia una superstizione atavica cinese per cui i lama tibetani possono scagliare maledizioni su chi li offende. Il lama insiste, e scopre ancora un po' di più le carte: c'è una cosa che le vorrebbe spedire, ma Dandan non vuole regali. Il lama si scopre ancora di più: c'è una cosa che vuole spedire a un'amica di Pechino, ma preferisce che sia Dandan a riceverla e poi l'amica la viene a ritirare. Aaaaaaaaaah, ecco cosa voleva – dico io – sarà che vuole triangolare la posta perché i suoi amici sono tutti sotto controllo dei servizi segreti?

Dandan suda freddo: non ce la fa a dire al lama di piantarla e di dimenticarsi il numero, ma al tempo stesso capisce che qui si rischia il collaborazionismo con i separatisti. Decide quindi di dare il numero di lavoro, ovvero una bella banca statale con sicurezza degna di un ministero: che non è una cosa tanto intelligente, perché se mai ricevesse posta a nome suo dai tibetani scappati in India e finisse in mano ai controlli intra-aziendali, non solo rischierebbe di farsi un pomeriggio d'interrogatorio al Ministero degli Interni, ma rischierebbe anche l'impiego. Per fortuna il lama è esperto di comunicazione han e capisce la vaga antifona cinese di Dandan – un ossequioso e rispettabilissimo sì che significa no, guarda proprio no, non è il caso – e il pacco non arriva mai. Il lama chiama ancora un paio di volte, una volta chiama persino l'amica del lama dalla Cina, ma Dandan trova scuse e riaggancia subito, e finalmente la piantano.

“Perché l'hai trattato così male?” le chiedo, da stronzo “magari insisteva perché sospetta che tu sia la reincarnazione di un vecchio lama”
“Non sono la reincarnazione di nessuno io!!!” mi risponde giustamente. Ma almeno spero abbia imparato la lezione.

So che qualcuno dirà: “Poverino, quel lama! Ma che ti ha fatto di male per essere trattato così? In fondo combatte pacificamente per la libertà del suo popolo”. Quanto alla “lotta pacifica dei lama per la libertà”, ne parleremo in un post futuro, e per la precisione quello relativo ai disordini di Lhasa che accadranno alcuni mesi dopo il nostro incontro con il lama. Limitiamoci ad osservarli per quel che sono: monaci, preti, religiosi, curiali, clero, promotori di religione organizzata, gente che vive d'elemosina (mendicanti?), gente che campa sulla superstizione degli ignoranti. Potrei andare avanti a lungo.

I cinesi li posso anche capire che caschino in certi trucchetti, ma mi chiedo io: come fa a esserci in Italia gente che riesce ad essere anticlericale e poi quando vede questi monaci rasati pare s'intenerisce? Come fa a cascare nei loro discorsi di amore, pace e non violenza? La Chiesa romana non predica forse la stessa cosa? Credete veramente che i monaci vivano all'altezza del loro credo, o forse come quasi tutti i religiosi in ogni epoca, gran parte di loro non fa che campare alle spalle della società combattendo il cambiamento nella teste delle persone? Perché i cardinali son boia e i guru rimpoche son santi? Basta il colore di un vestito a confonderli?

Io, lo dico con orgoglio, vivo in un Paese dove il capo di una religione che si oppone al progresso civile è stato esiliato. Facessero lo stesso gli italiani col papa, invece di far i pignoli con i cinesi!


2009-03-29

Ritorno a casa


Come accennato nel post precedente, è un periodo che la Cina mi da’ ai nervi. E’ il classico periodo di caduta dopo il picco nella curva dell’espatriato: appena arrivati in un nuovo Paese, se si passa lo shock culturale, c’è la cosiddetta “Luna di Miele”, un periodo in cui tutto è nuovo, tutto è una sfida da vivere giorno per giorno, con gioia ed eccitazione. Poi arriva il momento in cui le cose smettono di essere nuove ed eccitanti, e diventano i “soliti problemi” che uno non riesce ad accettare, non riesce a spiegare perché nel posto in cui vive debba costantemente confrontarsi con certe situazioni insopportabili. Per me questo momento è arrivato, con un ritardo notevole rispetto alla norma, ma è arrivato, e il mio morale è sceso. Nell’iperbole della soddisfazione dell’espatriato, ho raggiunto il picco e ho cominciato a scendere, lentamente ma costantemente.
Tutto mi pesa – il cibo, il lavoro, la gente, il clima, non c’è nulla che non mi irriti, nulla che, in fondo, non mi faccia pensare che avrei voglia di andarmene, che mi fa salire l’inquietudine e la voglia di partire e rompere questa monotonia, questa costante sensazione che l’universo esista in funzione di crearmi spiacevoli sorprese ad ogni angolo. Quando una società cinese di spedizioni mi perde un camion, è la goccia che fa traboccare il vaso. Voi vi chiederete: come si fa a perdere un camion? Non è un mazzo di chiavi, è una merda di camion! Eppure, parte di sabato da Shanghai e giovedì non sanno ancora dov’è, ma pare che chi stava al volante abbia deciso che, in occasione della Festa della Luna il cinese dentro di lui aveva esigenza di tornare a casa a mangiare le mooncake con la famiglia, quindi si è fermato a bordo strada, è sceso dal camion, ha attraversato a piedi l’autostrada e da lì è tornato al suo paese in autostop, con la promessa di riprendere la marcia dopo la Festa della Luna. Ha spento il cellulare e ciao. Pare una storia da cinema, l’epifania che fa impazzire l’individuo e, savio tra i savi, gli fa fare la scelta giusta anche se apparentemente è quella più folle e sconveniente. Solo che nella mia situazione, in attesa del contenuto del camion da circa due mesi, la cosa non è poetica né encomiabile.

Ho bisogno di staccare da questo posto, di prendermi qualche giorno di riflessione per affrontare meglio questi problemi. La risposta possibile è una sola, India. Se ci pensate, “andare in India” è una risposta che va bene per qualunque problema. Suona hippie come commento, ma è terribilmente vero – nessuno entra in India, si mescola alla sua stranissima umanità, e non ne esce cambiato, con un’epifania tutta sua, una risposta a un perché, una piccola o grande trascendenza.


Questo non è il luogo per discutere il mio viaggio in India. Vi basti sapere che quando torno ho smesso di fumare e ho deciso che Dandan è la donna della mia vita. Quel che ci interessa in questo blog è ciò che accade al mio ritorno.


Martedì a mezzogiorno io e Dandan stiamo mangiando un granchio più largo di una spanna, dei calamari fritti e tre bistecche di squalo alla griglia, il tutto – corredato di patatine fritte – per 400 Rupie, che sarebbero circa 8 euri in due. Nel ristorante ci siamo solo noi, un cameriere lontano che ci tiene d’occhio ma non disturba, e l’Oceano Indiano che si ammira dal terrazzo coperto. La temperatura è di 28 gradi all’ombra, leggermente ventilato, asciutto e con un sole splendente. All’una prendiamo un taxi verso l’aeroporto: ne seguono un volo Cochin-Bangalore, poi Bangalore-Delhi, poi Delhi-Shanghai, quindi Shanghai-Pechino. Alle 4 del pomeriggio di mercoledì, dopo circa 24 ore di viaggio, atterriamo all’aeroporto di Pechino, totalmente distrutti. Le ultime ore di volo sono state le peggiori perché invece di volare Kingfisher, di gran lunga la compagnia aerea più fica che abbia mai preso, voliamo China Eastern, compagnia seconda per il peggior servizio solo a Shanghai Airlines, con cui condivide la base. Del resto si sa, non ho simpatie per Shanghai, ma d’altra parte il servizio scortese, il cibo immangiabile, i ritardi imperdonabili e la totale mancanza di informazioni non fanno che rafforzare le mie tesi già radicali su tutto ciò che è shangainese. Ma torniamo a noi, alle 4 del pomeriggio di mercoledì. Le porte dell’aereo si aprono e scendiamo la scala verso il pulmino che ci porterà al ritiro bagagli.


Il cielo è di un blu zaffiro, e un vento freddo spira da Nord. Vestiti ancora da India, ci copriamo le spalle con le pashmina (originali, non quelle false di Yashow), che indossate a mo’ di scialle e combinate alle facce stanche, ai capelli spettinati e alla mia barba incolta da 12 giorni, ci danno un look peculiare rispetto al resto dei passeggeri. Ma sorridiamo. Il tassista ci accoglie lamentandosi che ha aspettato all’aeroporto per 4 ore e casa nostra la si raggiunge in 20 minuti, ma non ci accigliamo, anzi guardiamo ai pioppi della Jichang Gaosu che sfilano piegati dal vento. Il panorama è conosciuto, la skyline nota. Il palazzo dove abitiamo appare in lontananza. Nel cortile la gente ha facce note, rudi e oneste, la gente di Pechino. Il ringhio dell’erhua non è mai stato così dolce. Saliamo le scale carichi di valige e apriamo la porta trovando una casa sistemata dall’ayi che non ha mai profumato così di pulito. Ci buttiamo in doccia, poi Dandan è sul letto, io metto la moca sul gas, entrambi con calze di lana e pigiami pesanti – l’autunno è arrivato, con il suo profumo di foglie morte e di carbone bruciato nelle stufe. Senza nemmeno consultarci, ordiniamo yangrouchuan’r, naan e Xinjiang chaocai, che arrivano in una mezz’ora portati dal nostro amico dell’hutong vicino. Scartiamo i nostri acquisti, scarichiamo le foto sul computer, più tardi accendiamo il riscaldamento ad aria condizionata, che doma il gelo della notte che si avvicina. Ci addormentiamo nel grande letto matrimoniale, abbracciati sotto il piumone, con la sensazione di essere finalmente a casa. La nostra casa, qui a Pechino.


L’ho capito sulla strada che da questa città non me ne andrà mai per sempre. Forse per un periodo, per qualche mese o anno, ma tornerò sempre qui, perché questa è la Casa del mio Spirito.


2009-02-23

Vacanza via dalla Cina

Le vacanze di ottobre si avvicinano e io sono ben deciso ad evitare l'errore dell'ultimo Chunjie, quando sulla cima del monte Emei in Sichuan, a 3000m, avevo trovato la stessa gente che al mercato di Panjiayuan la domenica mattina: mai più viaggi in Cina in periodo di ferie nazionale. E' un periodo che in generale la Cina mi da' ai nervi – sarà il fatto che mi sono fatto tutta l'estate in ufficio a lavorare come uno schiavo, sarà il lavoro disorganizzato, saranno le crescenti restrizioni e paranoie per le Olimpiadi imminenti e in particolare i problemi di visto – e non vedo l'ora di andare in un posto dove mi possa dimenticare, per qualche giorno, della Cina. Decido quindi di andare da qualche parte in Asia meridionale: perché quindi non mostrare a Dandan l'India, una terra e una cultura che tanto mi affascinano? L'idea non la eccita per nulla: tutti i cinesi apparentemente hanno un'opinione pessima dell'India, fondata su una serie di luoghi comuni estremamente diffusi, quali:

a) l'India è sporca

b) l'India è pericolosa

c) l'India è povera

d) in India conviene portarsi una serie infinita di medicine perché è facilissimo prendersi una qualunque rogna dall'acqua, dal cibo o semplicemente da quello che si tocca. E' anche opportuno lavarsi le mani continuamente, non bere mai acqua se non da bottiglie chiuse e per carità quando ci si lavano i denti mai ingoiare per sbaglio mezzo sorso d'acqua.

e) in India è meglio andare con viaggi organizzati perché non è attrezzata per il turismo moderno e internazionale, e sai mai dove vai a finire.

Quando faccio notare a Dandan che questi sono esattamente le stesse cose che gli europei dicono sulla Cina (e non sempre a torto), si offende. Comunque, dopo lunghe discussioni la mia lei accetta il mio punto di vista e acconsente. India sia, dunque.


Per andare a fare un viaggio all'estero servono principalmente due cose: un biglietto aereo ed un visto. Il biglietto aereo si presenta subito – sorpresa delle sorprese – come un problema: infatti tra Cina ed India non corrono buoni rapporti praticamente da sempre, e quindi mentre ci sono voli a go go per ogni altra destinazione asiatica, voli diretti da Pechino per l'India sono rarissimi, estremamente costosi, e raggiungono solo le principali città (Delhi, Bombay e Calcutta). A questo va aggiunto che le agenzie cinesi non sono in grado di acquistare biglietti per voli interni all'India, per cui quelli andranno presi localmente. L'offerta migliore che troviamo è un Pechino-Madras via Bangkok con Thai Airlines, ma costa un occhio della testa.

Nel frattempo proviamo a fare il visto (tanto per cambiare): ora, le Ambasciate indiane nel mondo, come ogni branca dell'amministrazione pubblica indiana, sono un delirio di disorganizzazione e indisponenza, roba che a confronto una qualsiasi ufficio statale di Napoli fa bella figura. L'ufficio visti apre nei giorni lavorativi dalle 9 alle 11.30, obbligando le persone ad accodarsi fuori ed entrando finché c'è posto – quando finisce, tutti quelli rimasti fuori tornano a casa, e che si presentino prima la prossima volta. L'impiegato (ce n'è solamente uno che non parla cinese) sta nello sgabbiozzo della guardia, che in quel momento viene adibito a ufficio visti, mentre la guardia (che non parla inglese) viene messa al cancello a bloccare l'entrata e far fronte alla folla. Nel mentre nel giardino una quantità di altri impiegati passeggiano facendo nulla.

L'attesa per me, che sono arrivato poco prima delle nove, dura circa un'ora e mezzo. Entrano due persone alla volta. L'impiegato riceve urlando incazzatissimo: conviene avere i documenti richiesti in ordine e una penna per correggerli se serve (loro non forniscono penne). Se i documenti sono OK ci vogliono 10-15 minuti (il che significa che l'ufficio esaurisce 10-15 richieste al giorno, a fronte delle 20-30 persone in coda). Se manca qualcosa si viene mandati via senza spiegazioni: la lista dei documenti è sul sito web, e se qualcosa non è chiaro pazienza, non vengono offerte spiegazioni perché nessuno risponde al telefono.

Il visto per me è relativamente semplice, ma quello per Dandan richiede deposito bancario di 10.000 RMB, a garanzia che il viaggiatore cinese ritorni in patria (Quale cinese scapperebbe in India, dove si vive ancora più poveramente che in Cina? Chiederete voi. Non preoccupatevi, di questo avremo modo di parlare in futuro). Mi tocca tornare due volte, e alla fine, dopo aver litigato un po' con l'impiegato e la guardia, riesco ad ottenere i benedetti visti.


Nel frattempo, mentre ero in coda, era passato un cinese che distribuiva volantini di un'agenzia viaggi, con prezzi strepitosi. Faccio chiamare Dandan, che ottiene voli a prezzi stracciatissimi: Pechino – Bangalore con scalo a Hongkong, poco più di 6.000 RMB andata e ritorno. Li prendiamo subito: l'agenzia conferma la prenotazione. E' fatta.


Tutti felici, ci organizziamo preparando guide turistiche, creme solari e pacchi di medicine inviate dalla madre di Dandan. Mancano due settimane, le ferie sono state concesse dalle nostre aziende, e quindi chiamiamo l'agenzia: domani paghiamo i biglietti. “Hao de, hao de, mei wenti”. Il giorno seguente preleviamo i soldi e chiamiamo l'agenzia: venite a consegnarci i biglietti e paghiamo in contanti. “Ahhhh... shao deng yixia.... aspetti un momento... no, i biglietti sono stati venduti”.

“Ma noi li avevamo prenotati” protestiamo.

“Ma non li avete pagati” fa l'agenzia.

“Sì, ma dovevamo pagarli oggi, e ieri sera avevate confermato”

“Ah, veramente? Be', mi spiace, qui sul terminale la prenotazione è scaduta, i biglietti sono stati già venduti e non ce ne sono altri disponibili”.


La mia insofferenza per la Cina raggiunge quindi il limite. Dandan sarebbe anche disposta a rinunciare, ma la rabbia mia è troppa. In meno di 24 ore, chiamando una decina di agenzie, troviamo altri due biglietti, 8.000 RMB e passa, rotta Pechino-Shanghai-Delhi-Bangalore. Un furto e un viaggio della speranza. Ma non m'importa: l'unico obiettivo, al momento, è quello di levarmi di torno la Cina. La sera del giorno dopo andiamo in questo ufficio sperduto in un caseggiato nei pressi di Sanyuan Qiao, paghiamo cash e ci portiamo via il “carnet” di biglietti aerei. India, stiamo arrivando.


2009-02-12

Il Visto d'Affari


Le Olimpiadi si avvicinano, la Cina ha addosso gli occhi di tutto il mondo, e ben sapendo che gran parte dei piantagrane in Cina sono stranieri, il governo decide che il maggior numero possibile se ne deve andare e stare a casa propria, almeno fino a quando le Olimpiadi saranno finite. Inizia quindi una serie di riforme sulla disciplina dei visti, la prima delle quali autorizza un solo rinnovo del visto turistico o d'affari.

Ora, il 90% degli stranieri che lavorano in Cina è qui con un visto d'affari, che si ottiene semplicemente presentando una “lettera d'invito” a un'ambasciata o consolato straniero. La “lettera d'invito” può essere emessa da qualunque azienda o istituzione di diritto cinese per un costo di bollo di RMB 100. Il visto costa poche centinaia di RMB, si ottiene in una settimana e dura almeno sei mesi con possibilità di entrate multiple, e si rinnova facilmente senza bisogno della lettera d'invito. In più, per chi non ha la lettera d'invito fin dall'inizio o non ha tempo, all'aeroporto di Hongkong ci sono agenzie che sbrigano ogni pratica in mezza giornata e senza bisogno di altri documenti che il passaporto e due fototessere.

Pochi hanno il visto di lavoro, che invece richiede visite mediche, certificati di laurea, documenti dell'azienda in cui si lavora, molte centinaia di RMB, alcune settimane, e soprattutto un contratto di assunzione di almeno un anno. Cosa quest'ultima che, in un mercato dinamico come la Cina, è praticamente impossibile da ottenere. Tutti qui lavorano con contratti a tre o sei mesi, o addirittura come free lance.


Il fatto che il visto d'affari non si possa rinnovare più di una volta significa che moltissime persone dovranno espatriare forzatamente. Qualche settimana più tardi, si viene a sapere che Hongkong non rilascia più visti della durata di un anno, le tariffe sono salite alle stelle, pochi riescono a fare visti in giornata, e tutto il processo diventa sempre più difficile. Tanta gente che vive e lavora a Pechino da anni è disperata: essere buttati fuori così, a meno di un anno dalle Olimpiadi che vengono presentate come una grande festa internazionale brucia, soprattutto quando uno qui ha casa, ha lavoro fisso, ha un partner.


Poi esistono comunque i casi limite: come Benjamin, biondissimo venticinquenne americano del Minnesota che sta qui da almeno un paio d'anni. Vive con la fidanzata Sheila, modella pechinese mezza manciù di 19 anni, non studia e non ha mai avuto un vero lavoro. Ogni tanto disegna a computer, crea siti web, scatta fotografie, scrive poesie, contempla la bellezza dell'universo e cose così. Un giorno lo ferma la polizia e gli chiede il passaporto.

“Signor Benjamin” gli dice uno degli agenti, mentre incredulo osserva il documento “ha notato per caso che il suo visto è scaduto da 550 giorni?”
“Ah, è vero!” dice Ben “è un sacco di tempo che mi ero riproposto di rinnovarlo, ma le regole sono diventate così restrittive che alla fine non l'ho mai fatto”.
Caricato in camionetta, portato a un centro per clandestini dove viene lasciato per 20 giorni, e quindi rispedito in America senza possibilità di ritornare in Cina per i prossimi cinque anni. O almeno, questa è la storia: Benjamin riapparirà mesi più tardi sposato con Sheila, e racconterà di quando era in cella e dormiva su un materasso lurido appoggiato per terra, e la polizia non lo picchiava solo perché era intervenuta l'ambasciata. Persona strana, Ben.

Comunque anche gente normale ha problemi: per esempio la mia collega Alexia, che è qui da molto più tempo di me, e sempre con visto d'affari. Dovrebbe andare in Francia o a Hongkong, ma in entrambi i casi dovrebbe spendere cifre notevoli e assentarsi diversi giorni dal lavoro: si rivolge quindi a Michelle, famosissima “mediatrice” nella comunità straniera pechinese. Ora, se guardate i tanti biglietti da visita di Michelle, leggerete la varietà dei servizi che offre: visti, documenti e quant'altro. Il mio preferito è quello dove lei si presenta come “Visa Consultant”, e immediatamente sotto nome e titolo c'è scritto: “Driving License (without physical examination & test)”. Michelle è la classica imprenditrice trentenne dall'aspetto assolutamente comune, quelle persone che vedi e un attimo dopo dimentichi. Gira sempre con una macchina nera coi finestrini oscurati, guidata da un autista che nessuno ha mai visto. Non si ferma mai più di 15 minuti nello stesso luogo: arriva, consegna o riceve documenti e soldi, sparisce. Anche al telefono non si attarda mai. E' considerata la mafiosa più mafiosa tra quelli che gestiscono il mercato dei visti per stranieri, ma è anche una garanzia. Se Michelle non ci riesce, stai sicuro che non ci riesce nessuno. Infatti Michelle, seppur con alcuni giorni di ritardo, consegna il visto di lavoro rinnovato per la quarta-quinta volta ad Alexia.

“Come noterai” dice Michelle, mentre allunga il passaporto alla mia collega “questo visto non è stato emesso a Pechino. Se qualcuno ti chiede qualcosa, tu di' che la settimana scorsa eri a Qingdao, per affari”.

Niente tempo per domande, Michelle è di fretta.

Così, quando anche il mio visto rinnovato più volte scade, anche io chiamo Michelle. Al telefono è nervosa: “Sai, non è facile di questi tempi fare visti” mi dice. Solo dopo che insisto per qualche minuto, finalmente accetta: vorrei consegnarle il mio passaporto subito, ma il visto scadrà di lì a tre settimane, quindi lei mi suggerisce di ritardare – se il visto ha ancora una durata di qualche giorno, può darsi che lo rifiutino.
Michelle vene a prendere il mio passaporto il 7 settembre. Mi assicura che per il 15, data di scadenza del visto, lo avrò. Passano i giorni, arriva il 14, e non c'è traccia del visto.

“Pronto Michelle, il mio visto?”

“C'è qualche problema, ma è solo questione di tempo. Domani forse arriva”

Invece no. Il 15 settembre sono in Cina e l'unico documento che ho è la fotocopia di un visto scaduto.

“Pronto Michelle, mi è scaduto il visto e non c'è traccia del passaporto!”

“Non preoccuparti, arriva”

“Sì ma nel frattempo cosa faccio?!?”

“Se qualcuno bussa alla tua porta di casa, fai finta di non esserci”

E riattacca. Hen hao.
..

I giorni passano ancora, e del mio passaporto nessuna traccia. Sedici, diciassette, diciotto settembre... ogni macchina della polizia mi mette in agitazione (e sotto casa mia parcheggia metà della polizia di Dongcheng), ogni persona in divisa mi spinge a cambiare strada. E se mi fermano, cosa faccio? La fine di Ben? Michelle mi consiglia di stare in casa “nascosto”, ma in realtà tutta la città non fa che parlare delle irruzioni della polizia, di solito a tarda sera o all'alba, in cerca di stranieri senza visto. E' capitato ad almeno quattro o cinque persone che conosco, bussano alla porta, buttano le persone giù dal letto e controllano tutti i documenti, commissionando multe salatissime per mancanze di registrazioni e simili. Sono nella paranoia: stare a casa o uscire?


E poi finalmente il 19 Michelle mi contatta: ha il mio passaporto. Viene in ufficio a portarmelo, regolarmente timbrato dall'ufficio immigrazione di Qingdao, durata sei mesi, una sola entrata. Segue solita raccomandazione: la settimana precedente ero a Qingdao per affari. E si raccomanda che io mi registri alla polizia entro 24 ore, ma senza dare dettagli specifici: non devo dire che lavoro, ma che “faccio affari”; del resto, ho un visto d'affari. Mi racconta di un tizio africano che vive nel mio palazzo, che per due giorni di ritardo nella registrazione si è preso 2000 RMB di multa. Non c'è bisogno di spaventarmi ulteriormente: la mattina seguente sono alla polizia insieme alla mia collega cinese, che cerca di spiegare come mai ci sono 4 giorni di “buio” sul mio visto. Io faccio finta di non capire il cinese, e la pigrizia dei poliziotti di quartiere vince. Me ne vado, con la mia bella registrazione regolare: sono a posto, almeno per i prossimi sei mesi. E poi? Non avete idea. Ma questo ve lo racconterò in un post successivo.


2009-02-01

Assunzione di un assistente


Visto che il volume di lavoro in azienda non fa che aumentare, comincio ad aver bisogno di un assistente, soprattutto per star dietro ai clienti cinesi. E’ così che metto un annuncio su internet.

La risposta è incredibile. A parte il fatto che nessuno dei candidati è in linea con le richieste – nemmeno uno ha uno straccio di esperienza nel settore, per non parlare della preparazione scolastica, che per lo più è classica, dall’inglese all’arte alla musica – le e-mail che ricevo sono inquietantemente strane.


I più fuori luogo di solito sono gli uomini. La candidatura di uno è di due righe: “Salve, ho visto il vostro annuncio e vorrei fare un colloquio”. Risposta mia: “Magari mandaci il cv”. Altra e-mail sua “Ah, sì è vero, scusa: sono laureato in inglese e ho lavorato un po’ di tempo per un’azienda cinese”. Seleziona. Elimina. Svuota Cestino.

Il migliore di tutti è un certo Andy Xu. Il suo cv, inoltrato in testo nell’e-mail con molte rigahe che cominciano per “>”, è intitolato “Andy Xu’s Legendary Story”, e scritto tutto in terza persona tipo biografia. L’inglese è pessimo, ma il contenuto è peggiore. Andy Xu non ha una grande laurea, per sua stessa ammissione, tuttavia con pochi RMB ha creato una sua azienda di IT e trading che muoveva milioni di yuan per tutta l’Asia, instaurando relazioni d’affari con grandi aziende, media, ambasciate e governi (?) tra cui quello delle Filippine. Lui è personalmente amico di molti businessmen stranieri, nonostante – sottolinea – non abbia alcuna esperienza all’estero. Per concludere cita la sua massima personale “No poor life no giant, no failure no wisdom, hero comes from hardship, moneybags from ordinary person, lead a befuddle (?) life will go to die, brave man will govern the world”. Amen, fratello. Conclude con una riga: “The Reason of Seeking Job:break of funds”. Fan-tas-ti-co.

Faccio chiamare dalla segretaria le persone selezionate. C’è una ragazza con un buon curriculum, ha già lavorato in una grande azienda italiana. Origlio la telefonata: “Pronto? Salve, siamo l’azienda XXX, abbiamo ricevuto il suo CV e vorremmo fissarle un colloquio”

“Ah, sì” risponde quella, gelida “Volevo chiedere: quant’è il salario previsto?”
“Beh, dipende dall’esperienza della persona selezionata. Siamo molto aperti, vediamo come ci si può accordare”
“No, perché se è troppo basso non vengo neanche, mi fate perdere tempo”
La segretaria si gira intimidita verso di me, con una faccia persa.
“Dille che se vuole venire viene, se no sta a casa sua”.
La segretaria riporta, e la tipa dice “Va be’, ci penso su e vi faccio sapere”.
Il giorno dopo fisserà il colloquio, ma non si presenterà.

In effetti la diserzione dei colloqui è il problema maggiore: su cinque persone convocate e confermate se ne presentano due. Forse una avverte prima di non venire, con una scusa tipo “Ho l’influenza”. Gli altri semplicemente spariscono, e si negano al cellulare.


Incontro un altro tizio, maschio. Quando la segretaria l’ha chiamato, aveva insistito per venire subito. “Non c’è bisogno di aspettare lunedì, se volete vengo oggi pomeriggio! No, domani mattina?!?” Si presenta lunedì, come richiestogli, ma con un quarto d’ora di ritardo. Si siede, gli presento l’azienda. Occhi vacui. “Hai domande?”

“Yesi, aah, hao machi yisi de ssalary?”
Ma non ti ho nemmeno chiesto come ti chiami! Domande sull’azienda, non sul lavoro! Il resto del colloquio è un calvario. Non capisce quello che dico ma fa finta di capire. Io non capisco quello che dice, chiedo di ripetere, non capisco ancora, e allora anche io fingo di non capire per sottrarmi alla brutta situazione.
“So… do you have any previous experience in this business?”
“Aah, yesi, I woerking fo a forign campany, sella forign fo”
“Sorry?”
“Ah, ita wasi notta forign fo, ita wasi afari fo, soth afari fo, also sella in supamaket”
Sul CV è citata una certa “Cape Company”.
“African food?”
“Yesi, afari fo! ”

C’è una scena nel Monty Python Flying Circus, in cui diversi scienziati presentano alla Gestapo una barzelletta che faccia morire dal ridere i nemici. Gli ufficiali della Gestapo si guardano straniti, poi uno risponde, in un marcato accento tedesco: “Senk you very much for coming, wi will let you know”. Poi estrae una pistola e fa fuoco (qui, a 8.15 min dall'inizio). Lo scienziato cade all’indietro su una pila di corpi in camice bianco.



Ecco, io mi immaginavo in quella scena, o anche tirando una corda per far cadere un peso da 16 tonnellate sulla sua testa.

Alla fine riesco a isolare due ragazze, rispettivamente 19 e 20 anni, non laureate ma con un buon inglese, bella presenza, entusiasmo. Siccome entrambe sono al primo lavoro, chiedono abbastanza poco perché si possa assumerle entrambe. Nathalie è di Canton, e insiste a vestirsi come se fosse ai tropici - minigonna minimale, canottierina scollata e sandali con tacco: per fortuna pesa quaranta chili e con pelle e ossa non corre il rischio di imbarazzare gli astanti più di tanto; in compenso è una ruffiana incredibile e, per quanto risulti indigesta a qualunque persona di genere femminile fin dal primo momento, di solito risulta simpatica agli uomini, che costituiscono la quasi totalità dei clienti. Penny è di Pechino, meno dotata socialmente ma più modesta, organizzata e fondamentalmente affidabile.


Il primo giorno le metto a studiare cosa significa vendere e che cos'è il mondo del vino, una giornata quasi piena di training, concluso con una degustazione di vino. Il secondo giorno Penny chiama da casa e dice che deve assolutamente andare ad Hongkong per un impegno già preso in precedenza, ma tornerà la settimana seguente; chiede che si possa iniziare il contratto con una settimana di ritardo. Il lunedì seguente chiama Nathalie e le chiede di dirmi che è all'ospedale per una malattia improvvisa: le concedo quindi un'ulteriore settimana di dilazione, ma qualcosa non mi torna, e anche Nathalie non sembra convintissima. Alla terza settimana, Penny non si presenta del tutto e non risponde al cellulare. Sarà morta o in coma? Quale delle due, non avrò mai più sue notizie.


E così rimango con Nathalie: dopo un lungo calvario, finalmente ho una persona a cui poter delegare una parte delle mie mansioni. Poteva andare meglio, ma poteva andare molto, molto peggio.

2009-01-04

Tra italiani nella notte pechinese

L’estate Pechino è tendenzialmente torrida, e su tutta la città grava una pesante afa mescolata ad inquinamento che rende il respiro faticoso. Non è un bel periodo, a meno che siate in vacanza. Ma un po' di sollievo arriva al tramonto, quando il sole cala e la gran calura sfuma. Un alito di vento soffia via il caldo e l’umidità e, senza zanzare, si sta seduti all’aria aperta a chiacchierare, rilassandosi con qualcosa di fresco.

E’ una sera così che, Dandan fuori città, esco con la mia amica Viola e ci troviamo davanti al Jiangjinjiu, sulla piazza delle Torri del Tamburo e della Campana. Nella scelta tra infilarci nel locale caldo e fumoso e ascoltar musica, oppure stare fuori la decisione è facile. Un paio di latte di birra Yanjing, acquistate allo xiaomaibu a 3 kuai l’una, e poi ci impadroniamo di uno dei tavolini incustoditi sulla piazza. Vicino a noi, altre persone con delle sedie rimediate in qualche bar o casa privata stanno chiacchierando tranquillamente, mentre dal locale filtra il suono di chitarre acustiche e bonghi.
E’ un piacere starsene al fresco e raccontarsela nella lingua madre. Dopo un po’, ecco che compare Cristina con una sua amica, argentina, ma milanese d’adozione. Dov’è che stai? Ah, ma guarda, avevo un cugino che viveva proprio a duecento metri da lì. Com’è piccolo il mondo.

L’argentina sta qui a studiare cinese per un mesetto, e insieme sparliamo delle cattive abitudini di Milano, dall’infighettarsi anche solo per andare a comprare le sigarette, allo stress dell’essere sempre in modalità lavoro anche nel tempo che dovrebbe essere dedicato allo svago.
Cristina, non si sa come, tira fuori un pacchetto di Diana Blu e le fa girare. C’è un che di nostalgico in questa riunione di italiani, di nascita o d’adozione, all’ombra delle Torri, circondati da musicisti cinesi e skaters che percorrono la piazza sotto la luce dei lampioni. Parliamo tutti male dell’Italia, ma alla fine la amiamo. Non per quello che è, ma per quello che potrebbe essere se volesse. E’ come quando si pensa a una propria ex: bei ricordi, grandi speranze, ma alla fine sai che non tornerete assieme, non nel futuro prevedibile almeno.

Si fa tardi, ed è dolce la brezza della notte. Le Yanjing fanno posto a due mojitos, più o meno imposti dai proprietari del tavolino che devono pur incassare qualcosa. C’è del liquore scadente con della menta appassita e non pestata, niente zucchero di canna, e del lime tagliato a quarti buttato così nel beverone. Eh, il mojito sì che in Italia lo sanno fare. D’altra parte lo paghi sette euro, non 35 kuai come qua. Ma poi che stiamo a parlare di mojito a fare che siamo a Pechino. Ordina un’altra Yanjing va’, Cristina tu la sai lunga che hai chiesto il Bacardi Breezer, almeno in quello il sapore di lime ci sta.

Si fa tardi, e si farebbe ancora più tardi. Ma la stanchezza sopravviene, dolce. Via, si va. Saluti e abbracci all’italiana. Ci vuole di tanto in tanto una serata così. A Pechino.

2008-12-31

La Morte corre a Pechino


Nonostante il mio ufficio si trovi a un chilometro e mezzo da casa, molto spesso non ho voglia di camminare da un luogo all’altro, specie se sono carico di borse e se fa caldo. La mattina un taxi impiega meno di cinque minuti per portarmi al lavoro, ma la sera le cose non sono così facili. La Dongzhimen Wai Dajie nei pressi del ponte sul Secondo Anello, al cui incrocio si concentrano la fermata di due linee di metropolitana, la stazione degli autobus interurbani, l’Oriental Kenzo falso (il Ginza Mall, che però in cinese usa gli stessi caratteri dell’originale giapponese) più altri centri commerciali importanti, e il cantiere della monorotaia che condurrà all’aeroporto, è una delle vie più infami di Pechino per il traffico. Verso le quattro e mezza le sue sette corsie diventano un cimitero di veicoli che si muovo a passo d’uomo per un paio di chilometri, e solo attorno alle otto comincia a sfollare. Percorrerla durante un giorno qualunque richiede una ventina di minuti.

Il ventisei di giugno mi trovo al Jenny Lou di Sanlitun, esattamente nel punto in cui la coda inizia. Ho con me la borsa del lavoro, un sacco di pane regalatomi da una cliente panettiera, più due borse della spesa. Sono stanco e, giusto per aggiungere qualcosa, è una delle poche giornate l’anno in cui a Pechino piove. Sono a lato strada con il mio carico in mano e in spalla, bagnato e scocciato, e osservo una successione infinita di taxi occupati. Farla a piedi, non se ne parla.


E’ allora che mi passa di fianco uno degli strani veicoli di Pechino, un triciclo a motore con cabina chiusa, un posto di guida davanti e un sedile dietro. L’omino mi fa segno sorridente. Non ho mai preso un mezzo del genere, e oggi sembra proprio una buona occasione: con le sue dimensioni ridotte, può muoversi liberamente sulla corsia delle biciclette e portarmi a casa in un baleno.


Il tassista da triciclo, ovviamente abusivissimo, mi chiede 15 kuai che prontamente faccio scendere a 10. Mi fa accomodare sul sedile di dietro, chiude la porta con serratura semi-blindata, e per sicurezza tira le tende di pizzo ai lati, sai mai che qualche poliziotto lo veda fare il tassista abusivo. Si parte.

Il mezzo strombetta e borbotta a una velocità decisamente ridotta, facendo scansare le biciclette sulla strada. L’omino e la ride del suo passeggero laowai carico di borse. Un paio di minuti e la strada è fatta, siamo alla fine della Dongzhimen Wai, e i veicoli – macchine, camion e bus – cominciano a prendere velocità, gli autisti che premono aggressivamente l’acceleratore dopo la lunga e snervante coda. E’ coma la carica di una battaglia, tutti cercano di tirare i motore al massimo e andarsene dalla strada maledetta.

E’ in quel momento che un triciclo a pedali ci passa di fianco e l’uomo del risciò manda un avvertimento al mio pilota:
“Guarda che più avanti c’è la polizia”.
Il mio autista di gira:
“对不起”. Mi spiace.

Ti spiace di cosa, sto per chiedergli, quando quello, con un colpo improvviso, preme la frizione, gira il volante a sinistra e inverte a U. Ci troviamo davanti quattro corsie di auto, camion e autobus in accelerazione disperata. I clacson partono frenetici come le trombe della cavalleria. Il mio autista urla, mentre sterza per evitare di un soffio un frontale un bus carico di gente.

Il vostro eroe di solito mantiene un invidiabile calma anche di fronte alle situazioni più snervanti, ma questo è troppo. Un fiume di insulti e bestemmie, prima in cinese e poi, con la lucidità che scompare, in italiano, investe il tassista abusivo, che non fa altro che ripetere “Mi spiace, mi spiace” e zigzaga con il suo triciclo tra camion e pullman. I veicoli ci sfrecciano di fianco, i clacson pigiati, vedo le facce degli altri guidatori terrorizzati e sento il triciclo che traballa per lo spostamento d’aria causato dai mezzi più grandi.
“Sterza, attento, stai sulla sinistra, ma Cristo, sei un criminale, te e tutta la gente che ti conosce e non ti ha impedito di salire alla guida di questo sputo di triciclo!!!”
“Mi spiace, mi spiace, non posso andare avanti, c’è la polizia!”
“Sì ma qua crepiamo in due, stronzoooooooo!!!”

Facciamo duecento metri in contromano, causando un notevole panico lungo tutto il tratto finale della Dongwai. Autobus che sterzano di colpo, macchine che inchiodano, gente che lancia insulti contro il triciclo impazzito. Cerco di aprire al porta ma è bloccata, non posso scendere. Investo di altre maledizioni il mio autista, che finalmente si infila in una laterale e parcheggia alle spalle di un muro. Spegne il motore, si gira e se la ride. Allunga il braccio e, con un colpo ben assestato sulla serratura blindata, la apre.

Scendo, recupero le borse, non so se prendere a botte il tizio, che rimane barricato nel triciclo chiuso.
“Mi spiace” ripete, ridendo.
Prendo le borse e me ne vado. Alle spalle mi raggiunge la voce dell’omino.
“Hey, guarda che hai dimenticato di pagare”
Lo ignoro con uno sforzo di volontà.
“Almeno dammi cinque kuai!” mi grida.
Mi volto. Lo guardo fulminandolo. Un grosso “vaffanculo” lo investe in pieno. Ma guarda te.

Mi volto e riprendo a camminare verso casa, sul marciapiede. L’omino non chiama più, ha capito che non gli conviene.
Questa è la prima e l’ultima volta che salgo su uno di quei tricicli. Ve lo giuro, potete essere le persone più pazienti del mondo, ma la Cina sarà sempre più forte della vostra pazienza.

Anche per oggi siamo vivi. Domani? Va la’ che stasera accendo una bacchetta d’incenso per ringraziare il Cielo.


2008-12-29

28 anni


Il 23 giugno compio 28 anni, e mi piacerebbe riunire qualche buon amico e fare una bella cena. Ma è sabato, e siccome la maggior parte dei miei amici lavoro nel settore dell'ospitalità e dei ristoranti, sposto la cena a lunedì, giorno non lavorativo.

E' quindi il 25 giugno. L'estate è ormai sbocciata, l'afa ha raggiunto Pechino, ma quel giorno tira vento, qualcosa si smuove: nell'aria c'è un odore di pioggia, di movimento, una strana elettricità che rende il momento magico. E' come se dopo tanto stagnare, il Cielo di Pechino abbia deciso di smuoversi, ripulirsi, rinnovarsi...


Dopo il lavoro mi preparo a casa con Strangefolk dei Kula Shaker a palla. Eccomi: i miei jeans più comodi, un paio di sandali di cuoio, una maglietta di lino rosa in stile indiano, nulla di più. Esco di casa con in braccio un cartone di vino – tre bottiglie di Verdicchio di Matelica e tre di Nero d'Avola, con cui brindare alla mia nuova età. Quando arrivo al pianterreno trovo un piccolo gruppo di persone, tra cui il mio vicino di casa gentile, quello che mi saluta sempre: oltre la tettoia stanno cadendo i primi goccioloni che, in pochi secondi, sfociano in un rabbioso temporale estivo, quasi un monsone. Rimango a guardare la pioggia che finalmente cade a lavare la città, quasi ipnotizzato, con il cartone di vino ancora in mano. Il mio vicino estrae un pacchetto di sigarette, me ne infila una in bocca, me l'accende, e quindi ne accende una per sé. Rimaniamo così, in attesa corale, mentre Dandan corre a cercare un ombrello su a casa. Quando torna, meno di cinque minuti dopo, non ho ancora finito la sigaretta, ma la pioggia è cessata. Il cielo è plumbeo, soffia ancora un vento caldissimo da Sud, sopra le nubi danzano tuoni e fulmini che a tratti illuminano la città coperta di grigio. Prendiamo al volo un taxi e ci dirigiamo al ristorante.


Il Gold Barn è difficilmente categorizzabile: appartiene a una ricca donna d'affari sichuanese, ma lo stile è quello coloniale della case shanghainesi d'inizio secolo, con mobili all'europea in legno massiccio, gusto semplice ed essenziale, gran copia di tovaglie e tende di lino e cotone color panna e con i bordi a pizzo, piante d'appartamento in grandi vasi neri, con tronchi spessi mezza spanna e le lunghe foglie tipiche dei tropici. Alle pareti, quadri di moderni artisti cinesi, con le loro forme tondeggianti che ricordano Botero. La cucina è un misto tra sichuanese e occidentale, con una serie di interpretazioni di piatti classici d entrambe le cucine: cosa rara, il risultato è piacevole e interessante. Veniamo accolti da un suono di sitar che è quello di “Love You To” di George Harrison, e dal sorriso di Annie, la manager – uniforme formale, taglio di capelli a caschetto scalato, occhi neri pericolosi come solo certe donne cinesi, e solo quelle molto belle come Gong Li, riescono ad avere. Le lasciamo il vino e saliamo la grande scala di legno verso il piano superiore.


Qui veniamo salutati da Sasi, originario di Chennai e tipico maître indiano – sorridente, accomodante, gentile ma con quel meraviglioso distacco da middle class anglo-indiana che, alle domande impreviste, permette di rispondere, senza esitazione, con un elegante gesto del capo che lascia sempre gli stranieri disarmati, a chiedersi se significhi sì, no, oppure forse. Sasi ci fa accomodare nella sala di vetro, un angolo del ristorante con quattro lati - tre pareti e il soffitto – costituiti da grandi vetrate che danno la vista sugli alberi della Sanlitun Beixiaojie e sul cielo ormai scuro.


A “Love You To” seguono tutte le altre canzoni di “Yellow Submarine” dei Beatles – Lucy in the Sky with Diamonds, Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band, Eleanor Rigby, e con esse cominciano ad arrivare gli invitati. C'è Alexia la mia collega nata a Lione ma cresciuta a Pechino; c'è Irene, c'è Viola, ci sono Federico e Zhou Yu, c'è Dom. Accompagnando i discorsi con piatti fusion sichuanesi e vino italiano, si parla di spiritualità – comincia Zhou Yu, il cui libro di filosofia della storia comparata ha preso una piega mistica: negli ultimi mesi Zhou ha letto una gran quantità di libri di filosofia orientale, interessandosi tra gli altri ad Aurobindo e alla Madre: gli racconto quindi della mia esperienza nell'ashram di Pondicherry. Zhou ha intenzione di studiare meglio il rapporto tra buddhismo nel suo passaggio dall'India alla Cina andando a vivere in una scuola per lama nel Qinghai per qualche mese. Ha intenzione di partire la settimana seguente. Non smette mai di stupirmi, Zhou Yu. Dom parla degli anni in cui ha vissuto in Indonesia con la moglie e la sua famiglia, e dei vari maghi della regione che, tramite “diete bianche”, possono far passare dei chiodi attraverso il corpo senza subire ferite. In generale si parla del piacere e della sua importanza nella vita, si parla della scelta di perseguire il piacere oppure fini diversi. Ciascuno esprime il proprio punto di vista, la propria opinione, e si tratta sempre di opinioni diverse ed interessanti, come speciali e interessanti sono le persone riunite attorno al tavolo. E' la conversazione perfetta per il mio compleanno.


Mentre Dandan tira fuori una fantastica torta al cioccolato e gli invitati cantano gli auguri, chissà perché i Beatles intonano “When I'm 64”: “Will you still need me, will you still feed me when I'm sixy-four?” canta John Lennon, e Dom si unisce a lui, chiedendomi una “risoluzione” per il mio ventinovesimo anno di vita. La mia risposta viene naturale: coltivare la mia spiritualità, così facile da perdere lavorando in una grande città globale come Pechino. Per fortuna, di tanto ci sono serate tempestose in cui l'afa opprimente viene rotta, e l'anima improvvisamente respira, accorgendosi d'essere viva e vegeta. Questa è una di quelle serate.

“He called up to the angels he called into the deep
Said 'God if you can hear me give me some relief'
And He didn't ask for favours didn't want to ask for gold

Only one possession - possession of a soul

'I'm begging for your mercy I'm begging to you please
I'm just a simple traveller lost upon the sea'

And it kinda stands to reason

It was hurricane season
Hey-hey-hey-hey”
“Hurricane Season” by Kula Shaker, from the album “Strangefolk” (2007)


2008-12-08

Il letto rotto

Com'è, come non è, abbiamo rotto il letto.

Non è che io nell'intimità sia un toro, nonostante qualcuno la pensi diversamente, ma semplicemente è che l'IKEA falso costruisce i letti alla cinese. Come sono fatti i letti alla cinese, chiederete voi. Con i materiali che costano meno, vi rispondo io. E' per questo, del resto, che Wang Li ha scelto di comprare da IKEA falso e che anche io ho seguito le sue orme portandomi a casa scrivania, libreria, armadio e mobile da scarpe a 1000 kuai consegna inclusa.


Mi immagino in questo momento il progettatore dei mobili IKEA falso, ovvero un laureato col minimo dei voti in ingegneria dei materiali piegato su una scrivania in uno scantinato buio buio, pagato appunto 1000 kuai al mese per copiare i mobili IKEA, quelli originali però. Sta illustrando al suo principale, che dev'essere probabilmente un laoban di quelli col borsello in finta pelle sotto l'ascella e le sigarette Chunghwa pacchetto oro nel taschino della polo di viscosa 100%, le caratteristiche del progetto. Il laoban guarda il modello, si accende una sigaretta, e poi commenta che i piedi del letto sono l'unica parte che si vede, e quindi devono essere lucidi, il resto invece no, può anche far cagare basta che costi poco. L'ingegnere dei materiali laureato all'università di Tangshan annuisce con gravità, come se avesse ricevuto un insegnamento di vita dal Buddha del Paradiso Occidentale in persona, e dichiara “Hao de, hao de! Mei wenti!”. Ed è così che mi ritrovo in casa un letto con la struttura, la rete e le gambe in ferraccio brutto ma resistente, e i piedi in un bell'alluminio lucido lucido. Se aggiungiamo che i bulloni che li legano al resto del letto sono tutti di misura diversa e quindi tendono autonomamente a svitarsi ogni volta che qualcuno si siede sul letto o si alza, vi immaginate cosa possa essere successo. Il sottile disco di alluminio si piega, la gamba si piega, il letto di inclina su di un angolo a mo' di Titanic.


Chiamiamo Wang Li: il letto d'altra parte l'ha comprato lui, quindi la responsabilità è sua. La soluzione naturale di Wang Li è la seguente: spostiamo il letto rotto nella camera degli ospiti, quello della camera degli ospiti in camera nostra, e il gioco è fatto. Era tutto un semplice problema di allocazione! Quando gli faccio notare che non sono per nulla contento di avere un letto obliquo nella camera degli ospiti, visto che gli ospiti cui la camera è idealmente dedicata non ci possono dormire, e anche a camera vuota non ci posso nemmeno appoggiare sopra delle cose, Wang Li sospira e concorda che qualcosa va fatto. Prontamente quindi ci assicura tutto il supporto possibile, comunicandoci il numero di telefono dell'IKEA falso (che già avevamo) e suggerendoci di telefonare a loro. Anche l'IKEA falso di dimostra totalmente disponibile: “Portateci il letto che ve lo sistemiamo gratis!”. E a nulla vale spiegargli che a noi basta che ci spediscano delle gambe nuove che le montiamo autonomamente: o gli portiamo il letto intero, o nulla. E' una gara a chi scarica meglio la responsabilità facendo finta di aiutare, e non c'è modo per uno straniero come me di vincere in una disciplina che in Cina è nazionale almeno quanto il ping pong e il wushu.


Dopo la prima notte passata nella camera degli ospiti, proviamo quindi a negoziare con Wang Li una soluzione radicale: ci procuriamo un letto nostro, a spese nostre, e il suo letto rotto finisce giù dalla finestra. A Wang Li piace la prima parte della proposta, ma non la seconda: se dovesse riaffittare l'appartamento dovrebbe ricomprare un letto nuovo: uno spreco ingiustificabile. Quindi trova un'altra brillante soluzione basata sull'allocazione delle risorse e suggerisce di mettere il vecchio letto altrove: non certo a casa sua che non ha spazio, ma nel nostro appartamento di 70 mq, il che significa sulla veranda, che è l'unico spazio inutilizzato e che verrebbe occupato quasi totalmente. La nostra controproposta rassegnata è che il suo letto va comunque giù dalla finestra, ma ci assumiamo l'onere di ripagarglielo, tanto è un letto IKEA falso e costa tutto insieme forse 500 kuai. L'accordo è raggiunto.


Io e Dandan ci mettiamo quindi in moto il primo sabato libero e ci rechiamo da IKEA vero alla ricerca del nostro nuovo letto. Per qualche assurdo motivo, i letti IKEA in Cina costano come in Italia, ovvero come minimo 2-300 euro, ma anche di più, e per livelli di qualità che francamente lascerei stare. Ce ne torniamo quindi a casa senza letto, ma con una libreria, una scarpiera e due portariviste di vimini di qualità fenomenale, comprate per meno di 200 kuai a bordo strada, al mercatino del mobile abusivo che si tiene ogni giorno davanti all'IKEA vero.


Ed eccoci qua: in una casa con dei bellissimi mobili di vimini intrecciato e un letto che rimane tuttora piegato a 20° verso sudovest. Comunichiamo a Wang Li che non se ne fa più nulla, non prendiamo nessun letto nuovo, ma ripariamo quello vecchio. Il giorno seguente, domenica, andiamo all'IKEA falso con la gamba piegata e il piede d'alluminio divelto e ce lo facciamo cambiare. La responsabile, sarà che sono straniero, cambia tutto gratuitamente senza fiatare. In più mi faccio dare una quantità di bulloni aggiuntiva per rafforzare tutte le giunture. Nel tardo pomeriggio Wang Li si presenta a casa nostra e insieme facciamo le revisione ai letti (il nostro e quello della camera degli ospiti), raddoppiando appunto i bulloni e stringendoli saldamente (guarda caso erano tutti molli). Il letto è riparato, e ha un aspetto un po' più sicuro di prima. Wang Li commenta che sì, il letto probabilmente non è di qualità eccelsa, ma possiamo dargli una mano a sopravvivere a lungo se evitiamo di sederci agli angoli: “Sedendosi a metà il peso è distribuito su due gambe, non su una” e per sicurezza ci fa anche vedere il modo in cui è bene sedersi. “Hao de, hao de” gli rispondiamo increduli, per mancanza di fantasia. Sta' a vedere che ora dobbiamo anche stare attenti a come ci sediamo sul nostro letto.


Ed eccoci ritornati, come in un circolo, alla situazione iniziale. C'è un che di filosofico, in tutto questo, un che di zen perché – badate – il problema non è stato risolto ma semplicemente rimandato. Le gambe nuove del letto hanno ancora i piedi di alluminio e i bulloni spaiati, e qualunque attimo di passione potrebbe essere quello fatale, riaprendo di nuovo il circolo eterno dei problemi del letto. Forse è tutto un problema di feng shui, ma stasera non ci voglio pensare. Voglio solo farmi una bella dormita sul mio letto orizzontale.

2008-11-24

Il Comitato di Sicurezza Pubblica

In vista delle Olimpiadi, la società civile si sta già mobilitando per dare una mano alle forze dell'ordine nel garantire la sicurezza durante i Giochi. Uno degli scopi che si sono dati molti gruppi, e in particolare i comitati di condominio e xiaoqu, è quello di censire parallelamente tutti gli stranieri nell'area di loro competenza e sensibilizzarli sull'importanza di essere in regola con le registrazioni alla polizia.

Ed ecco quindi due sciure cinesi sui cinquan'tanni, classica giubba di colore smorto e capello riccio e tinto, un generico panzone sui trent'anni evidentemente disoccupato, e una poliziotta sui quaranta in divisa, evidentemente scoglionata per dover star dietro agli altri tre civili per tutta la giornata. I tre bloccano l'uscita del mio ufficio che si trova in un complesso residenziale, e fermano tutti gli stranieri facendo domande evidentemente strambe (lo deduco dall'espressione persa degli stranieri). La poliziotta sta in disparte, non volendo sporcarsi le mani o forse cercando di far credere che lei non conosce i tre ed era lì per caso.


Arrivo io. Mi scorgono da lontano mentre scendo dal taxi, si agitano, indicano e confabulano. Mi avvicino ostentando sicurezza. Il panzone fa un passo avanti intercettandomi, ha già il fiatone per l'eccitazione.

“Halo? Du yu heva sis?” e mi sventola davanti agli occhi un foglio di residenza, senza peraltro darmi l'opportunità di guardarlo. Non so se è aggressivo per compensare alle sue insicurezze oppure davvero gode nel fare il paladino della legge e rompere le scatole. Poco importa. Ci sono tre risposte che uno può dargli: “Sì”, nel qual caso chiede che il permesso sia esibito e il numero di passaporto e registrazione siano scritti su un figlio da una delle due sciure. “No”, nel qual caso la poliziotta dovrebbe portarmi in polizia, registrarmi e multarmi per la mia mancata registrazione al mio arrivo. “Non lo so”, nel qual caso il saccente panzone darebbe una lezione di diritto amministrativo dell'immigrazione nel suo stentatissimo inglese.

Conosco i miei polli, sono troppo prevedibili. E quindi dico, con un lieve tono scocciato e una punta di strafottenza:
“Non abito qui”.

Cerco di non ridere alle loro espressioni. Si guardano, sperduti, nei loro occhi si legge la domanda: “E adesso cosa facciamo?”. Chi non abita qui non è di loro competenza. Non si erano mai posti il problema prima – come avevano potuto dimenticarsene? – eppure ora si trovavano davanti alle drammatiche conseguenze della loro mancata previsione. Chi entra ed esce non necessariamente, del resto, abita nel complesso. Non sanno cosa dire, non sanno cosa fare. La poliziotta storta la bocca, ma non dice nulla. Guardo il panzone facendo leva sulla sua insicurezza, attendo una risposta e lui me la deve dare, se no perde la faccia. Lui abbozza un sorriso nervoso: “Non abiti qui? Allora, nessun problema, passa pure!”.


“Grazie!” dico “molto gentile!” ed entro, diretto al mio ufficio.


Lo ripeto. In Cina tutto si può fare, basta sapere come farlo.



2008-11-10

Green T. House

Uno dei posti più visionari, folli ed eleganti di Pechino è la Green T. House (http://www.green-t-house.com/), un ristorante di cucina fusion aperto diversi anni fa da due sorelle cinesi. Una Jin Er, musicista, designer, chef, è la vera creativa alle spalle del progetto; l'altra sorella, Sapphire, è la businesswoman, quella stronza e aggressiva che fa sì che nessuno metta i piedi in testa all'attività di famiglia, come nella migliore tradizione cinese. Da quando ha aperto, in un piccolo angolo nascosto della città, nel 1997, la Green T. House è diventata un'istituzione, ovvero uno dei pochi posti eleganti, ma veramente eleganti, dove portare gli ospiti da fuori Pechino.

Ecco come descrivo il locale in poche righe, pubblicate su That's Beijing del Giugno 2007, in occasione della premiazione del ristorante nella categoria “Best to Impress Visitors”:

"Green T. House's decor is simply outlandish. The moment you cross the door, you feel like you've entered a faerie-land, where everything is oddly elegant and weirdly beautiful. Nobody would expect to find a place like this in China, let alone in Gongti Xi Lu"

Non ci sono davvero parole per descrivere il luogo – pareti bianche, pezzi d'arrendo bianchi e neri, non una coppa da tè uguale all'altra, non un tavolo uguale all'altro. Al centro della sala un tavolo lungo con sedie dallo schienale altissimo, che si appuntisce come il tratto di un pennello. Sulla sinistra, un tavolo tondo con divani in pelle di mucca, e dal lampadario si dipartono numerosi fili di metallo flessibile che trafiggono pagine di poesie di Guillaume Apollinaire. Sulla destra, appesi al soffitto, scheletri di piante simili a coralli.

I piatti sono composizioni artistiche fatte di cibo e ceramiche giapponesi, una mescolanza di gusti che predilige comunque l'Oriente e la Cina, che stupisce. E che dire della cucina e del servizio. Be' altre per essere a Pechino, anche se ben lungi dalla perfezione che conosciamo altrove nel mondo. Capita il cameriere che non capisce l'inglese, nessuno certo sa interloquire col cliente e consigliare un piatto, e quando il ristorante è pieno può succedere d'essere serviti tardi e con un piatto freddo. Ma chi vive in Cina è abituato a questo – per qualche motivo, in questo Paese di un miliardo e trecento milioni di persone non si trova un singolo cameriere decente. E' un po' come per i calciatori. Chissà perché.

Ma poco importa – non si va alla Green T. House per avere un buon servizio o per mangiare bene, sebbene molti patti siano estremamente interessanti. Ci si va per farsi stregare, entrare in un sogno fatato, e trascorrere qualche ora in un mondo che non è il nostro, in cui le nostre fantasie sono libere di esistere al di là della luce inflessibile della città che sta fuori.

In poche parole, questa è la Green T. House.


2008-10-26

Veggenti

E' una sera di giugno, e sto lavorando come un matto da tre settimane per una serie di eventi che si stanno concretizzando proprio in questi giorni. Sono davanti all'Oriental Plaza, uno dei mall più moderni e pettinati della città, su una scalinata imponente che, da una piazza con una fontana scende verso la Chang'an Jie, la strada a dodici corsie che taglia Pechino a metà tra nord e sud. Insieme alla mia collega Cherry, originaria dello Henan, stiamo aspettando il gotha aziendale, per portarli in un ristorante scicchissimo nel mall stesso.

Ed è proprio mentre i miei occhi scandagliano la strada cercando di trovare il taxi degli ospiti che aspettiamo, che mi si para davanti un vecchio. Vedere un vecchio in questa zona è già abbastanza strano – la Pechino moderna appartiene alla nuova generazione di giovani intraprendenti, non a quella vecchia e ancora legata alla logica dell'azienda statale. Ma chi ho davanti non è un vecchio qualunque come ce ne sono qui – occhialini, abiti dimessi o al più vecchia uniforme maoista, scarpe cinesi di tela nera, aria riservata e molto pacata. Il vecchio tanto per cominciare non è poi tanto vecchio, ma solo estremamente sfatto: avrà forse cinquant'anni ma ne dimostra settanta. E' coperto di stracci, ma stracci genuini (non gli stracci dei mendicanti che sono più una mascherata tragica che altro); indossa dei sandali, una sacca-zaino da vagabondo e ha una barba lunga e appuntita da taoista. Mi guarda negli occhi spiritato, e mi prende la mano, esaminandola con aria interessata e professionale. “Mmmh... “ annuisce. Poi mi guarda ancora, stavolta meno inquietante, e mi chiede se può leggermi la mano: fanno solo venti kuai. Lui, beninteso, è un veggente itinerante originario dell'Anhui; Cherry, che viene dallo Henan ed è più che scafata, si dimostra scettica, ma non interviene trattando con tolleranza il mio bisogno occidentale di pittoresco. Normalmente direi anche di sì, ma siccome sto lavorando, gli pongo la condizione di muoversi – e siccome ormai ho assimilato anche un po' di cinesità, negozio: previsione espressa, metà tempo, metà prezzo. Il vecchio accetta e, facendo tradurre a una divertita Cherry, mi spiega cosa vede.


Questo mese, il giugno-luglio (lui si esprime in mesi lunari cinesi, ovviamente) del 2007 è un ottimo periodo, il migliore dell'anno. Anche l'anno è un anno buono, ma quello che verrà sarà molto più impegnativo. Sono una persona con una mente sveglia e forte, di ottima cultura, facile all'apprendimento; sono anche fortunato in amore, così fortunato che posso anche avere due donne, l'importante è che stia lontano da quelle del segno del Topo, che mi porterebbero sfortuna (penso alla mia ex del Topo e annuisco).


Poi arrivano i nostri ospiti. Cherry li vede arrivare in macchina. “Per favore, chiudi che dobbiamo andare” dico al veggente, ma quello non sembra di fretta.


Il miglior periodo della mia vita sarà tra i 33 e i 43 anni, poi avrò qualche problema, forse di salute ma non necessariamente.


“Ora devo proprio andare!” dico, ma il vecchio non mi molla la mano. Cherry va incontro agli ospiti, io cerco di divincolarmi ma senza troppa convinzione. Chissà perché, è difficile trattare i veggenti in modo brusco: forse ha a che fare con una paura superstiziosa dei loro poteri, oppure con il transfert che subiamo nel momento in cui questi cominciano a descriverci la nostra vita come se la conoscessero meglio di noi.


L'ultima parte della mia vita, dice – e stavolta me la devo cavare senza traduzione - filerà comunque molto liscia, almeno fino agli 89 anni, perché la mia linea della vita è eccezionalmente lunga (penso che se si basa sull'aspettativa media dei cinesi, forse potrei anche vivere fino a 120 anni).


Poi finalmente mi molla. Prendo il portafoglio e mi accorgo che non ho 10 kuai spicci, ma solo 20. Glieli allungo chiedendo il resto, e guardandomi alle spalle mentre il mio capo e gli ospiti intanto mi passano di fianco e mi guardano come dire “Che poca professionalità, noi siamo arrivati e quello si sta facendo leggere la mano da un barbone”. Il veggente ravana a lungo nella sacca, giocando sulla mia premura, ma oramai il peggio è passato, e non può peggiorare. Finalmente trova una banconota stropicciata da 10 kuai che prendo e infilo nel portafoglio. Lo saluto, ringraziandolo, e scappo per raggiungere la mia comitiva.


Sembra la scena di un film, ma Pechino è anche questo – il sorprendere, il rompere la monotonia della vita prevedibile. E il veggente ci ha preso, chiederete voi? Mah... certamente che il 2008 sarebbe stato un anno difficile è stato verissimo, e questo lo scoprirete leggendo i futuri post. Che io abbia una buona mente non sta a me dirlo, ma posso dire di essere stato abbastanza fortunato in amore, anche se effettivamente le donne Topo sono state tra quelle più problematiche nella mia vita sentimentale. Due donne allo stesso tempo non le ho ancora avute né prevedo di averne. Il resto ha ancora da venire, quindi dovrete portare pazienza come la porto io.


Per quel che mi riguarda, non ho troppa fretta di scoprirlo. Per adesso sono qui, e mi godo questa imprevedibile, cinematografica Pechino.

2008-10-12

Russi

Ho già raccontato in precedenza di avere una vicina russa, Inna. Mi capita una sera di incrociarla sul pianerottolo, e quella mi dice che sta a casa con degli amici, e mi invita a unirmi. Ben venga, per dimostrare la mia buona volontà mi presento con una boccia di Nero d'Avola, ed eccomi nel salotto della mia vicina.

L'appartamento è speculare al mio, solamente che invece del parquet in linoleum ci sono delle gelide piastrelle. Le luci al neon bianche invece sono le stesse. Nella sala c'è un divano, un tavolino basso, delle sedie e una TV su un mobiletto, praticamente come nella mia. Due personaggi sono già seduti con delle bottiglie di birra Baltika in mano. Una si chiama Inna, proprio come la mia ospite: grassoccia, naso a patata, fondi di bottiglia sugli occhi, mi fa un sorriso e mi saluta. L'altro è Vova, da me conosciuto come il tamarro del palazzo, un minorenne alto più di me che ama scarabocchiare in cirillico sui muri delle scale e pimpare il suo motorino con improbabili stereo per aumentare il volume della musica techno russa. Non mi ha mai salutato né sorriso, invece ora allunga la mano affabile, con quell'aria un po' losca tipica degli slavi che più ti sorridono più ti fanno pensare che ti stanno fregando.

Inna la vicina fa la manager in un ristorante di fronte al compound diplomatico di Gongti Bei Lu. Si vede che è brava e si sbatte, anche se il posto è talmente pacchiano che non mi sono mai azzardato ad entrare. L'altra Inna lavora in una non meglio precisata trading, e anche lei è una ragazza seria, con la testa a posto. Vova ha 17 anni, vive con la madre che è la classica signora russa biondissima, algida, leopardata e con due seni di dimensioni impossibili; il padre non è ben chiaro dove sia. Va a scuola a Pechino, ma con scarsi risultati: poco male, perché tanto lui odia la scuola, odia la Cina e vuole fare il DJ; nell'attesa di diplomarsi ed uscire di casa, spaccia hashish.

Le due Inna sono poco impressionate dalla mia boccia di vino – una non ne beve, l'altra lo beve solo bianco. Vova invece individua lo status symbol del ricco pappone e, praticamente da solo, svuota la bottiglia. I tre hanno un computer che, sul Windows Media Player, suona musica techno russa: Vova intanto si diverte a mostrare dei video, forse scaricati da Youtube, con delle gratuitissime scene di violenza tipo: cinque ragazzi russi che si picchiano (e non parlo di pugni allo stomaco, ma di colpi di anfibio in faccia e gomitate alle tempie), soldati russi che, ridendo, stanno fermi in fila con un sergente che, uno a uno, li prende a ginocchiate nello stomaco, tre amici che litigano e a sorpresa uno tira fuori una catena e colpisce un altro; il terzo prova a dividerli e si becca un colpo di catena anche lui, quindi inizia una rissa reale in cui tutti picchiano tutti finché altri passanti intervengono per aumentare il livello di violenza e sangue.

Vova si spancia ma le due Inna, al contrario di me, non sono per nulla impressionate. La mia vicina mi spiega “This is how Russian young people like to have fun. It's normal in Russia. Everybody does it”. Vova è molto fiero di sé stesso e della sua nazione in questo momento, almeno finché Inna non chiude amareggiata con: “I come from Vladivostok. No way in going back to that shit”. Vova dissente: lui la Russia la idealizza: altro che 'sto paese di debosciati, dice, in Russia c'è da divertirsi! La seconda Inna concorda con l'amica. La Russia è un postaccio e a Pechino, se uno ha voglia di lavorare onestamente, si sta molto ma molto meglio. Scopro quindi che la maggior parte dei russi di Pechino, come mi spiegano, è siberiana: gente di Vladivostok, di Irkutsk e del resto della Russia orientale.

I russi sono la comunità europea più antica a Pechino, e la loro ambasciata, circondata da un enorme parco all'interno del Secondo Anello, ne è testimonianza. Esiste addirittura un quartiere russo a Pechino, con una via, Yabao Lu, dove i negozi hanno insegne in cirillico e vendono pellicce e altre cose importate direttamente da oltreconfine. La sera la zona diventa ovviamente losca, con una serie di night club tra i più costosi della città, se non altro perché le bionde comandano prezzi ben più alti delle orientali, e questo in tutta l'Asia. Non ho idea di quanti russi ci siano a Pechino, ma sono tanti, forse la comunità straniera più estesa, e ad essi si aggiungono i russi cinesi, quelli che qui vengono definiti “cinesi appartenenti alla minoranza etnica russa”.

Per tutto il tempo i miei compagni di bevuta hanno continuato a interloquire tra loro in russo, utilizzando l'inglese solo per parlare direttamente a me. All'aumentare dell'alcool e fondamentalmente della noia e della stanchezza, succede che finiscono a parlare tra loro praticamente dimentichi della mia presenza, se non ogni tanto Vova che alza il bicchiere per brindare con me. Dopo un quarto d'ora che nessuno mi rivolge la parola, totalmente escluso dalla conversazione e annoiato a morte dalla techno russa, mi congedo. Vova, mescolando birra e vino, è bello alticcio e quando gli lascio il fondo della bottiglia decide che sono diventato suo amico, e quindi mi invita a chiamarlo nel caso mi servisse dell'hashish. “Anytime, you just call me, I can bring you the next day!”. Grazie, dico, ti farò sapere. Inna mi saluta calorosamente e mi invita a tornare quando voglio, l'altra mi sorride con simpatia, e non capisco sinceramente se si rendono conto che mi sono annoiato da morire. O forse è colpa mia, quando loro mi hanno invitato a bere qualcosa da loro intendevano che bere era lo scopo della serata, e si aspettavano che mi ubriacassi invece di far conversazione tutto il tempo.

Torno a casa sorpreso da questa strana gente. Saranno anche d'origine europea, ma per me i russi son più strani che i cinesi. Senz'altro condivido l'opinione che qui sia molto meglio che nel loro Paese, se non altro per l'ospitalità della gente. Mi fa piacere comunque aver conosciuto questi russi pechinesi e aggiungere un tassello alla mia comprensione di questa città, all'apparenza così semplice e monolitica, e invece così antica e complessa.