2008-08-04

Il Tempio di Dajue

E così, anche questo fine settimana niente Datong. E niente Chengde. Ma è il nostro anniversario, e io tra queste strade asfaltate e respirare carbone e gas di scarico non ci sto.


Così, sabato mattina, io e Dandan carichiamo lo zaino della sera prima in spalla. Cinque fermate di metropolitana, due di monorotaia, trenta chilometri di bus e tre di taxi più tardi ci vedono sulle pendici di una delle montagne a Ovest di Pechino, i famosi Xishan (西山), i monti occidentali che si vedono nei giorni in cui il cielo è più chiaro. Davanti a noi, la porta in restauro del tempio di Dajue (大觉寺). Il Tempio della Grande Consapevolezza, un eremo buddhista costruito in epoca Liao, attorno al 1068, e ovviamente rimaneggiato in epoca Ming e Qing, i cui imperatori, in perfetto stile cinese, lo resero irriconoscibile per celebrare la loro versione del passato. Tradizione peraltro non abbandonata nemmeno oggi: la Cina moderna ricostruisce i templi secondo la versione attuale di luogo sacro, non certo quella originale.


Il luogo è piacevole e silenzioso, l’aria è fresca e pulita e non ci sono orde di contadini, forse grazie al fatto che i monaci, espulsi durante la Rivoluzione Culturale, non sono mai stati rimandati indietro a gestire una trappola per turisti. Invece, l’ufficio locale per il turismo ha trasformato questo tempio millenario in una casa da tè, dove una tazza di Lipton in bustina viene 150 kuai, e i pu’er più rari arrivano a 1980 RMB al bicchiere. Un posto per ricchi, insomma. Paradossalmente questa scelta iper-commerciale ha permesso al tempio di mantenere una calma molto più vicina all’originale di tanti altri: niente folle di bifolchi con vecchi, bambini e cani al seguito, solo gente elegante e civile che sorseggia tranquillamente tè, si guarda attorno, scatta fotografie con discrezione. Nessuno sputa, nessuno butta rifiuti per terra, nessuno sparge la colazione al sacco a base di riso, aceto, salsa di soia e merda sulle antiche pietre.


Eppure, anche qui, il restauro moderno lascia i suoi segni. A parte due leoni in marmo, cui le guardie rosse hanno rotto il muso a martellate, il resto del tempio è stato risistemato. In alcuni casi bene, perché i padiglioni e le statue lignee dei buddha sono ancora lì, tarlate ma integre, e se restauro c’è stato non si nota. Ma poi, inevitabilmente, si notano i particolari sbagliati: le crepe dei gingko millenari vengono stuccate per proteggere la pianta dai parassiti, ma gli operai passano poi a inchiodare una corteccia di plastica al tronco, in modo da nascondere la stuccatura, così gli alberi sembrano in buona salute; le panchine messe a disposizione hanno lo schienale in ferro battuto, con la rappresentazione di un angioletto grassottello che suona l’arpa, simbolo ben poco adatto a un santuario buddhista; una volta c’era un famoso padiglione attorno a cui era cresciuto un albero i cui rami abbracciavano la struttura: siccome l’albero è morto qualche anno fa, adesso uno scultore sta rifacendo l’albero in silicone, in modo da farlo sembrare uguale.


Sulla via del ritorno prendiamo un taxi abusivo, e l’autista è particolarmente loquace. Anche lui, mosca bianca tra i suoi connazionali, si lamenta che il tempio ha ben poco a che vedere con quello che era un tempo. “Oramai ai cinesi interessa solo far soldi” mi dice, con una punta di tristezza “a nessuno interessa proteggere un tempio, a nessuno interessa far felice la gente e farla stare bene. A loro basta avere un bel parco e vendere il loro tè a prezzi impossibili”.

Non posso che assentire. Prima di scaricarci alla stazione della monorotaia, il tassista si volta un’ultima volta, per farmi una domanda che evidentemente gli frullava nella testa da tempo:

“Molti stranieri mi hanno detto che amano la Cina perché la trovano misteriosa. Io proprio non capisco: cosa ci trovi tu di misterioso in questo Paese?”

La mia risposta, tradotta da Dandan, è secca e diretta, e carica di infinita simpatia per le idee dell’uomo.

“La mia opinione è che la Cina ha smesso di essere misteriosa dopo il 1949”

Il tassista scoppia a ridere, annuisce divertito e alza il pollice come a confermare “ben detto”, saluta e riparte: “Arrivederci” ci auguriamo a vicenda.


Nella Cina moderna il mistero non c’è più, l’hanno assassinato. Niente è più sacro, niente è più interdetto ai profani. Tutti vanno dappertutto e nei templi non si procede secondo la fede, ma secondo il portafoglio. Spiriti e buddha non sono che attrazioni per far soldi, pubblicizzate e offerte a tutti in cambio di moneta. A chi importa l’essenza del messaggio buddhista? A chi interessa cosa significa la sacralità? A chi interessa commuovere e far riflettere, conservare un luogo di meditazione e poesia?


Ritornando verso casa, i palazzi grigi e moderni della periferia di Pechino che scorrono oltre il finestrino, sento la mia delusione ancora più forte del solito. Ma c’è una cosa nuova che mi consola un po’, un piccolissimo barlume di speranza: qualcuno in questo Paese, grazie al Cielo, la pensa come me.


2008-07-30

Contadini

Sono mesi che organizziamo la nostra gita a Datong, alle grotte dei Buddha e al monastero sospeso di Hengshan. Dev’essere la gita perfetta, tutto è calcolato. Il primo fine settimana dopo le vacanze di maggio, quando nessuno è in giro a fare il turista. Cerchiamo la calma, il silenzio, l’atmosfera originale dei luoghi. Ci procuramo descrizioni, guide, tabelle di treni e pullman. E poi, il giorno prima della partenza, ecco il contrattempo: il gruppo degli hutong ha l’ultimo incontro, quello fondamentale. Visto che comunque non abbiamo trovato nessuno per seguirci, e siamo solo io, Dandan e Viola, decidiamo di spostare la data al weekend successivo nella speranza di reclutare altri compagni di viaggio.

Ovviamente, contrattempo: due giorni prima della partenza, Viola scopre di avere il turno di notte in radio, il sabato sera. Visto che la domenica io e Dandan festeggiamo un anno insieme decidiamo comunque di partire, io e lei, ma con una meta meno impegnativa: Chengde, la città estiva degli imperatori Qing. Siamo pronti, abbiamo già il biglietto, treno prima classe con cabina letto per la mattina di sabato, arrivo prima di mezzogiorno nell’amena valle di Chengde. Ritorno previsto domenica notte, o lunedì mattina.

Ed ecco ancora il destino infausto abbattersi su di noi: il venerdì sera, alle otto, il capo di Dandan chiama e convoca tutti gli impiegati per domenica mattina alle dieci, perché la settimana dopo parte per New York e deve affidare a tutti qualcosa da fare. Dandan non fiata, come si conviene nelle aziende cinesi gerarchizzate, ma non vuole rinunciare al viaggio, e costringerci un altro fine settimana nella città. “Prendiamo l’ultimo treno stanotte, e torniamo domani sera con l’ultimo”. L’idea mi piace, raramente trovo la mia lei in una vena così avventurosa.

Zaino in spalla, si corre in stazione, la stazione di Pechino con il suo profilo squisitamente maoista. Scavalchiamo i contadini che dormono per terra, lerci e coperti dei loro stracci, appoggiati alle loro valigie che somigliano più a enormi sacchi deformi, e veniamo assaliti da orde di bagarini che ci offrono tutte le destinazioni possibili: tutte, s’intende, tranne Chengde. Quando pronunciamo la parola, curiosamente, quelli si girano e se ne vanno senza batter ciglio. Il che dovrebbe far suonare un campanello d’allarme, ma quando si è in vena avventurosa generalmente i campanelli d’allarme li si ignora con una risata. Cambiamo il biglietto regolarmente allo sportello, non ci sono più letti né sedili disponibili, nemmeno quelli duri, ma noi contiamo di trovarne di vuoti, o al più di sistemarci un un angolo tranquillo e sonnecchiare a turno. Siamo positivi, sentiamo che insieme possiamo affrontare qualunque problema. Ci rechiamo ai binari.

Ore 23.30, buio. Il treno è fermo sulla banchina. Non si tratta, come avevamo pensato, del treno Pechino-Chengde, ma dell’infamissimo convoglio Shijiazhuang-Chengde, che fa una breve tappa a Pechino. Incediamo cautamente, con il timore che si prova quando si entra in un luogo nuovo, sconosciuto e che potrebbe celare un pericolo nascosto.

Ne ho presi tanti di treni in Cina, ma non ne avevo mai visto uno come questo. Nella luce fioca e grigia dei neon, si vedono a perdita d’occhio solo famiglie di contadini, uomini e donne, vecchi e bambini, tutti lerci e neri, tutti senza scarpe, tutti con i loro sacchi che Dio sa cosa contengono. La maggior parte dorme in posizioni improponibili, tanto che a vederli paiono cadaveri, con la schiena arcuata e una gamba sollevata sulla valigia, un braccio che cade a terra. Ma forse non è la posizione, che fa pensare a un luogo di morte, quanto l’odore. Se siete entrati in un pollaio di quelli vecchi, agusti, umidi, senza finestre e con una porta minuscola, dove le galline si nutrono dei rifiuti del pasto familiare e dormono tutte le une sulle altre, forse potete farvi un’idea di quell’odore, altrimenti vi garantisco di no. Era come se quelle persone avessero mangiato, dormito, sudato, sputato, fumato per un mese, in cinquecento tutti sullo stesso vagone, senza mai aprire il finestrino. Solo che tutti i finestrini erano aperti.

Quelli che non dormono per lo più fumano, e guardano me e Dandan senza espressione, come se fossimo fantasmi. Abbiamo mille occhi addosso. In molti, come noi, salgono a questa stazione e cercano un posto.

“E’ libero?”

“No”

E’ l’unico scambio di battute che si sente. E il no non contiene mai simpatia, solo ostilità, un’ostilità territoriale di chi lotta per la sopravvivenza e per questo perde ogni compassione per il prossimo. L’unico sorriso ci viene da uno che sta in fila dietro di noi, e ha capito che per stanotte si starà tutti e tre in piedi.

Camminiamo per cinque vagoni, spintonati costantemente davanti e dietro, scavalcando i sacchi che bloccano il passaggio, e a volte vecchi che, non avendo trovato un sedile, si sono addormentati sul pavimento, per metà coperti dai sedili. I cessi mandano un odore che, persino comparato al resto del treno, è nauseabondo. Tra un vagone e l’altro la gente si accalca comunque, seduta per terra, e gioca a carte, fuma, oppure mangia. In fondo all’ultimo vagone che vediamo, appena prima della porta del vagone merci, ci sono due uomini sui quarant’anni che, accovacciati alla cinese, stanno spolpando un pollo, e gettano le ossa masticate a un metro di distanza, esattamente davanti alla porta d’accesso.

Guardo Dandan e immagino il nostro viaggio in questo treno da incubo, l’arrivo a Chengde alle 4.30 del mattino, la giornata passata a camminare, e poi il ritorno la notte successiva, magari su un treno identico. Anche lei mi guarda, ci capiamo.

“Scendiamo”

Seduti su un carrello bagagli, vediamo il treno partire, carico della sua umanità così diversa da noi, e lo salutiamo. Un uomo corre dietro al treno; probabilmente si era allontanato un attimo e ha calcolato male i tempi della partenza. Si ferma alla fine della banchina, sbraitando. Noi ce ne andiamo, zaino in spalla, verso l’unico spazio verde che vedremo questa notte: il parco di Ritan. Dove, allo Stone Boat Bar, con una qingdao in mano ci godiamo un concerto di musicisti tibetani, circondati da cinesi alla moda e stranieri, per lo più italiani che lavorano nel mondo dell’arte e delle PR. Mi viene da ridere a riflettere sul fatto che tanto spesso lodiamo le culture semplici e tradizionali, ma quando poi ci troviamo in mezzo ad esse, proviamo un sincero e completo disgusto per esse, sia per la mancanza d’igiene che per l’ignoranza, per la chiusura mentale, la trascuratezza. Che ipocrisia, la nostra.

Ma c’è un altro pensiero, che mi gira nella mente, qualcosa che sapevo ma solo ora comincio a capire, ed è la divisione netta che c’è tra gli abitanti delle città e delle campagne. La Cina è una civiltà agricola da sempre, dove il contadino è stato lodato come la base della società: ma oggi la Cina è divisa in due. Quella dei cittadini, la Cina che cresce, si arricchisce, che recupera il passato e la tradizione negate dal comunismo, quella che guarda oltre i confini nazionali con curiosità. E quella dei contadini, centinaia di milioni di facce nere, tutte uguali, tutte polverose e povere, che non crescono, si arricchiscono ma a un ritmo cento volte inferiore ai cittadini, che non sanno nemmeno di avere un passato salvo quello che il Partito ha descritto loro, che credono ancora che fuori dalla Cina ci vivono solo i barbari in regioni remote ai confini del Mondo. Sono due Cine che non provano simpatia reciproca, e che convivono solo grazie al fatto che il Partito nasconde all’una la vista dell’altra, e senza incontrarsi e scontrarsi mai direttamente si ignorano finché possono.

La Cina cui io appartengo, quella che amo, è la Cina cittadina, di cui drammaticamente condivido molti valori e opinioni. Non sento di avere nulla a che vedere con le campagne, e nonostante le origini dei miei antenati siano nelle campagne lombarde, i contadini cinesi mi fanno schifo, li trovo lerci, ottusi ed egoisti. So di averne bisogno, perché mangio quello che loro allevano e coltivano ogni giorno, ma la mia simpatia finisce qui, in un freddo rapporto di simbiosi che ripago con il mio lavoro quotidiano. Queste mie opinioni, essendo condivise da quattrocento milioni di cittadini cinesi, mi fanno non poca paura. Che cosa stanno pensando di noi, i novecento milioni di contadini là fuori?

2008-07-23

Il Vento

“Sotto il cielo di Dublino, Cairo, Bogotà e Pechino

C’è già il motivo per vivere.”

Il Cielo è vuoto o il cielo è pieno, da “Buon compleanno, Elvis!”, Ligabue (1995)


Dei cieli e del vento di Pechino hanno cantato in tanti, ma non si possono immaginare se non si sono visti. Ci sono giorni in cui il cielo è di un blu tanto intenso che sconvolge, non c’è una nuvola, non c’è un accenno di foschia, è come avere un enorme vuoto sopra la testa, e se lo si guarda a lungo sembra quasi di scivolarci, caderci dentro, in questo vuoto celeste e infinito.

Sono i giorni in cui fischia il vento del Nord, un vento gelido che sferza la terra senza pietà, che piega gli alberi, soffia via gli ombrelli, straccia le tende delle finestre, copre ogni suono con il suo ululato furioso, una forza della natura che non si cura degli uomini e delle loro meschine vicende. Ma è un vento che, se lo sai apprezzare, ti sa accarezza, in un suo modo rude ma cordiale, ti protegge dalla calura del sole troppo forte, troppo luminoso, rinfresca la tua pelle, riempie i tuoi abiti e gioca con i tuoi capelli.

La gente che non lo capisce, troppa gente, si rifugia nella case, mortificata da quella tramontana tartara che, prendendosi gioco dei pavidi, picchia alle loro finestre e sbatte le porte, ridendosela di chi crede di sfuggire alla steppa barricandosi in un grattacielo di ventro e cemento.

Io invece rimango nella strada, abbraccio il mio Vento che, con una carezza affettuosa e irruente, mi sposta di un passo, ascolto il suo sussurro e il suo canto, me lo godo lasciando che trascini almeno il mio spirito verso l’alto, verso quel cielo infinito e blu che sta sopra di me, elevandomi verso luoghi nuovi, meno piccoli, meno prigionieri di mille sciocchezze così terrene.

Sono le giornate di Vento, quelle in cui il cielo è blu come un drappo di seta srotolato sopra la città, che mi ricordo del perchè il mio corpo, il mio cuore, la mia pelle amano Pechino. Le parole non bastano a descrivere la profonda fisicità di queste sensazioni.

Ma io qui mi sento libero, come in nessun altra terra di sono ancora sentito.


“Sono il Vento, sono libero... come il Vento”

Il Vento, da “Pirata”, Litfiba (1989)

2008-07-21

Lontani da casa

Da quando Dandan si è trasferita a Pechino la sua camera a Chengdu è vuota, e vuoto è quello che sentono i suoi genitori. Chengdu non è nemmeno dietro l’angolo abbastanza da visitare spessissimo, e quindi, sebbene figlia e genitori si parlino tutti i giorni al telefono, c’è una gran voglia di stare fisicamente assieme.

Il sig. Cheng è relativamente fortunato – lavorando al dipartimento provinciale dello sport ed essendo uno dei responsabili del passaggio della torcia olimpica in Sichuan, ha occasione di venire a Pechino relativamente spesso per vari meeting. Di solito viene alloggiato in un piccolo hotel dietro Chang’an Jie, di proprietà della provincia del Sichuan: siccome non è esperto di Pechino, la sera lo andiamo a prendere in taxi, e lo portiamo a cena o a visitare qualche angolo di Pechino. La prima volta è per me ardua: sono conscio che in parte siamo sotto esame. Portiamo il sig. Cheng nella Guijie, allo Huajia Yiyuan (花家怡园), ristorante di cucina cinese contemporanea di bella presenza, interamente costruito in un’enorme siheyuan a più cortili. E’ uno di quei ristoranti storici, con almeno due-tremila posti a sedere, aperto 24 ore al giorno, e sempre pieno (a orari pasti è normale dover fare la fila). Mangiamo un pasto lucculliano, ma il sig. Cheng, sebbene all’inizio si sforzi di parlare in mandarino, dopo un po’ cambia al sichuanese, e per quasi tutta la serata lui e la figlia parlano, con lei che racconta della sua vita a Pechino, il lavoro, il tempo libero, il cibo, l’aria, le persone, ecc. Percepisco un misto di appresione e nostalgia nella comunicazione del sig. Cheng. A fine cena Dandan mi suggerisce di pagare, e così faccio. C’è qualcosa che mi urta in questa cosa – il fatto che io sia rimasto fuori dalla conversazione per tutta la sera, e ora mi tocca pure pagare quando il sig. Cheng è un vice dirigente spesato dalla provincia. Ingoio il rospo abituato ormai a sospendere il giudizio in un Paese della cultura così diversa dalla mia: l’importante non è avere ragione o meno; sono disposto a subire un torto a tavolino pur di capire e imparare qualcosa. Da noi in Italia sono gli anziani a pagare, sia perché solitamete guadagnano di più, sia perché in Italia chi ha i risparmi sono loro, e i giovani soffrono da morire schiacciati da precariato, dal mutuo, dai costi in aumento di casa e benzina. In Italia una giovane coppia non pagherebbe mai la cena ai genitori. In Cina invece no: i giovani pagano, da un lato per rispetto culturale verso gli anziani – nella logica confuciana sono i figli a dover mantenere i genitori per riconoscenza di averli educati – e dall’altro per questioni economiche: in Cina sono i giovani ad avere i soldi. Scoprirò in seguito che lo stipendio da dirigente pubblico del sig. Cheng è non solo inferiore al mio, ma meno della metà di quello di Dandan. Questo è il frutto della crescita economica: per un cinese sarebbe assurdo pensare come me e aspettarsi di avere la cena pagata dal sig. Cheng. Ma c’è dell’altro – perché pago io e non Dandan? Sempre questione di faccia: io ho portato Dandan a Pechino nell’ottica si sposarla, io devo dimostrare di avere i mezzi e le virtù morali per poterle offrire una buona vita. E’ un’idea sessista, è vero, e la famiglia di Dandan, aperta fino ad accettare un fidanzato straniero che nemmeno parla bene cinese, non si lascia certo ingabbiare da simili formae mentis: è Dandan stessa a porci in posizione debole, in posizione da esaminandi, lasciando ai suoi genitori, semmai, a responsabilità di affracarci da tale condizione (cosa che accadrà già al secondo incontro, quando loro pagheranno la cena).

Fuori dal ristorante passeggiamo sotto le lanterne rosse della Guijie, discutendo dell’origine del carattere Gui (簋) e della forma del recipiente per preparazioni culinarie che rappresenta. Arriviamo a casa in breve tempo, mostrando al sig. Cheng quanto è tranquillo e sicuro il Min’an Xiaoqu e quanto è ordinata la mia – per la famiglia di Dandan ufficialmente ci vivo solo io, mentre lei abita nel residence della banca – casa, opportunamente pulita dall’ayi il pomeriggio stesso. Il sig. Cheng sembra soddisfatto, e non lesina complimenti incoraggianti per noi due. Ci sediamo al divano davanti a una tazza di té e chiacchieriamo ancora un po’, tirando tardi.

Un paio di settimane dopo anche la sig.ra Yuan viene a trovarci, approffittando di una commissione che suo cugino, che è anche il suo datore di lavoro, le ha affidato. Si ferma per un paio di giorni, dorme in albergo insieme a Dandan, per salvare e apparenze – non riesco a immaginare che i genitori non sappiano che nessuno normalmente dorme là, ma in Cina la faccia è importante – e poi anche lei esce a cena con noi, spesata da me, e visita l’appartamento, anche lei ci copre di complimenti su come teniamo bene la casa.

Un esame importante è passato, ora la famiglia di Dandan sa che qui lei conduce una vita sicura, ordinata, serena, e possono vivere con meno ansia la separazione. Ma come per me e i miei, anche per loro c’è il momento dell’addio.

Quando, a tarda notte, accompagniamo all’albergo il sig. Cheng, lo portiamo fino alla sua camera, quindi lui ci riaccompagna alla strada dove prendiamo un altro taxi. Sia lui che Dandan stanno prolungando il più possibile il loro stare assieme, e per due persone che solitamente vanno a dormire alle dieci di sera, stare alzati oltre mezzanotte è una gran dimostrazione di affetto. Mentre io salgo sul taxi, Dandan e il padre si abbracciano stretti, cosa che non ho mai visto fare a nessun cinese che conosco, specialmente in un luogo pubblico. Riesco a vedere, attraverso il vetro, nella luce rossa dei fari, gli occhi del sig. Cheng lucidi, e quando Dandan entra in macchina anche lei ha un groppo in gola. Il sig. Cheng rimane a guardarci e salutarci finché siamo troppo lontani per vederlo, poi si volta e cammina, a lungo, da solo e nel buio, prima di tornare alla sua camera in albergo.

Ho quasi una stretta al cuore mentre abbraccio Dandan e sento i suoi occhi bagnati, e penso che da un lato io la sto portando via ai suoi, e dall’altro, con la mia scelta di vivere qui, faccio del male ai miei, così lontani, all’altro lato del continente euroasiatico, soli e anziani. Ma non c’è una vera scelta, mi dico: la separazione, per quanto dolorosa, è necessaria alla crescita. Come potremmo diventare quello che vogliamo, con i genitori sempre a osservarci, giudicarci e correggerci sulla base di quello che loro vorrebbero che fossimo? Questi sono il prezzo e il frutto della libertà, il dolore della separazione affettiva, e le infinite possibilità che si aprono a noi una volta che non siamo più condizionati dagli antichi attaccamenti.


Mentre il nostro taxi sfreccia nella notte sul Secondo Anello, io e la mia Dandan pensiamo queste cose, e con i nostri genitori nel cuore, benediciamo la nostra scelta, il nostro futuro libero e insieme.


2008-07-16

Illegalità al Midi

“Give up, just quit, because in this life, you can't win. Yeah, you can try, but in the end you're just gonna lose, big time, because the world is run by the Man. The Man, oh, you don't know the Man. He's everywhere. In the White House... down the hall... Ms. Mullins, she's the Man. And the Man ruined the ozone, he's burning down the Amazon, and he kidnapped Shamu and put her in a chlorine tank! And there used to be a way to stick it to the Man. It was called rock 'n roll, but guess what, oh no, the Man ruined that, too, with a little thing called MTV! So don't waste your time trying to make anything cool or pure or awesome 'cause the Man is just gonna call you a fat washed up loser and crush your soul. So do yourselves a favor and just GIVE UP!”

Dewey Finn, School of Rock


Una cosa bella dei primi festival di Pechino è che non c’era una vera e propria “sicurezza”: ognuno era libero di autogestirsi, e aveva il buonsenso di farlo. Ma da questo Midi no, e infatti all’entrata, già al primo giorno, vengo bloccato dal metal detector che attacca a ululare appena si avvicina il mio zaino. Avete presente i cassoni antidiluviani a raggi X, con nastro trasportatore scassatissimo, che in Cina trovate non solo negli aeroporti ma anche nelle stazioni del treno? Ecco, ne hanno sistemati due all’entrata del parco di Haidian. Ovvio che, al controllo, dentro lo zaino mi trovano l’impossibile: latte di birra, boccia di vino, cavatappi. Io d’altra parte sono attrezzato da picnic, come altro prepararsi a un festival?

Segue quella spettacolare abitudine cinese della negoziazione. In Italia abbandoni le tue cose o ti lasciano fuori. In Cina invece dialoghi. Alla fine io e la security ci accordiamo: lascio le latte di birra ma tengo il vino, che sarebbe una perdita economica consistente (del resto che ne sanno che costa poche decine di kuai?) e il cavatappi, ma prometto di riportare a casa la bottiglia vuota e non gettarla a casa nel parco (cosa che ovviamente farò).

La bottiglia ce la godiamo ben bene, va detto, nonostante gli americani e il danese ci guardino come dei paesani mentre loro sorseggiano la loro birra. Il vino alla fin fine spacca, è molto più stiloso e latino, infinitamente meno commerciale della birra, e quindi più rock.

Il giorno seguente arrivo solo al Festival, perché Vicky è al lavoro. Visto che non intendo rischiare la requisizione della mia seconda bottiglia, mi decido che l’unica soluzione coerente con lo spirito rock del Festival sia quella di entrare di sfroso. Segue quindi una ricognizione dell’area del festival, tutta circondata da un muro di placche di metallo blu tenute assieme da fil di ferro e qualche bullone. Faccio presto amicizia con un’infinità di cinesi che, per vari motivi, hanno deciso di scavalcare come me, e sono tanti. Purtroppo il muro non è facilmente scavalcabile se non in alcuni punti, ma questi punti tendono ad essere pieni di guardie, che saranno pure diciassettenni ma sono tante, e comunque l’idea di farmi beccare a scavalcare non mi attrae, specie per la figura che farei da straniero. Passi lo studente cinese squattrinato, ma il ricco laowai... e vai a spiegare che lo faccio solo per coerenza, e che se me lo permettessero pagherei anche un biglietto a parte per la boccia di vino...

Sta di fatto che le tentiamo tutte, io da solo, altri cinesi da soli, o a volte in gruppo, cooperando. Si prova a saltare. Si spostano panchine o pietre. Ci si fa la scaletta. Si snoda il fil di ferro. Si tenta di attraversare stagni e ruscelli. C’è chi si espone, c’è chi fa il palo, c’è chi va avanti a spiare, in un fantastico spirito di cooperazione all’illegalità. Siamo tutti fratelli nel cercare di scavallare senza biglietto in nome degli dèi del rock. Purtroppo quel giorno gli dèi del rock evidentemente guardano da un’altra parte, perché dopo due ore di vani tentativi non combino nulla, e ho l’impressione di non essere l’unico. Mi consolo pensando a quanto comunque mi sto divertendo nel tentare.

Maca poco al tramonto e Dandan, finalmente in arrivo dall’ufficio, mi trova stanco e sudato all’entrata. Vorrebbe tirarmi su di morale raccontandomi di aver acquistato, su un ponte pedonale e per un prezzo bassissimo, dei pass di Greenpeace che ci permettono di entrare senza prendere il biglietto ma, come cinicamente prevedevo, veniamo rimbalzati, e l’omino che ha venduto i pass, nonostante avesse promesso a Dandan di ridarle i soldi in caso di insuccesso, ovviamente si è volatilizzato. Oggi apparentemente non è proprio karma.

Rimane una sola possibilità – suona male, ma decido di infilarmi la bottiglia nel culo. Lasciatemi la possibilità di elaborare sul barbatrucco: la bottiglia di vino è provvista di una parte sottile, la canna, che va a infilarsi perfettamente nella piega tra le natiche e i jeans. Tenendo quindi il resto della bottiglia al contrario, la parte larga appoggiata alla schiena, se indossate una maglietta lunga e larga e tenete la pancia in fuori, la bottiglia sarà pressoché invisibile e, essendo di vetro, non sarà nemmeno individuabile dal metal detector. Tac, zaino nel cassone a raggi X ed ecco che io, un po’ legnoso ma con la faccia di bronzo, passo il metal detector e giro il primo angolo. Ringrazio i numi benevoli incrociando le braccia ed estendendo indici, mignoli e pollici al cielo.

E’ così che ci godiamo anche l’ultimo giorno del Midi, mescendo anche ad amici australiani e francesi, gente che la cultura del vino la capisce. Inneggio allo spirito della roccia e del metallo, conscio che oggi la vittoria morale è la nostra, in barba alla noiosa sicurezza imposta dall’autorità.

“Stick it to the Man!” avrebbe detto Jack Black.

“Well, Jables, today we definitely did it!” risponderei io.

Al vino e alla musica, e viva la libertà che rappresentano!

2008-07-04

Il Midi Festival

A Pechino, ormai da diversi anni, esiste una scuola di musica moderna, la Midi (北京迷笛音乐学校), allo scopo di promuovere e insegnare la musica non tradizionale (e peste lo colga a chi la definisce “occidentale”). Come tutti gli artisti, e specialmente quelli iconoclasti, i ragazzi del Midi sono degli innovatori e, nel 1997, hanno deciso di inventarsi un festival della musica a Pechino, nel cortile della scuola. Organizzato in pochi giorni, più che altro tra gli studenti e i loro amici, con esibizioni a rotazione di bands rock, punk, metal, tutto rigorosamente cinese, ha riscosso tanto di quel successo che, nel 2006, la decima edizione, è stata tenuta nel parco di Haidian (in una zona di periferia cinesissima, lontana anni luce dal ghetto laowai di Chaoyang), e ha accolto decine di migliaia di giovani, per lo più cinesi (anche stranieri, ma una minoranza), con 50 band di cui 18 straniere che si sono esibite su quattro palchi per tre giorni di autentico delirio, con gente che bivaccava ovunque. Per capire il Midi, bisogna capire che il rock in Cina è arrivato solo a metà degli anni ’80, ed è ancora nuovo, è ancora ribelle, non è stato ancora stuprato e prostituito da MTV e dalle major (ma senz’altro lo sarà a breve). E’ un periodo d’oro in cui chi suona non guadagna nulla, ma lo fa col cuore.

Va da sé che io decida di andare all’edizione 2007, e con Dandan ci piazziamo su un taxi che, dopo essersi perso nei dintorni del Palazzo d’Estate prima e della Metro (non la metropolitana, proprio il cash & carry tedesco) poi, finalmente imbrocca la via e ci scarica all’entrata del parco. Dentro, puro delirio – ci sono i personaggi più strani, dal punk con cresta di venti centimetri e giubbotto di cuoio con la A di anarchia, ai dark, agli emo stile giapponese, ai semplici rocchettari indipendenti, c’è di tutto e di più, in un mare di coperte e tende, bancarelle, chioschi della birra coi bicchieri di plastica, e via così. Atmosfera di libertà, piuttosto rara in Cina. Poca, pochissima vigilanza o polizia, eppure niente atteggiamenti pericolosi.

Al mercato delle pulci io e Dandan ci procuriamo due anelli tibetani col mantra “Om mani padme hung”, uno dei simboli pop degli alternativi in questo Paese, reperibili in qualunque bancarella hippie cinese. Stendiamo la coperta e attacchiamo bottone con degli studenti stranieri del Midi, Edvard, un metro e novanta, capello rosso, pelle mozzarella e accento scandinavo, e una coppia di americani, lui capello emo e cappellino da baseball, lei trascurabilissima. Rimaniamo a chiacchierare a lungo, scartando abbastanza presto i due americani – la banalità fatta coppia – e rimanendo a raccontarcela con Edvard, che da buon vichingo suda copiosamente sotto il sole impietoso della steppa.

Musicalmente, c’è un po’ di tutto, dai musicisti bravi fino alle tapparelle rotte; ci sono quelli fissi che suonano e se ne vanno e ci sono gli animali da palco che urlano, si rotolano per terra, tirano in mezzo il pubblico; ci sono i newbie mai sentiti e ci sono i mostri sacri tipo Cui Jian, il padrino del rock cinese (il primo rocchettaro della Cina ormai ultraquarantenne, uno che per dire ha suonato in Tian’anmen davanti a decine di migliaia di studenti in quei giorni famosi di giugno di tanto tempo fa e per questo non ha più pubblicato album per una decina d’anni). Tra i gruppi cinesi Pechino domina come capitale anche del rock, ma Chengdu fa la sua parte, e tanti ragazzi non sono han, ma di minoranze xinjianesi o yunnanesi, tutti insieme appassionatamente per il festival nazionale più importante; tra gli stranieri c’è un po’ di tutto, per essere realisti diciamo che non c’è un cazzo di budget (del resto il Midi Festival è per gli studenti e gli artisti squattrinati, il biglietto sono 150 kuai per tutti i tre giorni), per essere gentili diciamo che il rock cinese, o meglio lo yaogun (摇滚), che comprende tutta la musica alternativa, è alla ricerca e sperimentazione delle basi per creare il proprio stile, sta di fatto che le band più famose sono i tedeschi Liquido e i Soundtrack of Our Lives, ma gran parte degli altri sono band scandinave o americane goth metal, power metal, black metal tipo Hatesphere o Cruxshadows, e checché ne dica Edvard, secondo me succhiano alla grande. Ma il bello del Midi non è tanto la musica (tra l’altro l’acustica fa schifo perché le casse dei quattro palchi sono tutte voltate verso lo stesso punto medio, quindi i suoni tendono a sovrapporsi), ma è lo spirito. E’ il ritrovo degli alternativi cinesi – e non ce ne sono ancora abbastanza di alternativi in questo Paese – dove si dà via libera alla creatività e la polizia la si lascia fuori, senza per questo sbroccare. C’è un clima di festa, di vacanza, di picnic, vedi i cinesi liberi come si comportano i ragazzi di ogni altro Paese, senza gli atteggiamenti forzati che noti in altre situazioni, eccessivamente cauti o eccessivamente nervosi e aggressivi. C’è relax, c’è buona energia. Niente grandi band o nomi famosi, niente marketing, solo musica e divertimento.

Bello questo Midi Festival.

2008-06-30

Ghiacciolo

Quando la primavera arriva, e si vive in uno xiaoqu, e per di più vicino agli hutong, è un piacere cenare presto e, mentre non è ancora completamente buio, scendere in strada e fare una passeggiata. Non ci sono luci al neon intermittenti e invasive, né la puzza e il rumore delle auto, solo altra gente che tranquillamente si gode la brezza della sera, che porta i profumi dei gelsomini e della acacie in fiore.

Di solito quando passeggio mi piace prendere un gelato, ma qui un po’ per la pancia che avanza, un po’ perché i gelati cinesi sono stradolci e pieni di coloranti chimicissimi, preferisco andare sul ghacciolo.

Il ghiacciolo! Ricordi di bambino, quando si giocava nel cortile dietro al tabaccaio che li vendeva, o all’oratorio d’estate, quando non c’era nulla da fare e stare all’ombra gustando qualcosa di freddo era la cosa migliore che potesse capitare. Ricordo che i ghiaccioli non costavano nulla, e ce n’era di ogni gusto: arancio, limone, menta, cola, fragola, persino l’anice, tutti meravigliosi. Ma in Cina no.

La differenza fondamentale tra un ghiacciolo e un gelato è che il primo è costituito essenzialmente da acqua ghiacciata mista a uno sciroppo dolce; il secondo ha una sostanziosa aggiunta di latte, che lo rende appunto cremoso. Noi italiani lo sappiamo bene, data la nostra famosa tradizione in merito. Anche i cinesi distinguono le due cose con due parole diverse: il ghiacciolo è il bingbang (冰棒) e il gelato bingqilin (冰淇淋). Solo, per qualche curioso equivoco, il ghiacciolo in Cina contiene tipicamente latte.

“Vorrei un ghiacciolo, che gusti avete?”

“Latte”

“... e poi?”

“Mirtillo e latte”

“C’è qualcosa senza latte?”

Sì, il ghiacciolo al limone e arancio. Che sa di latte. Che poi è il latte cinese iperchimico, che te lo spiego. Ma per i cinesi il latte è una novità sana che fa bene alle ossa, e con questa scusa le aziende di ghiaccioli ce lo mettono un po’ dappertutto, anche solo come profumo o sapore.

Con il supporto linguistico di Dandan, mi metto a girare tutti i baracchini della zona in cerca di un giacciolo che non contenga latte. La ricerca è lunga e difficile, ma alla fine paga, con la scoperta del laobingbang (老冰棒), il “ghiacciolo della Vecchia Pechino”, con tanto di carta bianca con scene tratte da intarsi della dinastia Qing di un vecchio con cappello tondo e codino che offre il ghiacciolo a un bambino a piedi scalzi e con il tradizionale ciuffo di capelli in cima alla testa. Del resto si sa, i cinesi hanno inventato tutto: se loro sono le invenzioni della pizza e degli spaghetti, perché non il ghiacciolo? Difatti il suddetto dessert, oltre a un lievissimo gusto di latte (che comunque è minimo, grazie al cielo), sa di banana, il frutto tipico della steppa ai confini della Mongolia.

Tutto sommato il laobingbang non è tanto male, o quantomeno è quanto di più vicino a un ghiacciolo italiano si possa trovare da queste parti. E così la sera, dopo l’ennesimo pasto luculliano frutto della mia cucina italiana o di quella sichuanese di Dandan, si cammina per Dongyangguan Hutong, o nel parco di Nanguan, o in Beixinqiao San Tiao, in una mano quella della dolce metà, nell’altra il laobingbang. E, dall’altra parte del mondo, sembra quasi di tornar bambini a Milano. O a casa propria, sarebbe più onesto dire. La mia casa, oramai, è qui.

2008-06-27

Cani e porci

Quanto tempo è passato da quando ero entusiasta della gente che si trovava a Pechino? La mia prima impressione era di trovare persone speciali, persone che, sfuggite al loro mondo per cui provavano insofferenza, erano finite dall’altra parte del globo in una terra aliena, talvolta accogliente talvolta incredibilmente ostile. Persone speciali per cui non si poteva non provare rispetto o ammirazione, se non altro per il coraggio di essere venuti in Cina. Era l’inizio del 2003, e ora invece è quasi la metà del 2007: quattro anni, e non sembra quasi di essere più nello stesso Paese. Per un po’ ho pensato di essere io quello che era cambiato, a non guardare più dal basso del novizio ma dall’esperienza di chi vive qui da qualche anno. Poi invece ho capito che è proprio la gente a non essere più la stessa... una volta la Cina era quasi terra incognita, adesso è l’America di chi vuole fare il business.

E lo vedi nella gente che viene oggi: tronfi, unilaterali, pieni dei pregiudizi della loro cultura. Vengono per fare gli affari loro, autolegittimati e pieni di pretese nei confronti dell terra che li ospita, considerata alla stregua di un Paese in via di sviluppo, un’ex colonia che vorrebbe diventare come l’Occidente ma ha le idee confuse sul come fare. E’ la gente che si lamenta che i cinesi non parlano inglese (come se in tanti altri Paesi lo parlassero), che il caffé e i cocktail fanno schifo e che non si trovano bar alla moda, convinti di arrivare in una copia di qualunque città europea o americana, dove il modello capitalista occidentale ha vinto, e chi paga ha a disposizione. Loro pagherebbero anche, dall’alto del loro reddito in euro o dollari, è solo che si infuriano se pagare non basta, ma occorre anche capire, comunicare, scegliere. Non capiscono come mai i poveri cinesi non si comportano come altri poveri nel mondo e non si fanno calpestare dai ricchi per qualche spicciolo. Sono persone che sognano grandi carriere in un Paese con crescita a due cifre, si immaginano in giacca e cravatta a dare ordini ad eserciti di impiegati-schiavi locali, ma se lasciati soli non sanno nemmeno prendere un taxi o ordinare una forchetta in un ristorante cinese. Non ci sarebbe nemmeno bisogno di puntualizzare che queste persone non provano nemmeno ad imparare il cinese, oppure ci provano ma mollano dopo due settimane perché “è troppo difficile”, e quando possono frequentano solo luoghi per stranieri, così si sentono più a casa.

E’ gente spiantata, spiaggiata, lontana anni luce da quella che tanto tempo fa mi aveva stupito. Del resto, cinque anni fa questi nuovi arrivati non sarebbero sopravvissuti un giorno a Pechino – quando ancora nessuno, ma nemmeno lo staff degli alberghi a cinque stelle, parlava inglese; quando nei supermercati trovate la Nutella e il latte era un miracolo; quando i bar e i ristoranti stranieri si contavano ancora facilmente, e quelli italiani erano quattro o cinque. Forse certa gente in Cina ci arrivava già una volta, solo che non ci rimaneva. Oggi invece sì, grazie alla nuova Pechino che accoglie gli amici stranieri.

Immagino tutto ciò sia un cambiamento inevitabile, se la mia venuta qui è un prodotto della globalizzazione questa è una nuova fase. Io sono arrivato cavalcando l’onda dell’interesse occidentale della Cina, prima che lo tsunami dei manager internazionali si abbattesse su questo luogo. Se non avessi avuto quella spinta alle spalle, certo qui non mi sarebbe mai venuto in mente di passare.

Ciò non toglie che pur cosciente di quanto devo all’interesse degli occidentali per l’Impero di Mezzo, non sia disposto per nulla ad accettare certi comportamenti da turisti della domenica – i miei modelli rimangono quelli arrivati prima di me, quelli coscienti di approcciare una cultura millenaria e quindi disposti a trattarla con rispetto, ad accettare la necessità di doversi comportare, almeno per cortesia sociale, alla cinese. Dico “no” a quelli che pretendono che siano i sempre cinesi a parlare inglese, dico “stupidi” a quelli che sostengono la cucina cinese faccia ingrassare e quindi mangiano McDonald’s e KFC, dico “sfigati” a quelli che sorridono ai cinesi solo in ufficio e dopo il lavoro li evitano come possono, e dico “ignoranti” a quelli che credono che la Cina si sia sviluppata solo grazie all’influsso occidentale, e che senza l’Europa e l’America sarebbe al livello di sviluppo dell’India. E chiudo con dicendo “bestie” a chi sostiene che per vedere la “vera Cina” sia necessario uscire da Pechino, perché automobili, grattacieli, sistema fognario, elettricità, strade asfaltate e telefoni cellulari sono, nella loro mente, segni di occidentalizzazione e non di progresso. Perché non capiscono come ci possa essere progresso senza occidentalizzazione, perché poi si chiedono “perché invece delle automobili e dei grattacieli non importano la democrazia?”.

Ecco, per dirla tutta, di questa gente ne ho piene le scatole. Che se ne torni a casa propria, se qui non è di loro gusto. Ma sogno, perché quelli come me stanno scomparendo, e quelli come loro saranno sempre di più. La battaglia è stata in fondo persa ancora prima che io arrivassi nel lontano 2003. La guerra, non lo so: forse, col tempo, i cinesi saranno capaci di difendere la loro tradizione e farsi rispettare da soli, si spera con la civiltà e non con una semplice dimostrazione di forza. O più probabilmente, tra cinquant’anni qui parleranno tutti inglese, ci saranno cinque ristoranti Armani e alcune migliaia di McDonald’s; ci saranno fashion shows, cocktail bar e la gente farà il bagno della colonia, si vestirà solo con abiti occidentali e gli argomenti di conversazione saranno gli stessi di New York, Parigi, Los Angeles e Tokyo. O forse sta già succedendo, mentre io scrivo di cose passate, loro stanno globalizzando, riducendo ai minimi termini comuni la cultura mondiale, la cultura di massa. Se il futuro di Pechino sarà un’omogeneizzazione rispetto al resto del mondo, oppure qualcosa di più interessante e innovativo, questo lo deciderà solo la fantasia delle persone che ora vivono qui. Per cui vi prego, se mi leggete e non state capendo il punto di quello che scrivo, se tutto sommato vi sembra sacrosanto che la Cina si adegui al resto del mondo come hanno fatto tanti altri Paesi, tornatevene a casa... e se già ci siete, rimaneteci. Contribuirete a rendere più colorato il futuro del mondo.

2008-06-02

Quartieri alti e quartieri bassi

Nella vecchia Pechino non era solo la struttura del cancello di una casa a indicare la posizione della famiglia che la occupava, ma anche, e ragionevolmente, la posizione della residenza rispetto al centro. C’era la Città Purpurea, dove risiedeva l’Imperatore, la Città Imperiale, dove abitavano i nobili e i funzionari d’alto rango, quindi la Città Interna e la Città Esterna, con discriminazioni di posizione, di reddito e razziali. Dal 1911, con la Repubblica, le cose cominciarono a cambiare, poiché le uniche distinzioni divennero quelle di reddito. E infine, dal 1949, nemmeno quelle: gli spazi della città vennero occupati in maniera più o meno casuale dalle danwei, le unità di lavoro civili o militari: fu la nascita del xiaoqu, inteso come comunità in cui un gruppo di famiglie lavora, studia, passa il proprio tempo libero e usufruisce dei servizi pubblici. L’unica distinzione era quella tra danwei: c’erano, naturalmente, le danwei ricche, vuoi perché efficienti nel produrre, vuoi perché ricettarie di grosse risorse o debitrici di poche. Tali danwei non erano però distribuite secondo degli schemi, ma sorgevano una accanto all’altra a seconda della necessità. Ma ciò che è più importante, i membri della danwei, dal commissario locale di partito al direttore all’operaio all’invalido, abitavano tutti nella stessa area, spesso nello stesso edificio.

Lo sviluppo conseguito alle politiche di Deng Xiaoping e all’adozione dell’economia di mercato socialista ha, fin dagli anni ’80, portato crescita della città e a una ricostruzione e riorganizzazione degli spazi anche nella parte vecchia del centro urbano, rompendo questo modello di localizzazione delle aziende e degli spazi residenziali. La Pechino d’inizio millennio è ua città in transizione: sopravvivono ancora alcune danwei, per lo più legate all’esercito e alla polizia, nonché alle grandi aziende pubbliche, ma l’economia privata ha scisso il rapporto casa e luogo di lavoro, portando alla nascita di centri d’affari in centro e quartieri residenziali in periferia. Sono inoltre sorti i compounds all’americana, i complessi residenziali di lusso con guardie private: il solo nome è un biglietto da visita per il proprio livello sociale. Una volta, fa notare qualcuno, la gente si vantava della danwei in cui lavorava, oggi si vanta del luogo in cui vive: se abiti al Central Park o al Moma, i compounds più alla moda e pieni di stranieri, sei automaticamente al di sopra di uno che abita nel distretto di Tongzhou o a Xizhimen, dove invece sono sorti quartieri dormitorio attorno a remote fermate della metropolitana. Pechino cambia e si globalizza, e ci si chiede se sarà in grado di trovare soluzioni urbanistiche originali, e non seguire a bacchetta il modello imperante di centro ricco e periferia povera.

Pan Shiyi, il proprietario di SOHO, sta provando a pensare in nuovo l’idea di xiaoqu, progettando centri in cui la gente possa vivere, lavorare, far compere i luoghi commerciali e socializzare in ambienti comunitari come giardini o bar, palestre, ristoranti. Ma anche Pan Shiyi alla fine, per quanto imprenditore iluminato, punta a fare soldi, e se le auto trovando posto in garage sotterranei, la parte bassa della scala sociale, ovvero i migranti, vanno a dormire altrove quando staccano il loro turno. La municipalità di Pechino ha lanciato un piano per lo sviluppo della città fuori dal centro, in parte per proteggere quel poco che rimane della città vecchia, in parte per alleviare il peso dei pendolari sulla rete dei trasporti, con la costruzione di nuovi quartieri modello in periferia: il primo sarà il quartiere olimpico, che dovrebbe essere riconvertito dopo i giochi; poi seguiranno Tongzhou, Shunyi e Shijingshan, dove dovrebbero sorgere nuovi spazi urbani progettati con coscienza: ma questo appare solo un palliativo al momento, e non una soluzione definitiva. La segregazione residenziale tra ricchi e poveri, tra cittadini e migranti, è un pericolo che cresce in manera inquietante, e rischia di estraniare due parti dello stesso Paese, un Paese costruito su teorici principi di uguaglianza, parità e solidarietà sociale.

2008-05-30

Trasferimento

Stiamo assieme da molti mesi, io e Dandan, e le relazioni a distanza, soprattutto quelle a una distanza di duemila e più chilometri, sono estenuanti. Ci si offre però una speranza: la banca statale in cui Dandan lavora offre agli impiegati delle sedi distaccate la possibilità di uno stage in sede centrale, a Pechino, per 6 mesi. Basta fare domanda. E’ un sogno.

Dandan dunque si prepara psicologicamente e cerca di dare di più ogni giorno lavorandosi ben bene il capo e le altre persone coinvolte nel processo decisionale, tramite il padre, la nonna, amici, compagni di scuola, eccetera. Al momento ci sono altre persone in stage a Pechino, ma a fine anno dovrebbero essere rispedite indietro e, con le loro posizioni aperte, si aprirebbe il concorso. Concorso ovviamente durissimo perché in sede centrale c’è possibilità di far carriera e di prendere contatto con chi veramente conta nella struttura, e quindi moltissimi provano ad andarci.

Finisce novembre, e ancora non si sa nulla: il concorso in teoria avrebbe dovuto aprirsi in quel mese, ma nessuno ne ha parlato né si hanno notizie. Quando si accetteranno candidature? Non è dato sapere. Quando torneranno gli stagisti attuali? Nessuno è informato. Ma torneranno o no? Tutti si scuotono nelle spalle, e a me la situazione ricorda i racconti della burocrazia di Kafka o Buzzati. Tutti sanno che c’è, ma nessuno ha informazioni utili, e dei responsabili non si hanno che dei cognomi e delle vaghe posizioni altolocate, così altolocate che non è possibile nemmeno parlare con loro o sapere che faccia hanno.

Le settimane si trascinano penose: ogni giorno faccio domande, ogni giorno Dandan mi ribadisce che nessuno ha risposte. Un giorno di metà dicembre viene convocata nell’ufficio del suo direttore, che a fa sedere e comincia con delle domande vaghe:

“Signorina, lei è una persona che nel nostro ufficio ha sempre dimostrato grandi doti di iniziativa e ambizione”

Dandan sorride, e intando spera di immaginare il perché del colloquio.

“Così, dopo aver letto molte relazioni favorevoli sul suo operato, mi è venuto da pensare che lei è ambiziosa, e forse questa piccola sede di Chengdu è troppo stretta per lei”

Dandan ormai è praticamente sicura che la proposta di stage stia arrivando. Vorrebbe gridare “Sì, mi mandi a Pechino, in sede centrale potrò fare cose meravigliose per la nostra azienda”. Invece sta zitta, sorride e lascia che il direttore vada avanti.

“Ed è per questo” dice “che ho pensato che un’esperienza fuori sede potrebbe esserle utile e gradita. Lei conosce bene l’inglese mi dicono, ha studiato all’estero, e si da’ il caso che la nostra banca stia proprio ora aprendo dei progetti in Africa... ”

Sorriso tirato: “Scusi... ha detto Africa?”

Ebbene sì, le viene proposto questo meraviglioso stage in Africa, location non meglio definita, per sviluppare le infrastrutture dei Paesi alleati della Cina. In alternativa sono disponibili altri interessantissimi progetti in Pakistan o Afghanistan.

“Cosa le pare?” chiede il direttore “Ci pensi bene... e mi faccia avere una risposta entro domani, che c’è da partire subito!”

Dandan mi telefona praticamente in lacrime. La calmo, rassicurandola del fatto che, male che vada, si licenzia e viene a Pechino la settimana seguente a cercar lavoro. Il giorno dopo, rifiutando, scopre che la stessa proposta è stata fatta a tutti i suoi colleghi, perché gli stagisti mandati due anni fa non hanno mai trovato sostituti volontari, e quindi la banca non li ha mai rimpatriati. Prenderebbero chiunque, e probabilmente quei poveri impiegati cinesi abbandonati in un luogo non meglio precisato dell’Africa venderebbero l’anima al diavolo perché qualche pazzo si offra per predere il loro posto. Dicembre passa, e di notizie sullo stage a Pechino non ne vengono.

Poi un bel giorno di gennaio, così all’improvviso, arriva un’e-mail generale a tutti gli impiegati: se volete provare a fare lo stage in sede centrale, avete 48 ore per consegnare una documentazione impossibile presso gli uffici risorse umane della vostra sede. Ma non è tutto: la struttura gerarchica cinese impone che Dandan ottenga il beneplacito del suo superiore, regola questa non scritta ma estremamente vincolante, e il manager in questione sono tre settimane che nicchia e prende tempo: di fatto se lui non fa una telefonata in risorse umane, la candidatura di Dandan non viene nemmeno accettata, ma finisce in modo causale nel cestino.

E’ un momento strano da descrivere, persino da capire, per un italiano, ma quasi normale per un cinese: settimane e mesi spesi nell’attesa, preparandosi ogni giorno a un evento che arriverà ma non si sa quando. E quando arriva è come una guerra, tutti scattano, la velocità è fondamentale, la preparazione fino a qual momento fa la differenza, in poche ore ci si gioca il tutto per tutto in una competizione spietata contro i propri simili. E’ così che funzionano le cose nella burocrazia orientale: Dandan, con reattività sorprendente, muove tutte le sue pedine assieme. Forza a un incontro il suo capoufficio, mettendolo alle corde con un atteggiamento calcolato in cui sbandiera fedeltà all’azienda e velatamente promette favori in caso di cooperazione e minaccia ritorsioni o addirittura licenziamento in caso contrario; allerta via telefono tutti i suoi contatti che si muovo assieme in un attacco concertato alla struttura decisionale: e sono telefonate, e-mail, cene, sfide a majiang che decidono il gioco. I documenti nel fascicolo di candidatura contano, chiaro, ma non bastano. Quelli che non si sanno muovere così non partecipano neanche alla partita.

Le 48 ore passano febbrili fino alla chiusura, poi c’è un’altra settimana di attesa snervante, che si prolunga per un’altra, e ancora nessuna risposta giunge dalla sede centrale. E’ ormai febbraio: un lunedì finalmente le liste dei selezionati appaiono non annunciate su una bacheca, alla vista di tutta l’organizzazione, e Dandan è tra loro. Verrà a Pechino in stage, nella mia città. Lei cammina a tre spanne da terra, ma io non sono così felice, qualcosa non mi torna. Quand’è che si trasferirà? Be’, questo non si sa, l’ufficio risorse umane lo farà sapere in seguito. Non sono tranquillo. Passano ancora due settimane di silenzio, poi l’ufficio risorse umane comunica a Dandan via telefono che lei è attesa in ufficio a Pechino il lunedì della settimana seguente. E se uno, chiedo io, deve preparare delle cose, che so, affittare il suo appartamento, vendere la macchina, fare dei documenti? Non c’è eccezione, mi dice Dandan, a meno che ovviamente il suo capufficio, figura dotata di poteri quasi illimitati sui suoi sottoposti non intervenga. Infatti interviene, con una telefonata tipo “Salve, ufficio risorse umane centrali: so che avete chiesto alla signorina Dandan, che lavora nell’ufficio di cui sono responsabile, di trasferirsi a Pechino settimana prossima. A me servirebbe ancora due settimane, vi scoccia se comincia il training un po’ dopo?”. Risposta “Mei wenti”. Ma, chiedo ancora io, pignolissimo occidentale, se c’è un progetto comune di diciamo quindici risorse spostate in sede centrale, non ha senso che si facciano il training tutti assieme? Se arrivi in ritardo e perdi il training come fai a lavorare? Domande vuote, non riesco a capire se per i cinesi questo non costituisca un problema in sé oppure sì costituisca un problema ma, di fronte al mare di problemi che li circonda, risulta un problema minore perché impatta sull’efficienza aziendale e non direttamente sui loro affari personali. Dandan si limita a dire che in questi casi ci si affida al buonumore del capoufficio assecondandolo, e sperando che il progetto non si trascini più in là, come effetti accade (durerà tre e non due settimane, ma in questi casi un ritardo del 50% in più si dava per scontato).

E’ un bel pomeriggio assolato di aprile quando torno a casa da lavoro e mi trovo Dandan in soggiorno, la valigia sfatta in camera mia, addosso ha una mia camicia e i pantaloni di una mia tuta, manco fosse lei la padrona di casa e io l’ospite. E’ solo allora che comincio a crederci a questa cosa dello stage a Pechino (ed è questo, beninteso, l’atteggiamento giusto per molte cose in Cina – crederci solo quando le vedete di persona e le toccate; altre cose invece non dovete crederci nemmeno in quel caso). La sera stessa festeggiamo la fine della nostra relazione a distanza e l’inizio di quella che era nata come relazione nella stessa città, e invece si rivelerà convivenza. Ma non divaghiamo.

Da novembre ad aprile sono passati cinque mesi, un bel ritardo su sei mesi di stage. La cosa divertente è che Dandan è una delle prime a presentarsi: praticamente nessuno è arrivato in ufficio alla “data inderogabile” proposta dall’ufficio centrale, perché tutti avevano delle scuse, trattenuti ancora tre-quattro settimane dai loro capiufficio che non avevano preventivato di rimanere con una risorsa in meno. La banca assegna a Dandan una stanza in un residence a cinque minuti a piedi dall’ufficio, tutto spesato, inclusi i pasti alla mensa aziendale che funziona a pranzo e cena sette giorni su sette, e il giorno dopo il suo trasferimento inizia a lavorare all’ufficio di Pechino. Così si chiude un calvario di cinque mesi, per uno stage che dovrebbe durarne sei, anche se speriamo che, se la nostra convivenza regge, con una domanda ben fatta e un paio di telefonate alle persone giuste, Dandan potrebbe essere confermata in sede centrale e quindi rimanere a Pechino come impiegata fissa.

Ironicamente, la comunicazione della fine dello stage, a un anno di distanza, non è stata ancora data, chissà perché. Un certo manager un giorno ha ventilato anche la possibilità di concessione della residenza pechinese per gli stagisti, notizia mai confermata da altri. La stanza di residence, in cui Dandan ha dormito forse tre notti in un anno, è ancora lì a disposizione, e lei ancora mangia gratis in mensa quando le pare e piace, come qualunque persona in trasferta. Si vive così, in una strana incertezza, nelle aziende statali cinesi.

Ma quel che conta in fondo per noi in quel momento è che, grazie al Cielo, ad aprile del 2007 siamo finalmente insieme, a Pechino, e la nostra storia sta prendendo una direzione e una velocità non più facilmente manovrabile come prima. E di questo, con gioiosa incoscienza, siamo entrambi felici.

2008-05-29

Crollo in metropolitana

Il 1° aprile 2007 una bella notizia compare sul China Daily, a ricordarci come vivono i migranti e come vengono considerati dai cittadini, e tante volte anche dai loro stessi compaesani. Non è un pesce, purtroppo, e questi eventi sono ordinaria amministrazione, solo che di tanto in tanto la verità viene fuori e, per togliersi d’imbarazzo, la polizia deve punire qualcuno.

La notizia racconta di come, durante gli scavi per una delle nuove linee della metropolitana di cui si sta dotando la città, ci sia stato un improvviso crollo della galleria. Ecco come suona la notizia, presa pari pari dal quotidiano nazionale in lingua inglese:

“The collapse happened at 9:30 a.m. on Wednesday at a construction site for the No.10 Subway Line in Haidian Nanlu Road between the third and fourth northern ring roads in the city's Haidian District.

Six workers were buried underground after the accident, of whom one came from central China's Henan Province and the other five from southwestern Sichuan Province.

Rescuers recovered a worker's body Friday afternoon after more than 50 hours of excavation. The victim was confirmed to be 20-year-old Li Peng from Henan.

Family members of the six workers are in Beijing now to handle the aftermath.

Local police have detained 10 people over the subway cave-in, including the work supervisor and tunnel designers but the labor contractor, Zhou Yongfu, is reported to have fled.

The construction company - China Railway 12th Bureau Group Co.- refused to report the accident to municipal authorities when the collapse occurred, instead mounting its own operation to rescue the trapped workers.

In an attempted cover-up, project managers ordered all the workers to stay at the construction site and told them not to talk to media and police. They confiscated mobile phones from workers.

The Beijing municipal authority finally learned of the accident at 5:00 p.m. on Wednesday, almost eight hours after the collapse occurred, after a worker from Henan called Henan police.

Municipal government officials told Xinhua on Friday that rescue work had been delayed by the company's cover-up attempts and the complicated underground conditions.”

Ecco come si costruisce la Pechino olimpica, e se è per questo anche la Shanghai dell’Esposizione Universale e tutte le altre città della nuova Cina.

Perché, viene da chiedersi, succedono queste cose? Le ragioni sono tante: anzitutto, anche in presenza di regolamenti di sicurezza molto avanzati, nessuno li rispetta: imprenditori e manager vogliono sveltire i lavori e semplificare, il committente se ne lava le mani, gli operai tacciono e intascano la paga, e la polizia e gli ispettori intascano le mazzette. E’ un sistema, e i colpevoli sono tutti quanti. Ma quando poi la disgrazia capita, perché non si può sperare di essere sempre fortunati, la gente si spaventa e pensa per sé. Per l’imprenditore e il manager, far trapelare la notizia del fattaccio non è solamente pericoloso dal punto di vista penale, ma è anche un modo di perdere la faccia, il mianzi. Quando un errore qualsiasi viene palesato, la cosa è considerata disonorevole in Oriente: disonorevole per l’azienda, chi l’ha scelta, anche chi ci lavora, e quindi la prima preoccupazione –istintiva - delle persone è far sì che l’errore non si venga a sapere. L’imprenditore è stato zitto, il manager ha dato disposizioni di tacere a tutti quanti, i quadri hanno requisito i cellulari, gli operai se li sono fatti requisire – e non ditemi poveri operai, perché mille operai non si possono dichiarare vittima di una decina di dirigenti, il cellulare l’hanno consegnato e si son sciacquata la coscienza per i loro colleghi sepolti vivi. Solo un lavoratore dell’Henan, siccome un suo paesano era lì sotto, ha chiamato la polizia, quella del suo paese e non di Pechino, e allira qualcosa si è mosso e il sistema omertoso si è incrinato. E allora chi comanda si è messo in cerca del capro espiatorio.

Questa è la Pechino del 2007, “One world one dream” signore e signori. E a voi occidentali che esprimete giudizi a mitraglia su questo Paese, chiedetevi prima se avete idea di come pensa e di cosa vuole la gente, qui. Perché anch’io, dopo tre anni che ci vivo, faccio abbastanza fatica a capire.

2008-04-23

I migranti

In Cina si sente spesso parlare di migranti: sono la classe sociale urbana più bassa. Riconoscere i migranti è facile, basta guardare la pelle, scura e mangiata dalle intemperie, basta guardare il corpo, muscoloso per il lavoro fisico e di dimensioni inferiori ai cittadini per questioni di cattiva alimentazione in età di sviluppo, basta guardare i vestiti, rimediati chissà dove chissà come, riparati alla bell’e meglio e coperti di polvere, la polvere che a Pechino copre tutto.

Ma pochi di fatto capiscono chi sono i migranti. I cittadini semplicemente stortano il naso e li evitano, gli stranieri dicono “poverini” e gli scattano una fotografia, o peggio gli regalano dei soldi offendendo la loro dignità.

I migranti vengono chiamati in cinese nongmingong (农民工). Nong significa agricoltura, min popolo, gong è il lavoro, principalmente manuale. Sono quindi i “braccianti del popolo contadino”. In questa parola c’è tutta la divisione campagna-città che lacera la Cina dai tempi di Deng Xiaoping ad oggi. Per parlare dei migranti bisogna capire che cos’è l’hukou.

Hukou (户口) non è altro che un’anagrafe locale. In tutto il mondo gli abitanti sono censiti, e i cinesi sono stati i primi popoli a censire la popolazione già migliaia d’anni fa. Ora, quando nel 1958 Mao Zedong lanciò il Grande Balzo in Avanti, e fece partire a pieno ritmo l’economia pianificata (tra il 1949 e il 1958, a dispetto delle credenze, l’economia era ancora in buona parte libera, se non privata collettivizzata, ma non certo gestita dallo Stato), si ritenne necessario di regolare, oltre ai flussi di capitale e di beni, anche quelli del lavoro, elemento fondamentale di ogni sistema economico e particolarmente caro alla teoria marxista. Regolare il lavoro significava stabilire in un Piano Quinquennale dove le persone avrebbero lavorato e vissuto, ed ecco quindi che le persone ottennero documenti che stabilivano la loro residenza e la loro azienda. Se avessero voluto emigrare e cambiare lavoro, avrebbero dovuto compilare dei moduli e attendere un’autorizzazione statale, in modo da trovare pronto, al loro arrivo, un nuovo lavoro, una nuova casa e tutti i documenti necessari a ricevere i servizi pubblici come sanità, scuola, ecc. La distinzione fondamentale del sistema di pianificazione dei flussi di lavoro era la distinzione tra campagna e città. Chi stava in città lavorava nelle danwei, nelle fabbriche, nelle aziende; chi stava in campagna lavorava nelle comuni. Allocare la forza lavoro tra agricoltura e industria era la principale funzione del sistema.

Il sistema degli hukou di fatto funzionò solo per 8 anni, perché con la Rivoluzione Culturale la popolazione fu incoraggiata a spostarsi per il Paese senza chiedere nulla a nessuno, i contadini come Guardie Rosse nelle città, e gli studenti a imparare dai contadini. Solo lentamente, e in certe aree del Paese, la legalità fu ristabilita; il Piano Quinquennale veniva sempre stilato, ma quasi mai rispettato, e ogni località pensava per sé, chi accogliendo i migranti, chi bastonandoli e rispendendoli indietro. Poi venne Deng Xiaoping, che si inventò l’economia di mercato socialista, affittò appezzamenti di terra alle famiglie contadine, liberalizzò il piccolo commercio, creò le Zone Economiche Speciali e rilanciò il settore privato riscattando il Paese dagli anni di privazioni derivati dal modello maoista. Progressivamente, il flusso di beni e capitali privati fu liberalizzato, ma quello del lavoro no. Perché no? Il modello di Deng Xiaoping era quello di una crescita ineguale, ovvero certe aree, perlopiù aree urbane della Cina orientale, si dovevano sviluppare in fretta, vedere la costruzione di strade, scuole, ponti, fogne, linee del telefono ecc., mentre altre, perlopiù aree rurali della Cina occidentale, dovevano finanziarle per il bene del Paese. Risultato, se in media tutti stavano meglio, gli abitanti di certe aree stavano molto meglio di altri, e questi altri non ci stavano ad essere svantaggiati. Inseguendo sogni di gloria, tantissimi contadini volevano trovare un lavoro in città e arricchirsi facilmente invece di spezzarsi la schiena e pagare con le proprie tasse le scuole ai figli dei ricchi.

Se ciò fosse stato permesso, nel giro di pochi anni le città cinesi sarebbero esplose sotto la pressone di un’immigrazione totalmente incontrollata, diventando esattamente come tante altre città dell’Asia e dell’Africa, ovvero centri economici avanzatissimi circondati da periferie poverissime dove la razza umana raggiunge i peggiori livelli di degrado. Pechino sembrerebbe Bangkok, Shanghai sembrerebbe Lagos, Canton sembrerebbe Calcutta. Deng Xiaoping, lungimirante com’era, decise quindi di mantenere il controllo sul flusso di persone, permettendo una crescita limitata delle città attorno al 5-10% l’anno, cifre che a noi sembrano enormi ma per un Paese in via di sviluppo sono piuttosto basse.

Ai tempi di Mao se uno non obbediva alle disposizioni del’hukou non aveva lavoro e veniva rispedito indietro, ma con l’economia rombante della Cina riformata chiunque può, di fatto, prendere un treno o un bus con la scusa di visitare i parenti lontani e poi trovar lavoro dov’è arrivato. Solo che, senza l’hukou regolare, questa persona non può accedere ad alcun servizio pubblico, dalle scuole alla sanità alle case popolari, e si riduce a un cittadino di serie B. Ecco, questi sono i migranti. E se per caso hanno a che fare con la giustizia, vengono rispediti indietro, ragion per cui non posso nemmeno rivolgersi alla polizia se subiscono soprusi dai propri datori di lavoro o da altri migranti.

Se poi non trovano lavoro, o lo perdono, vien da sé che a volte si diano ad attività illegali, spinti dalla necessità, e i cittadini guardano a loro come noi in Italia guardiamo agli immigrati irregolari, talvolta con benevolenza come si fa col filippino a cui dai una manciata d’euro per pulirti la casa quasi meravigliandoti che non rubi nulla quando viene, spesso con paura, come si fa col nero che incontri solo mentre torni a casa alle tre del mattino, o con ostilità, come si fa col maghrebino seduto a bordo strada e guarda tutti i passanti col fare torvo tipico dei musulmani e che dagli europei viene identificato con lo sguardo del malintenzionato.

Se una volta i controlli erano abbastanza stringenti, per questioni di ordine pubblico, ora i governi locali e la polizia chiudono un occhio in nome dello sviluppo economico. I migranti costano meno dei cittadini e aiutano lo sviluppo economico. Nel 2004, il Ministero dell’Agricoltura (e la competenza la dice tutta) stimava la popolazione di migranti attorno ai 100 milioni, e siamo su cifre conservative.

Oggi basta guardare fuori dalla finestra e li vedi: sono le ayi che vi lavano la biancheria e i pavimenti, sono i fuwuyuan che vi servono nelle bettole dove vi rintanate quando volete spendere poco per magiare, sono gli operai che costruiscono i grattacieli e le nuove linee della metropolitana, sono gli omini col banchetto ambulante degli spiedini fritti o delle patate arrosto o delle sigarette che incontrate alle tre del mattino quando rientrate a casa da Sanlitun, sono quelli con i tricicli o i miandi carichi all’inverosimile di roba, e sono quelli che vi vengono a chiedere la bottiglia di plastica dell’acqua quando state bevendo, e non vogliono l’acqua, ma la bottiglia che per loro vale qualche fen alla centrale del riciclo. Sono la manodopera priva di diritti su cui questo Paese sta fondando il proprio modello di sviluppo, un modello apparentemente vincente perché funziona ed è stabile, e permette anche ai migranti di arricchirsi, e fare una vita migliore di quella che farebbero a casa loro in campagna.

Ma c’è qualcosa di oscuro che mi spaventa, mi mette a disagio. I contadini sono troppi, e se 100 milioni sono già da noi in città, felici di lavorare come animali per avere una vita migliore, che razza di esistenza conducono gli altri 700 milioni là fuori? La Cina che conosco e che amo è un’isola felice abitata da una minoranza della popolazione... e il resto? Cosa c’è oltre il Sesto Anello, oltre le fabbriche della città?