2008-05-30

Trasferimento

Stiamo assieme da molti mesi, io e Dandan, e le relazioni a distanza, soprattutto quelle a una distanza di duemila e più chilometri, sono estenuanti. Ci si offre però una speranza: la banca statale in cui Dandan lavora offre agli impiegati delle sedi distaccate la possibilità di uno stage in sede centrale, a Pechino, per 6 mesi. Basta fare domanda. E’ un sogno.

Dandan dunque si prepara psicologicamente e cerca di dare di più ogni giorno lavorandosi ben bene il capo e le altre persone coinvolte nel processo decisionale, tramite il padre, la nonna, amici, compagni di scuola, eccetera. Al momento ci sono altre persone in stage a Pechino, ma a fine anno dovrebbero essere rispedite indietro e, con le loro posizioni aperte, si aprirebbe il concorso. Concorso ovviamente durissimo perché in sede centrale c’è possibilità di far carriera e di prendere contatto con chi veramente conta nella struttura, e quindi moltissimi provano ad andarci.

Finisce novembre, e ancora non si sa nulla: il concorso in teoria avrebbe dovuto aprirsi in quel mese, ma nessuno ne ha parlato né si hanno notizie. Quando si accetteranno candidature? Non è dato sapere. Quando torneranno gli stagisti attuali? Nessuno è informato. Ma torneranno o no? Tutti si scuotono nelle spalle, e a me la situazione ricorda i racconti della burocrazia di Kafka o Buzzati. Tutti sanno che c’è, ma nessuno ha informazioni utili, e dei responsabili non si hanno che dei cognomi e delle vaghe posizioni altolocate, così altolocate che non è possibile nemmeno parlare con loro o sapere che faccia hanno.

Le settimane si trascinano penose: ogni giorno faccio domande, ogni giorno Dandan mi ribadisce che nessuno ha risposte. Un giorno di metà dicembre viene convocata nell’ufficio del suo direttore, che a fa sedere e comincia con delle domande vaghe:

“Signorina, lei è una persona che nel nostro ufficio ha sempre dimostrato grandi doti di iniziativa e ambizione”

Dandan sorride, e intando spera di immaginare il perché del colloquio.

“Così, dopo aver letto molte relazioni favorevoli sul suo operato, mi è venuto da pensare che lei è ambiziosa, e forse questa piccola sede di Chengdu è troppo stretta per lei”

Dandan ormai è praticamente sicura che la proposta di stage stia arrivando. Vorrebbe gridare “Sì, mi mandi a Pechino, in sede centrale potrò fare cose meravigliose per la nostra azienda”. Invece sta zitta, sorride e lascia che il direttore vada avanti.

“Ed è per questo” dice “che ho pensato che un’esperienza fuori sede potrebbe esserle utile e gradita. Lei conosce bene l’inglese mi dicono, ha studiato all’estero, e si da’ il caso che la nostra banca stia proprio ora aprendo dei progetti in Africa... ”

Sorriso tirato: “Scusi... ha detto Africa?”

Ebbene sì, le viene proposto questo meraviglioso stage in Africa, location non meglio definita, per sviluppare le infrastrutture dei Paesi alleati della Cina. In alternativa sono disponibili altri interessantissimi progetti in Pakistan o Afghanistan.

“Cosa le pare?” chiede il direttore “Ci pensi bene... e mi faccia avere una risposta entro domani, che c’è da partire subito!”

Dandan mi telefona praticamente in lacrime. La calmo, rassicurandola del fatto che, male che vada, si licenzia e viene a Pechino la settimana seguente a cercar lavoro. Il giorno dopo, rifiutando, scopre che la stessa proposta è stata fatta a tutti i suoi colleghi, perché gli stagisti mandati due anni fa non hanno mai trovato sostituti volontari, e quindi la banca non li ha mai rimpatriati. Prenderebbero chiunque, e probabilmente quei poveri impiegati cinesi abbandonati in un luogo non meglio precisato dell’Africa venderebbero l’anima al diavolo perché qualche pazzo si offra per predere il loro posto. Dicembre passa, e di notizie sullo stage a Pechino non ne vengono.

Poi un bel giorno di gennaio, così all’improvviso, arriva un’e-mail generale a tutti gli impiegati: se volete provare a fare lo stage in sede centrale, avete 48 ore per consegnare una documentazione impossibile presso gli uffici risorse umane della vostra sede. Ma non è tutto: la struttura gerarchica cinese impone che Dandan ottenga il beneplacito del suo superiore, regola questa non scritta ma estremamente vincolante, e il manager in questione sono tre settimane che nicchia e prende tempo: di fatto se lui non fa una telefonata in risorse umane, la candidatura di Dandan non viene nemmeno accettata, ma finisce in modo causale nel cestino.

E’ un momento strano da descrivere, persino da capire, per un italiano, ma quasi normale per un cinese: settimane e mesi spesi nell’attesa, preparandosi ogni giorno a un evento che arriverà ma non si sa quando. E quando arriva è come una guerra, tutti scattano, la velocità è fondamentale, la preparazione fino a qual momento fa la differenza, in poche ore ci si gioca il tutto per tutto in una competizione spietata contro i propri simili. E’ così che funzionano le cose nella burocrazia orientale: Dandan, con reattività sorprendente, muove tutte le sue pedine assieme. Forza a un incontro il suo capoufficio, mettendolo alle corde con un atteggiamento calcolato in cui sbandiera fedeltà all’azienda e velatamente promette favori in caso di cooperazione e minaccia ritorsioni o addirittura licenziamento in caso contrario; allerta via telefono tutti i suoi contatti che si muovo assieme in un attacco concertato alla struttura decisionale: e sono telefonate, e-mail, cene, sfide a majiang che decidono il gioco. I documenti nel fascicolo di candidatura contano, chiaro, ma non bastano. Quelli che non si sanno muovere così non partecipano neanche alla partita.

Le 48 ore passano febbrili fino alla chiusura, poi c’è un’altra settimana di attesa snervante, che si prolunga per un’altra, e ancora nessuna risposta giunge dalla sede centrale. E’ ormai febbraio: un lunedì finalmente le liste dei selezionati appaiono non annunciate su una bacheca, alla vista di tutta l’organizzazione, e Dandan è tra loro. Verrà a Pechino in stage, nella mia città. Lei cammina a tre spanne da terra, ma io non sono così felice, qualcosa non mi torna. Quand’è che si trasferirà? Be’, questo non si sa, l’ufficio risorse umane lo farà sapere in seguito. Non sono tranquillo. Passano ancora due settimane di silenzio, poi l’ufficio risorse umane comunica a Dandan via telefono che lei è attesa in ufficio a Pechino il lunedì della settimana seguente. E se uno, chiedo io, deve preparare delle cose, che so, affittare il suo appartamento, vendere la macchina, fare dei documenti? Non c’è eccezione, mi dice Dandan, a meno che ovviamente il suo capufficio, figura dotata di poteri quasi illimitati sui suoi sottoposti non intervenga. Infatti interviene, con una telefonata tipo “Salve, ufficio risorse umane centrali: so che avete chiesto alla signorina Dandan, che lavora nell’ufficio di cui sono responsabile, di trasferirsi a Pechino settimana prossima. A me servirebbe ancora due settimane, vi scoccia se comincia il training un po’ dopo?”. Risposta “Mei wenti”. Ma, chiedo ancora io, pignolissimo occidentale, se c’è un progetto comune di diciamo quindici risorse spostate in sede centrale, non ha senso che si facciano il training tutti assieme? Se arrivi in ritardo e perdi il training come fai a lavorare? Domande vuote, non riesco a capire se per i cinesi questo non costituisca un problema in sé oppure sì costituisca un problema ma, di fronte al mare di problemi che li circonda, risulta un problema minore perché impatta sull’efficienza aziendale e non direttamente sui loro affari personali. Dandan si limita a dire che in questi casi ci si affida al buonumore del capoufficio assecondandolo, e sperando che il progetto non si trascini più in là, come effetti accade (durerà tre e non due settimane, ma in questi casi un ritardo del 50% in più si dava per scontato).

E’ un bel pomeriggio assolato di aprile quando torno a casa da lavoro e mi trovo Dandan in soggiorno, la valigia sfatta in camera mia, addosso ha una mia camicia e i pantaloni di una mia tuta, manco fosse lei la padrona di casa e io l’ospite. E’ solo allora che comincio a crederci a questa cosa dello stage a Pechino (ed è questo, beninteso, l’atteggiamento giusto per molte cose in Cina – crederci solo quando le vedete di persona e le toccate; altre cose invece non dovete crederci nemmeno in quel caso). La sera stessa festeggiamo la fine della nostra relazione a distanza e l’inizio di quella che era nata come relazione nella stessa città, e invece si rivelerà convivenza. Ma non divaghiamo.

Da novembre ad aprile sono passati cinque mesi, un bel ritardo su sei mesi di stage. La cosa divertente è che Dandan è una delle prime a presentarsi: praticamente nessuno è arrivato in ufficio alla “data inderogabile” proposta dall’ufficio centrale, perché tutti avevano delle scuse, trattenuti ancora tre-quattro settimane dai loro capiufficio che non avevano preventivato di rimanere con una risorsa in meno. La banca assegna a Dandan una stanza in un residence a cinque minuti a piedi dall’ufficio, tutto spesato, inclusi i pasti alla mensa aziendale che funziona a pranzo e cena sette giorni su sette, e il giorno dopo il suo trasferimento inizia a lavorare all’ufficio di Pechino. Così si chiude un calvario di cinque mesi, per uno stage che dovrebbe durarne sei, anche se speriamo che, se la nostra convivenza regge, con una domanda ben fatta e un paio di telefonate alle persone giuste, Dandan potrebbe essere confermata in sede centrale e quindi rimanere a Pechino come impiegata fissa.

Ironicamente, la comunicazione della fine dello stage, a un anno di distanza, non è stata ancora data, chissà perché. Un certo manager un giorno ha ventilato anche la possibilità di concessione della residenza pechinese per gli stagisti, notizia mai confermata da altri. La stanza di residence, in cui Dandan ha dormito forse tre notti in un anno, è ancora lì a disposizione, e lei ancora mangia gratis in mensa quando le pare e piace, come qualunque persona in trasferta. Si vive così, in una strana incertezza, nelle aziende statali cinesi.

Ma quel che conta in fondo per noi in quel momento è che, grazie al Cielo, ad aprile del 2007 siamo finalmente insieme, a Pechino, e la nostra storia sta prendendo una direzione e una velocità non più facilmente manovrabile come prima. E di questo, con gioiosa incoscienza, siamo entrambi felici.

2008-05-29

Crollo in metropolitana

Il 1° aprile 2007 una bella notizia compare sul China Daily, a ricordarci come vivono i migranti e come vengono considerati dai cittadini, e tante volte anche dai loro stessi compaesani. Non è un pesce, purtroppo, e questi eventi sono ordinaria amministrazione, solo che di tanto in tanto la verità viene fuori e, per togliersi d’imbarazzo, la polizia deve punire qualcuno.

La notizia racconta di come, durante gli scavi per una delle nuove linee della metropolitana di cui si sta dotando la città, ci sia stato un improvviso crollo della galleria. Ecco come suona la notizia, presa pari pari dal quotidiano nazionale in lingua inglese:

“The collapse happened at 9:30 a.m. on Wednesday at a construction site for the No.10 Subway Line in Haidian Nanlu Road between the third and fourth northern ring roads in the city's Haidian District.

Six workers were buried underground after the accident, of whom one came from central China's Henan Province and the other five from southwestern Sichuan Province.

Rescuers recovered a worker's body Friday afternoon after more than 50 hours of excavation. The victim was confirmed to be 20-year-old Li Peng from Henan.

Family members of the six workers are in Beijing now to handle the aftermath.

Local police have detained 10 people over the subway cave-in, including the work supervisor and tunnel designers but the labor contractor, Zhou Yongfu, is reported to have fled.

The construction company - China Railway 12th Bureau Group Co.- refused to report the accident to municipal authorities when the collapse occurred, instead mounting its own operation to rescue the trapped workers.

In an attempted cover-up, project managers ordered all the workers to stay at the construction site and told them not to talk to media and police. They confiscated mobile phones from workers.

The Beijing municipal authority finally learned of the accident at 5:00 p.m. on Wednesday, almost eight hours after the collapse occurred, after a worker from Henan called Henan police.

Municipal government officials told Xinhua on Friday that rescue work had been delayed by the company's cover-up attempts and the complicated underground conditions.”

Ecco come si costruisce la Pechino olimpica, e se è per questo anche la Shanghai dell’Esposizione Universale e tutte le altre città della nuova Cina.

Perché, viene da chiedersi, succedono queste cose? Le ragioni sono tante: anzitutto, anche in presenza di regolamenti di sicurezza molto avanzati, nessuno li rispetta: imprenditori e manager vogliono sveltire i lavori e semplificare, il committente se ne lava le mani, gli operai tacciono e intascano la paga, e la polizia e gli ispettori intascano le mazzette. E’ un sistema, e i colpevoli sono tutti quanti. Ma quando poi la disgrazia capita, perché non si può sperare di essere sempre fortunati, la gente si spaventa e pensa per sé. Per l’imprenditore e il manager, far trapelare la notizia del fattaccio non è solamente pericoloso dal punto di vista penale, ma è anche un modo di perdere la faccia, il mianzi. Quando un errore qualsiasi viene palesato, la cosa è considerata disonorevole in Oriente: disonorevole per l’azienda, chi l’ha scelta, anche chi ci lavora, e quindi la prima preoccupazione –istintiva - delle persone è far sì che l’errore non si venga a sapere. L’imprenditore è stato zitto, il manager ha dato disposizioni di tacere a tutti quanti, i quadri hanno requisito i cellulari, gli operai se li sono fatti requisire – e non ditemi poveri operai, perché mille operai non si possono dichiarare vittima di una decina di dirigenti, il cellulare l’hanno consegnato e si son sciacquata la coscienza per i loro colleghi sepolti vivi. Solo un lavoratore dell’Henan, siccome un suo paesano era lì sotto, ha chiamato la polizia, quella del suo paese e non di Pechino, e allira qualcosa si è mosso e il sistema omertoso si è incrinato. E allora chi comanda si è messo in cerca del capro espiatorio.

Questa è la Pechino del 2007, “One world one dream” signore e signori. E a voi occidentali che esprimete giudizi a mitraglia su questo Paese, chiedetevi prima se avete idea di come pensa e di cosa vuole la gente, qui. Perché anch’io, dopo tre anni che ci vivo, faccio abbastanza fatica a capire.

2008-04-23

I migranti

In Cina si sente spesso parlare di migranti: sono la classe sociale urbana più bassa. Riconoscere i migranti è facile, basta guardare la pelle, scura e mangiata dalle intemperie, basta guardare il corpo, muscoloso per il lavoro fisico e di dimensioni inferiori ai cittadini per questioni di cattiva alimentazione in età di sviluppo, basta guardare i vestiti, rimediati chissà dove chissà come, riparati alla bell’e meglio e coperti di polvere, la polvere che a Pechino copre tutto.

Ma pochi di fatto capiscono chi sono i migranti. I cittadini semplicemente stortano il naso e li evitano, gli stranieri dicono “poverini” e gli scattano una fotografia, o peggio gli regalano dei soldi offendendo la loro dignità.

I migranti vengono chiamati in cinese nongmingong (农民工). Nong significa agricoltura, min popolo, gong è il lavoro, principalmente manuale. Sono quindi i “braccianti del popolo contadino”. In questa parola c’è tutta la divisione campagna-città che lacera la Cina dai tempi di Deng Xiaoping ad oggi. Per parlare dei migranti bisogna capire che cos’è l’hukou.

Hukou (户口) non è altro che un’anagrafe locale. In tutto il mondo gli abitanti sono censiti, e i cinesi sono stati i primi popoli a censire la popolazione già migliaia d’anni fa. Ora, quando nel 1958 Mao Zedong lanciò il Grande Balzo in Avanti, e fece partire a pieno ritmo l’economia pianificata (tra il 1949 e il 1958, a dispetto delle credenze, l’economia era ancora in buona parte libera, se non privata collettivizzata, ma non certo gestita dallo Stato), si ritenne necessario di regolare, oltre ai flussi di capitale e di beni, anche quelli del lavoro, elemento fondamentale di ogni sistema economico e particolarmente caro alla teoria marxista. Regolare il lavoro significava stabilire in un Piano Quinquennale dove le persone avrebbero lavorato e vissuto, ed ecco quindi che le persone ottennero documenti che stabilivano la loro residenza e la loro azienda. Se avessero voluto emigrare e cambiare lavoro, avrebbero dovuto compilare dei moduli e attendere un’autorizzazione statale, in modo da trovare pronto, al loro arrivo, un nuovo lavoro, una nuova casa e tutti i documenti necessari a ricevere i servizi pubblici come sanità, scuola, ecc. La distinzione fondamentale del sistema di pianificazione dei flussi di lavoro era la distinzione tra campagna e città. Chi stava in città lavorava nelle danwei, nelle fabbriche, nelle aziende; chi stava in campagna lavorava nelle comuni. Allocare la forza lavoro tra agricoltura e industria era la principale funzione del sistema.

Il sistema degli hukou di fatto funzionò solo per 8 anni, perché con la Rivoluzione Culturale la popolazione fu incoraggiata a spostarsi per il Paese senza chiedere nulla a nessuno, i contadini come Guardie Rosse nelle città, e gli studenti a imparare dai contadini. Solo lentamente, e in certe aree del Paese, la legalità fu ristabilita; il Piano Quinquennale veniva sempre stilato, ma quasi mai rispettato, e ogni località pensava per sé, chi accogliendo i migranti, chi bastonandoli e rispendendoli indietro. Poi venne Deng Xiaoping, che si inventò l’economia di mercato socialista, affittò appezzamenti di terra alle famiglie contadine, liberalizzò il piccolo commercio, creò le Zone Economiche Speciali e rilanciò il settore privato riscattando il Paese dagli anni di privazioni derivati dal modello maoista. Progressivamente, il flusso di beni e capitali privati fu liberalizzato, ma quello del lavoro no. Perché no? Il modello di Deng Xiaoping era quello di una crescita ineguale, ovvero certe aree, perlopiù aree urbane della Cina orientale, si dovevano sviluppare in fretta, vedere la costruzione di strade, scuole, ponti, fogne, linee del telefono ecc., mentre altre, perlopiù aree rurali della Cina occidentale, dovevano finanziarle per il bene del Paese. Risultato, se in media tutti stavano meglio, gli abitanti di certe aree stavano molto meglio di altri, e questi altri non ci stavano ad essere svantaggiati. Inseguendo sogni di gloria, tantissimi contadini volevano trovare un lavoro in città e arricchirsi facilmente invece di spezzarsi la schiena e pagare con le proprie tasse le scuole ai figli dei ricchi.

Se ciò fosse stato permesso, nel giro di pochi anni le città cinesi sarebbero esplose sotto la pressone di un’immigrazione totalmente incontrollata, diventando esattamente come tante altre città dell’Asia e dell’Africa, ovvero centri economici avanzatissimi circondati da periferie poverissime dove la razza umana raggiunge i peggiori livelli di degrado. Pechino sembrerebbe Bangkok, Shanghai sembrerebbe Lagos, Canton sembrerebbe Calcutta. Deng Xiaoping, lungimirante com’era, decise quindi di mantenere il controllo sul flusso di persone, permettendo una crescita limitata delle città attorno al 5-10% l’anno, cifre che a noi sembrano enormi ma per un Paese in via di sviluppo sono piuttosto basse.

Ai tempi di Mao se uno non obbediva alle disposizioni del’hukou non aveva lavoro e veniva rispedito indietro, ma con l’economia rombante della Cina riformata chiunque può, di fatto, prendere un treno o un bus con la scusa di visitare i parenti lontani e poi trovar lavoro dov’è arrivato. Solo che, senza l’hukou regolare, questa persona non può accedere ad alcun servizio pubblico, dalle scuole alla sanità alle case popolari, e si riduce a un cittadino di serie B. Ecco, questi sono i migranti. E se per caso hanno a che fare con la giustizia, vengono rispediti indietro, ragion per cui non posso nemmeno rivolgersi alla polizia se subiscono soprusi dai propri datori di lavoro o da altri migranti.

Se poi non trovano lavoro, o lo perdono, vien da sé che a volte si diano ad attività illegali, spinti dalla necessità, e i cittadini guardano a loro come noi in Italia guardiamo agli immigrati irregolari, talvolta con benevolenza come si fa col filippino a cui dai una manciata d’euro per pulirti la casa quasi meravigliandoti che non rubi nulla quando viene, spesso con paura, come si fa col nero che incontri solo mentre torni a casa alle tre del mattino, o con ostilità, come si fa col maghrebino seduto a bordo strada e guarda tutti i passanti col fare torvo tipico dei musulmani e che dagli europei viene identificato con lo sguardo del malintenzionato.

Se una volta i controlli erano abbastanza stringenti, per questioni di ordine pubblico, ora i governi locali e la polizia chiudono un occhio in nome dello sviluppo economico. I migranti costano meno dei cittadini e aiutano lo sviluppo economico. Nel 2004, il Ministero dell’Agricoltura (e la competenza la dice tutta) stimava la popolazione di migranti attorno ai 100 milioni, e siamo su cifre conservative.

Oggi basta guardare fuori dalla finestra e li vedi: sono le ayi che vi lavano la biancheria e i pavimenti, sono i fuwuyuan che vi servono nelle bettole dove vi rintanate quando volete spendere poco per magiare, sono gli operai che costruiscono i grattacieli e le nuove linee della metropolitana, sono gli omini col banchetto ambulante degli spiedini fritti o delle patate arrosto o delle sigarette che incontrate alle tre del mattino quando rientrate a casa da Sanlitun, sono quelli con i tricicli o i miandi carichi all’inverosimile di roba, e sono quelli che vi vengono a chiedere la bottiglia di plastica dell’acqua quando state bevendo, e non vogliono l’acqua, ma la bottiglia che per loro vale qualche fen alla centrale del riciclo. Sono la manodopera priva di diritti su cui questo Paese sta fondando il proprio modello di sviluppo, un modello apparentemente vincente perché funziona ed è stabile, e permette anche ai migranti di arricchirsi, e fare una vita migliore di quella che farebbero a casa loro in campagna.

Ma c’è qualcosa di oscuro che mi spaventa, mi mette a disagio. I contadini sono troppi, e se 100 milioni sono già da noi in città, felici di lavorare come animali per avere una vita migliore, che razza di esistenza conducono gli altri 700 milioni là fuori? La Cina che conosco e che amo è un’isola felice abitata da una minoranza della popolazione... e il resto? Cosa c’è oltre il Sesto Anello, oltre le fabbriche della città?

2008-04-22

Né italiani né cinesi

Stare a Pechino da studente e single è una gran ficata, perché c’è sempre una buona occasione di far festa con gente nuova di ogni razza e colore, ma quando si cresce, me ne rendo conto, le cose cambiano. Chi lavora è pù stressato e non ce la fa ad andare a ballare in posti luridi, bevendo porcherie da 5 kuai e tirando le sette del mattino, ma preferisce rilassarsi in posti meno caotici e, necessariamente, meno adatti alla socializzazione; e del resto chi è in coppia ma ha un partner lontano è escluso sia dalle uscite con altre coppie sia dai gruppi in tempesta ormonale che in media escono con l’unico scopo di trovare compagni/compagne per la notte. Non è facile incontrare gente con cui passare il tempo libero, e ad aggravare la mia situazione c’è il fatto che non sono sportivo, e quindi non prendo nemmeno in considerazione la possibiltà di giocare a calcetto o andare in palestra, e che non sono un uomo in carriera, e quindi non ci sto dentro ad uscire con gente del mio ramo che parla solo di business in bar pettinatissimi e ristoranti fighetti. Non c’è quindi da stupirsi se, in questo periodo, non trovo granché da fare e, se le sere infrasettimanali le passo a chiattare online con Dandan, nel weekend la mia solitudine mi crolla addosso durissima e trascorro intere giornate attaccato al computer o a leggere libri.

Incontro quella che chiameremo Viola a una di quelle tristissime cene di italiani in cui in media accorrono 30 o più persone di tutte le fasce sociali e d’età, in un ristorante cinese dove si ordina sempre troppo o troppo poco, e in generale si beve, si fa rumore e ci si annoia. Lo scopo di tali cene è, per gli sfigati che non conoscono nessuno, conoscere altri italiani per sentirsi meno soli e, per le persone normali, vedere gli amici sfigati tutti assieme e, per altri sei mesi, non dover sentirsi in colpa se gli si dà buca agli inviti per uscire. In quel caso, io appartengo alla prima categoria, ma Viola è una di quelli che veramente apprezzano queste occasioni di socializzazione.

Arrivata insieme al fidanzato cinese che non parla alcuna lingua straniera, Viola è chiaramente sinologa e lavora per Radio Cina Internazionale. Tutta vestita in nero da vera intellettualoide, manca dell’aria distaccata del personaggio-tipo e al contrario denota un entusiasmo propromente e genuino per moltissime cose, e in primis per la vita in questo Paese. Chiacchierando, scopriamo di avere molte opinioni in comune, e a fine cena ci si scambiano il numero e il contatto di Messenger.

Nelle settimane che seguono ci sentiamo poco, incontrandoci forse solo per altre uscite di gruppo tra italiani, fino a che un giorno, io scazzato perché sono solo a Pechino con la fidanzata lontana e i pochi amici che giocano a calcetto o sono impegnati per lavoro, lei scazzata perché si è mollata col tipo e questo evento ha innescato una serie di ripensamenti anche sulla sua vita professionale, decidiamo di vederci e passare il sabato pomeriggio insieme. Dove? Due italiani innamorati della Cina non possono andare a Sanlitun, troppo commerciale e viziosa, troppo corrotta dai laowai, anzi tanto vale mettere una grossa croce su tutto Chaoyang. Si va ai laghi, ma non a Qianhai o Houhai, anche quelli troppo commerciali, troppo pieni di bar cinesi che vorrebbero essere stranieri ma non possono. Noi si va a Xihai, quella parte di Shichahai dove i bar pieni di neon e con la musica a palla non sono ancora arrivati. Passeggiamo lungo le sponde tranquille del lago, con gente che pesca e altra che va in bici, e ci piazziamo in uno dei pochi posti disponibili. Il menù è effettivamente scoraggiante, è ovvio che vorrebbero offrire cose occidentali ma non hanno idea di come fare... i menù di questi posti sono tutti uguali: il caffé espresso o “coffee espreso” o “epresso cafe (single or double)”, di solito sui 20 RMB, è un beverone orribile e amarissimo da evitare, che apre una lista che include cappuccino, blue mountain coffee, milk shake, e una serie di porcherie impossibili copiate male da Starbucks, e comunque tutte con quel gusto dolce chimico tipico delle bevande cinesi. I tè non sono meglio, di solito ci sono diversi té cinesi di scarsa qualità, il milk tea taiwanese con le palline gommose dentro (freddo e caldo), magari al gusto di mandorla chimico, e poi l’intramontabile té Lipton giallo in bustina. Io e Viola ci guardiamo, guardiamo l’orologio e constatiamo che sono le 3 e mezza, ci riguardiamo e ordiniamo due Bacardi Breezer. E così ci alcolizziamo già dal primo pomeriggio, non avendo altre alternative accettabili; ma almeno ci sentiamo in Cina, e cominciamo a chiacchierare della vita, dei nostri dubbi, del che cazzo ci facciamo in questo Paese, di che palle a volte i cinesi che non capiscono gli occidentali, e che palle gli occidentali che non capiscono i cinesi e vengono qui solo per la carriera, e via così.

Usciamo dal baretto dopo una lunga chiacchierata e, consci delle nostre origini, ci avviamo verso la Baie des Anges, un’enoteca (ahimé) francese ma decisamente meritevole, nascosta in un hutong di Houhai, e qui avanti a tazzare con del rosso di Provenza, e via ai discorsi filosofici che solo la gente che è nata in Europa e ha vissuto in Cina e parla cinese può capire. Saranno le sette quando emergiamo dall’enoteca e, affamati, ci infiliamo nella porta di fianco, da Hutong Pizza, dove saziamo la nostra fame alcolica con una margherita. E avanti con i nostri discorsi, come ti integri, come non ti integri, come mantieni il cinese, come lo migliori, ma vero che certa gente del Sud della Cina non la capiscono neanche i loro connazionali quando parla; ma quanto mi fa schifo la vita da espatriato, giacca e cravatta e ristorante europeo ogni giorno, per lamentarsi di quanto è dura la vita in Cina. Siamo sulla stessa linea d’onda io e lei, ci capiamo, abbiamo in fondo esperienze simili, tutti e due italiani scappati dal nostro paese e ora cittadini pechinesi in cerca di una strada tra Occidente e Oriente, per non essere né italiani né cinesi, ma semplicemente qualcosa di diverso, forse nuovo, certamente più libero e fantasioso.

Dopo cena finiamo al Vineyard Café, in un hutong alle spalle del Tempio di Confucio, dove un nostro amico italiano canta e due francesi suonano blues con la chitarra. Ci uniamo a un gruppone di cinesi e italiani e ordiniamo un’altra boccia di vino bianco, perché fa caldo. Rimaniamo fino a tardi ad ascoltare la musica, e poi ciascuno a casa sua. Ci salutiamo in modo diverso dalle altre volte, io e Viola, perché la nostra amicizia in fondo è cominciata oggi, con la reciproca scoperta e condivisione delle proprie esperienze. Un pomeriggio diverso dal solito, in cui almeno io mi sono sentito meno solo in questo posto dove, quotidianamente, lotto per essere me stesso e non un membro di un gruppo o di una civiltà che vuole imporre regole proprie. Per fortuna, oggi ne ho la conferma, non sono l’unico.

2008-04-13

Coreani

Che fine avrà fatto Dom? Me lo chiedo qualche mese dopo che non lo vedo più. Ammetto che non l’ho chiamato per un bel po’, era diventato troppo strano, troppo paranoico, ma poi col tempo mi convinco che, se non è morto, probabilmente si è ripreso. E lo chiamo.

Dom è un bel po’ contento di sentirmi e si decide di vedersi. Mi fa piacere sapere che ha ritrovato l’allegria, e finalmente lo incontro un sabato sera nella sua nuova casa, un duplex fantastico in zona Wangjing che gli affittano dei non meglio precisati “amici”. L’appartamento è molto spoglio, ma si intuisce facilmente il potenziale perché diventi confortevole. Oltre a noi c’è Paul, un venticinquenne coreano cresciuto in Germania, che è a Pechino per uno stage in una clinica di chirurgia plastica coreana.

Ma non mettiamo troppa carne al fuoco: cominciamo dalla storia di Dom, che mi racconta mentre mangiamo del pollo al curry cucinato in un forno elettrico, e beviamo birra Yanjing. Dom qualche settimana dopo l’ultima volta che l’ho visto ha continuato a studare per l’HSK, che non ha ancora dato, ma la sua paranoia ha raggiunto un livello tale da essere preoccupante anche per lui stesso. Tutti parlavano alle sue spalle, tutti lo guardavano in modo strano... finché non è venuto a scoprire che un suo compagno di corso, dopo una discussione politica, aveva messo in giro la voce che Dom fosse un attivista di estrema sinistra, un’accusa piuttosto infamante che ha reso tutti i membri del corso, e specalmente gli asiatici, molto cauti nel parlare con lui. Tutte le sue frequentazioni erano di fatto convinte che Dom fosse in Cina per tutt’altri motivi che studiare cinese, e certamente non volevano avere per nulla a che fare con questi motivi. Quando l’ha scoperto, Dom ha semplicemente lasciato la scuola e l’appartamento e si è trasferito da Wudaokou al quartiere di Wangjing, in questo nuovo appartamento dove vive da solo.

Ma perché Wangjing, quartiere di periferia ancora in costruzione, fatto solo di grandi strade e palazzoni? Visto che la sua paranoia nasceva principalmente da frequentazioni coreane, trasferirsi nel quartiere coreano di Pechino, dove praticamente tutte le pubblicità e le insegne dei negozi sono in doppia lingua, non mi sembra la più felice delle scelte. Con innocenza Dom mi spiega che le scuole coreane sono le uniche, a Pechino, che permettono di studiare cinese a prezzi estremamente economici e in un’ambiente comunque asiatico e molto orientato al risultato. Sarà, io ne sono poco convinto e facendo domande vengo a scoprire che il ragazzo è ancora perdutamente innamorato della sua bella coreana di Wudaokou, con cui ancora però non riesce a parlare, schermata com’è lei dal suo ambiente conservatore e bigotto.

Vivendo a Wangjing e uscendo solo per fare la spesa, Dom in qualche modo conosce Paul. Ora, i coreani sono un popolo famoso per la chirurgia plastica: in Corea del Sud se non ti sei rifatto non sei nessuno. Tutte le star della televisione sono completamente scolpite dal bisturi, dei manichini dai tratti perfetti e dal sorriso di gomma, tutti uguali, tutti fintissimi. Paul frequenta coreani, parla coreano, torna in Corea ogni anno a visitare i nonni, ma è tedesco dentro, e vive la sua coreanità con un’insofferenza che è divertentissima. Dopo il pollo decidiamo di muoverci verso Wudaokou, e finiamo in un bar per coreani. Com’è un bar per coreani? Anzitutto è rozzo e lercio, non quanto un bar per cinesi, ma quasi. I coreani, praticamente tutti studenti vestiti alla moda pop giapponese, bevono shoju, il loro liquore nazionale distillato dalla patata, e sono tutti fottutamente ubriachi. Quando entriamo ci guardano male perché io e Dom siamo gli unici stranieri, non ci sono nemmeno cinesi. Dom sembra esserci abituato, mantiene il suo sorriso, si siede e ordina shoju. Paul è schifato: “Man… shoju sucks! What’s the matter with you, what about a beer?!?”. Ma Dom è adamantino, siamo in un bar coreano e dobbiamo bere coreano, e comunque ci tiene a farmi provare lo shoju, e io obbedisco... be’, ragazzi, voi non provatelo mai, se c’è un liquore che riesce a essere peggiore della baijiu andata a male, sappiate che quello è proprio lo shoju. Non so chi abbia avuto l’idea malsana di distillare alcol dalle patate, ma certo una cultura che ne ha fatto il liquore nazionale non merita d’essere classificata civile. Io e Paul ci guardiamo e ordiniamo birra Qingdao. Paul descrive la vita di un teenager coreano vista dagli occhi di un europeo, ovvero un esercizio di conformismo totalitario forzato da una peer pressure folle, tutte le sere a far gare a chi beve più shoju e poi collassare nella propria gloria. “Guarda quel tizio” dice indicando con la testa “stasera lo porteranno a casa a braccia”. Un ragazzotto coi capelli gialli paglia ciondola, beve ancora e poi collassa sul tavolo e i suoi amici, tutti vestiti e pettnato allo stesso stile, battono le mani ridendo dei loro sorrisi ubriachi. Se la libera e democratica Corea del Sud è così, non mi stupisce immaginare perché quella del Nord sia considerata uno dei peggiori totalitarismi della Storia; a quanto pare, questo atteggiamento di uniformazione delle masse e asservimento alle aspettative degli altri è insito nella cultura coreana. I giapponesi, che pure sono simili, sono comunque troppo aggressivi per accettare un simile sistema; e i cinesi troppo anarchici e imprecisi per mantenerlo in vita. Grazie al cielo la Corea è un paese piccolo, penso.

Ci spostiamo al Zub, una discoteca luridissima in un basement strapieno di studenti d’ogni razza e colore, uno di quei posti bui da incubo kubrikiano dove, se scoppiasse un’incendio, nessuno si salverebbe. Qui, caso vuole, incontriamo Valeria, la ragazza vegetariana conosciuta al party yoga in cui ci incontrammo io e Dom, e delle sue amiche. Dom si lancia in pista con uno spirito ben più giovanile di me e Paul, che invece ci limitiamo a chiacchierare e mantenere un aspetto fondamentalmente cool in un luogo pieno di gente scalmanata e totalmente succube dei propri ormoni. La musica succhia, DJ Wordy è troppo “wordy”, se stesse zitto e lasciasse suonare i suoi CD sarebbe molto più simpatico. E invece alza la mano, salta e grida “DJ Wordy in da house!!!” e vari “Yo!” fini a sé stessi. Ben, direi che è quasi ora di salutare.

Torno a casa in taxi, oltre 40 kuai che mi fanno ricordare quanto remoto è Wudaokou e perché non ci vado più spesso. Strana, strana gente si continua ad incontrare, ma non posso fare a meno di sorridere se penso a Dom, recuperatosi dalla paranoia, ma che tenta disperatamente di diventare coreano, e al giovane Paul che, tedesco con gli occhi a mandorla, coreano non vuole proprio essere e mugugna contro la peer pressure di un popolo a cui non sente di appartenere mentalmente. Viva la diversità signori, abbasso quelli che nascono con dei valori imposti dai loro simili, e viva quelli che i valori se li scelgono, a scorno totale delle apparenze. Chi l'ha detto che chi ha la faccia da coreano è coreano, e chi ha i capeli biondi e gli occhi azzurri non lo è?!? Viva le persone che pensano in modo diverso e che nel mondo faranno la differenza tra un’idea conformista e noiosa e una che vale la pena almeno di ascoltare. Son contento di incontrare gente così, anche se per farlo ogni tanto tocca andare fino a Wangjing o a Wudaokou.

2008-04-05

Zhongguoren

Il che ci porta a una domanda da un miliardo e trecento milioni di dollari e più, ovvero: “Che cosa definisce l’identità cinese?”. O anche, “Chi si può chiamare cinese, e chi no?”. Sul punto esiste una grossa confusione, non solo tra gli stranieri, ma anche tra i cinesi stessi. E’ un domandone non facile nemmeno per cinesi di cultura. Dopo aver parlato con alcuni di loro ed essermi letto un po’ di letteratura specifica, io mi sono fatto un’idea.

Nella definizione di una nazione esistono fondamentalmente tre scuole di pensiero. La scuola razziale è seguita dalle nazioni omogenee, come la Germania, il Giappone o la Tailandia: si è tailandesi se si è nati da genitori tailandesi, giapponesi se nati da giapponesi, e la cosa è facilmente constatabile dai tratti somatici; poi c’è la scuola legale, utilizzata dagli imperi, come gli Stati Uniti: americano è chi, indipendentemente da razza e colore, ha passaporto americano e giura fedeltà alla bandiera; e poi c’è la scuola culturale, tipica delle civiltà più antiche, come Italia o Francia. Italiani e francesi sono tali in quanto parlano una lingua propria, condividono tradizioni, per lo più legate alla vita quotidiana, e riconoscono valori fondamentali.

A quale di queste categorie appartiene la Cina? Esistono sostenitori di tutte e tre le scuole, a volte in conflitto tra loro e a volte in concordia secondo le necessità. Tra i cinesi della Repubblica Popolare, quando si parla dei cinesi di China Town all’estero si seguono la scuola razziale o culturale (“i cinesi di Milano sono cinesi e la Repubblica Popolare tutela i loro diritti in quanto comunità cinese”), invece quando si parla di minoranze etniche in Cina si segue la scuola legale (“i tibetani e gli uighuri, anche se non parlano cinese e appartengono a culture diverse, sono cittadini cinesi e quindi soggetti alla Repubblica Popolare”). Questo splendido esercizio di double-think, come direbbe Orwell, è stato ben inculcato dalla propaganda di Partito nella mente di tutti quelli cresciuti in Cina, tanto che le risposte, se chiedete, sono sempre le stesse, e rafforzate dalla sciocca superstizione per cui qualunque popolo che sia stato in passato soggetto al Celeste Impero sia cinese e quindi suddito legittimo della “madrepatria”.

Ma cerchiamo di essere obiettivi e raggiungere un punto fermo. La scuola legale è la meno solida: la Cina è la Cina, ed esiste un concetto di unità inculcato nella civiltà cinese dai tempi di Qin Shihuang primo imperatore. Nel corso della storia, innumerevoli volte, la Cina è stata divisa politicamente ma il legame della civiltà ha sempre permesso una riunificazione. Guardate Hongkong e Macao, e sappiate che anche Taiwan è “Cina” e tornerà alla madrepatria. A a seguirla sarà Singapore. Passaporto o non passaporto, qualunque cinese vi dirà che la sua identità nazionale non dipende da un documento.

La scuola razziale è popolare tra gli ignoranti, e soprattutto tra molti occidentali, secondo i quali qualunque gruppo etnico non riconducibile agli han non è cinese e dovrebbe secedere dalla Repubblica Popolare e fondare una sua democrazia indipendente; ma questa scuola è comuna anche tra i cinesi d’oltremare. Pur essendo ben contenti di arricchirsi in Paesi ad alto reddito e magari pure democratici, costoro fanno comunque riferimento a “Mamma Cina” che tutela i loro interessi quando vengono minacciati da gruppi razzisti. Ma se chiedete a un cinese nato e cresciuto in Cina cosa ne pensa dei cinesi d’oltremare, ecco che spuntano i nomignoli: huaqiao (华侨) è quello più cortese, significa appunto “emigrato dalla Cina”, e si pronuncia con quel sorriso strano con cui si pronuncia laowai, oppure stortando la bocca, come altre volte si parla di un laowai. Se no c’è appunto l’appellativo xiangjiao (香蕉), banana, giallo fuori e bianco dentro o tanti altri. E’ evidente che i cinesi considerano gli emigranti come “adulterati” dalle culture barbare, gente che ragiona da straniero, e che come gli stranieri non riesce a comprendere gli altri cinesi ed entrare in una relazione armoniosa con loro.

A parte ciò, che da solo basterebbe a sfatare la superstizone della scuola razziale, va notato che importantissimi personaggi storici cinesi non erano han: a cominciare dalla dinastia Tang (misti turchi shatuo), le cinque dinastie (turchi shatuo), i Liao e i Jin (mancesi), gli Yuan (mongoli) e di nuovo i Qing (mancesi). Chiedete a un cinese e mai vi dirà che si trattava di dominazioni straniere. Qianlong, l’imperatore che rimodellò Pechino secondo la sua concezione del potere nel 18° secolo, e che ha lasciato la sua impronta sulla Città Proibita, sul Tempo del Cielo, sul Tempio dei Lama, sulle Torri della Campana e del Tamburo, e su qualunque monumento che esiste oggi nella cerchia delle vecchie mura, era di etnia manciù, eppure è considerato uno dei più grandi imperatori cinesi. Hong Xiuquan, leader politico e religioso dei ribelli taiping, che conquistò mezzo impero, era hakka. Sun Zhongshan (Sun Yat-sen), primo presidente della Repubblica di Cina, era anche lui hakka. Lao She, scrittore e commediografo, uno dei massimi intellettuali del XX° secolo in Cina, era manciù. Secondo le fonti del governo, al’inizio del XXI° secolo i cinesi sono per il 94% di etnia han. Il 6%, ovvero circa 78 milioni di persone, appartegono ad altre 55 minoranze etniche, ma sono comunque cinesi.

Ed ecco quindi che rimane una sola scuola davanti a noi, quella culturale. Gli han sono cinesi, sono la base della civiltà cinese, ma cinesi sono anche tutti quei popoli che hanno accettato la cultura cinese, a cominciare dai manciù, ancora numerosissimi a Pechino; gli hui, i musulmani del nordovest che discenderebbero dai mercanti persiani della Via della Seta; gli hakka, i montanari del Sud della Cina in gran parte convertiti al Cristianesimo. E via così. Essere cinese significa essere un membro di una civiltà, e infuso di una cultura millenaria e unica. Cinesi non si nasce, si diventa.

E quindi, nell’aspetto pratico, da cosa si distingue un cinese da un non cinese? La lingua è il primo e il più ovvio degli elementi: non che serva saper scrivere, perché cinesi analfabeti ce ne sono tanti, ma certamente occorre parlare mandarino o un altro dialetto cinese. Occorre comprendere le basi di un comportamento sociale accettabile e la gestione delle guanxi (le relazioni), secondo i principi confuciani: mostrare rispetto ai superiori, benevolenza agli inferiori, avere mianzi (la faccia), dare mianzi: poi non è che poi ogni cinese segua queste regole, ma certamente ogni cinese è in grado di distinguere chi le segue e chi no, categorizzando un comportamento sulla base dei fondamenti confuciani, e distinguendo con disinvoltura la natura delle guanxi che dovrebbero intercorrere tra le persone. Capire in che situazione è cortese ringraziare, in quale è bene fare regali e offrire una cena, e così via. Non è tutto, per essere cinese bisogna padroneggiare la cultura del cibo, che non significa saper cucinare (pochi cittadini, purtroppo, sanno cucinare cose più complicate di un brodo), ma distinguere i cinque gusti fondamentali (xian, tian, suan, la, ma), saper distinguere tra un jiaozi e uno xiaomai, tra un baozi e un mantou. Insomma, capire cosa c’è in un piatto senza una guida turistica davanti, cosa ovvia per chi nasce in Cina ma non facile certamente per uno straniero. C’è poi la concezione cinese del corpo e della medicina: in Cina la gente non prende le aspirine, prende le yinqiaopian; non prende anestetici (se non in casi particolari), si fa l’agopuntura e toglie la sensibilità a una parte del corpo; non si prende una serie infinita di leggeri disturbi come malditesta, cervicale, brufoli, irritazioni: i cinesi prendono lo shanghuo, di cui parleremo più diffusamente in un post futuro; e per ogni possibile alimento edibile da esseri umani sa citare delle supposte proprietà terapeutiche, dal curare lo shanghuo al mantenere la pelle liscia e morbida al rafforzare le capacità amatorie. Insomma, se sei cinese la tua concezione del corpo, delle sue dinamiche e dei modi per manterelo sano è diversa dal resto del mondo.

C’è un ultima parte della cultura che poi è meno ovvia, ma altrettanto importante che le altre: la ritualità e il calendario. Ci sono ancora tanti cinesi, ma tantissimi, che ogni mattina consultano il calendario astrologico per vedere se quello è un giorno buono o cattivo per fare qualcosa, e su questa base pianificano decisioni finanziarie, traslochi, incontri, celebrazioni e persino parti clinici, ma grazie al Comunismo questa pratica non è più vissuta con forza vincolante come una volta, almeno dai giovani e dai vecchi che hanno fatto la Rivoluzione. Sui giorni qualunque la gente non impazzisce più come una volta: ma sulle feste non transige nessuno. I cinesi santificano le feste: che sia il Chunjie, piuttosto che la Festa delle Lanterne o quella delle Barche-drago o della Luna o anche solo del Lavoro, esiste una ritualità ben precisa che va rispettata, e guai a chi se ne ride, viene additato come incivile. Non visitare la famiglia nel Chunjie, o mangiare gli zongzi per la festa delle Barche-drago, o visitare i morti nel loro giorno è vissuto come un crimine morale, con una forza che stupisce gli stranieri. Chiaro che uno può avere scuse più o meno serie, ma la decisione di semplicemente non seguire la tradizione per partito preso è inconcepibile per un cinese. Ricordatevene bene la prossima volta che vi fate beffe delle mooncake e dei tangyuan, e sappiate che i cinesi annuiscono, sorridono, ma nel loro cuore vi stano etichettando come barbari e incivili senza speranza.

Questo, in breve, significa essere cinese. Sarò diventato cinese anch’io? In parte certamente sì, sono in grado di comunicare in questa difficilissima e stranissima lingua, mangio ormai qualunque piatto ben cosciente di quello che contiene, mi curo le irritazioni mangiando cetrioli e i brufoli bevendo brodo di zampe di maiale, e accetto con pazienza la ritualità di Dandan nel celebrare le decine di feste cinesi e rispettarne l’etichetta. Ma lo farei se non vivessi con lei, se non abitassi in questo Paese? “When in Rome, do like the Romans” dicono gli anglosassoni, e la loro ragione ce l’hanno.

Io vivo in Cina, e ormai non ho problemi a “fare” il cinese. Ammetto che per arrivarci mi ci è voluto un bel po’, e ancora tante volte vengo colto in fallo con un dialogo complesso, con una festa mai sentita prima o una proprietà medica di un comunissimo cibo, ma i cinesi son pazienti, o almeno “fanno” i pazienti per gentilezza. Mi trattan da cinese quando è cortese farlo, e chi lo sa chi davvero mi considera un barbaro sinizzato e chi mi sorride e, in cuor suo, mi dà della scimmia depilata? E chi lo sa se, tutta questa fatica per essere più cinese, la faccio per far contenti loro o per imparar qualcosa io? Sia come sia, mi sforzo di capire e di fare secondo ciò che imparo, non troppo interessato al perché, ma al come. C’è chi dice che il viaggio sia più importante della meta, e forse è proprio in questa scelta – quella di fare per capire e non pretendere di capire prima ancora di cominciare a fare – che, se non di pensare alla cinese, dimostro a me stesso d’essere ormai più vicino a Laozi che ad Aristotele, d’esser più asiatico che europeo, talvolta. Quello che è certo, e quello che in fondo conta per me, è di non esser più la persona che ero prima di venire qui, d’esser cresciuto, d’aver imparato, e d’essere diventato un po’ migliore di quello che sarei stato se non fossi mai venuto ad abitare in questa città, Pechino.

2008-04-04

Cognomi

In Cina le persone si chiamano tra loro in maniera completamente diversa dagli europei: anzitutto il cognome viene prima del nome, a sottolineare l’importanza del primo sul secondo; nella società cinese tradizionale, infatti, la famiglia è sempre stata l’unità base per la vita pubblica, e la maggior parte delle leggi in vigore non prendevano nemmeno in considerazione l’individuo. Le famiglie facevano contratti, le famiglie commettevano crimini e venivano punite, le famiglie costituivano un villaggio. L’individuo esisteva solo nella sfera privata, e infatti usava due nomi propri diversi, uno pubblico e uno privato, usanza questa che si è persa con la fine dell’Impero.

Il nome proprio è dato a piacere, formato da uno o due caratteri scelti in modo da creare un significato piacevole, con una varietà incredibile. Il nome del resto è unico, e non si dà mai lo stesso nome a due persone imparentate, come invece si usa da noi all’interno delle stesse famiglie.

Il cognome varia meno, si eredita dal padre e si mantiene fino alla morte, e le donne lo mantengono anche dopo il matrimonio. Esiste un gran numero di cognomi che hanno origini antichissime, e vari studiosi hanno provato a darne una catalogazione, quasi sempre senza riuscire ad esaurire l’argomento sterminato. I cognomi hanno solitamente un carattere, anche se alcuni ne hanno due e talvolta i membri di minoranze etniche ne hanno fino a quattro.

Il cognome ha sempre avuto un significato importante in Cina e ha unito le persone con legami fortissimi per tutta la storia, dai suoi albori sino alla Rivoluzione Culturale, quando si fece di tutto per cancellare il familismo della società. In passato i cinesi distinguevano tra xing (姓), famiglia, e shi (氏), clan, ovvero l’insieme delle famiglie con lo stesso cognome. Col tempo la differenza si è persa. In taluni periodi storici famiglie e clan hanno raggiunto poteri estremamente elevati, al punto da amministrare aree del Paese, controllare città in modo legale o illegale, e persino controllare o usurpare il trono degli imperatori inserendo i propri membri nell’amministrazione imperiale.

Le origini dei nomi sono le più disparate, e quasi ogni cognome ha una leggenda che ne spiega le origini. Molti di essi hanno anche una poesia legata alla casata, che funge da motto per esprimere valori e le ambizioni della famiglia. Fino agli anni ’70 era diffusissima la tradizione d imporre un carattere di questa poesia nel nome dei membri di una generazione. Quelli della generazione successiva avrebbero ricevuto il carattere successivo nella poesia, e così via, i modo da rendere seplice riconosce il grado di parentela all’interno di gruppi familiari molto estesi, e stabilire le gerarchie sulla base della vicinanza agli antenati.

Ora però viene la parte divertente: nel corso della storia alcune famiglie si sono espanse notevolmente grazie all’assorbimento di famiglie minori, mentre altre sono scomparse a causa di guerre, epidemie o persecuzioni, quando appunto gli editti imperiali colpivano tutti quelli che portavano lo stesso cognome, e per sopravvivere era necessario adottare nomi nuovi. E così nel ventesimo secolo il 50% dei cinesi nel Mondo condivide dieci cognomi. Zhang (张) Wang (王), Li (李), Zhou (周) e Liu (刘) sono quelli più comuni, con circa 100 milioni di membri ciascuno. Il 75% dei cinesi condivide 100 cognomi. Il restante 25% invece spartisce le restanti centinaia.

Il padre di Dandan, che è persona di grande cultura, esaurisce tutte le mie domande e mi illustra la storia della sua famiglia, i Cheng (程), che secondo il censo più recente sono la 27esima famiglia più numerosa, con alcuni milioni di membri. E, con grande stupore mio e di Dandan, mi rivela che il mio cognome, Kuang (旷), è effettivamente un cognome storico appartenente a una famiglia minore. A memoria cita il nome di un generale dell’Armata di Liberazione Popolare che combatté i giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale.

Si mobilita così la famiglia in cerca di ulteriori informazioni. Il padre di Dandan torna a casa dall’uffico, il giorno successivo, con diverse pubblicazioni sull’argomento ma, ahimé, la famiglia Kuang è talmente poco numerosa da non destare l’attenzione della stampa. Il signor Cheng mi fa dono di una figura a colori, inserto della versione di Focus cinese, che tramite la raffigurazione di un albero elenca le casate cinesi secondo l’origine. Nessuna traccia della mia. La sera stessa però, navigando su internet, scovo una pagina interessante che pare tratti l’argomento. La mostro a Dandan che imbarazzata mi spiega che il cinese è talmente aulico e letterario che lei non è in grado di leggerla. Chiamiamo quindi il signor Cheng, che si siede al computer, inforca gli occhiali, e chiede alla figlia di tradurre le sue parole in inglese.

A quanto pare il cognome Kuang nasce ai tempi della dinastia Tang, quando un certo Huang Xian, discendente di feudatari già dalla dinastia Han, riceve dall’imperatore il titolo di Duca di Yun. Il Duca di Yun doveva essere una persona audace ma non troppo fortunata: nonostante per i suoi meriti avesse acquisito il titolo, qualche anno dopo, a causa di una dura sconfitta subita dai nemici sul campo di battaglia, lo perse e al suo posto guadagnò un Editto di Sterminio da parte del trono, indirizzato a lui e a tutta la sua famiglia estesa. Il risultato fu la morte di innumerevoli parenti e la fuga di altri, che dovettero cambiare nome e rinnegare gli antenati per poter sopravvivere. Della genia degli Huang di Yun se ne salvò solamente uno, il secondogenito di Huang Xian, Huang Zicheng. Nel primo anno di regno dell’imperatore Zhongzong, Huang Zicheng si era classificato secondo all’esame imperiale, era stato fatto ministro e alto membro della corte, si era guadagnato il titolo di “Marchese della Pace” e aveva sposato una delle figlie dell’imperatore stesso, grazie alla quale era stato risparmiato dall’Editto di Sterminio. Zicheng ritenne comunque opportuno cambiare il suo cognome da Huang (黄) a Kuang, e visse felice per molti anni servendo ben quattro imperatori, di cui l’ultimo dei quali, Xuanzong, per più di 35 anni. Poi un bel giorno contraddisse in pubblico il sovrano e, alla veneranda età di sessanta e passa anni, venne esiliato dalla corte e spedito a governare la cittadina di Jizhou sperduta tra le montagne del Sud della Cina, e lì la casata rimase per otto generazioni; fino a quando, a causa delle calamità del periodo delle Cinque Dinastie e Dieci Regni, i Kuang si sparpagliarono per il Paese. Il più famoso di loro, Kuang Yourong, si trasferì con i suoi discendenti a Gaozhou, e divenne il primo di una dinastia locale di poeti e letterati.

Be’, non male come storia, direi: da nobili, guerrieri e ministri falliti a pacati letterati. Siamo tutti soddisfatti, alla fine l’origine s’è trovata. Il cognome Kuang esiste ed ha anche una storia degna di tutto rispetto.

Il mattino seguente mi sveglio tardi, mentre tutto il resto della famiglia è in ufficio. Ancora mezzo addormentato vado in cucina per prepapare il caffé, e sul tavolo trovo il foglio regalatomi dal signor Cheng. Su uno dei rami, aggiunta a penna, c’è una foglia in più con il carattere Kuang.

Come a dire: “Anche se non è scritto sulla rivista, lo sappiamo che la famiglia Kuang esiste e vive”.

Come a rassicurare: “Riconosciamo il tuo cognome come appartenente alla tradizione cinese”

Come ad annunciare: “Anche se qualcuno può chiamarti laowai, ti consideriamo uno di noi”

Ed è così che mi rendo conto che, pur rimanendo bianco e con gli occhi chiari, appartenente una qualsiasi minoranza etnica di yidaliren, mi è stato riconosciuto il diritto di portar un nome cinese. Il che mi rende, se non legalmente, almeno moralmente, un membro di questa civiltà. Da oggi non sono più un barbaro, sono stato accettato come cinese.

2008-03-07

Chunjie

Chunjie (春节) significa letteralmente “Festa della Primavera”, e per i cinesi, che fondano la loro civiltà sul calendario, sulle celebrazioni e sull’aderenza ai riti, rappresenta quello che per noi sono Natale, Capodanno e Ferragosto assieme. Il Chunjie segna l’inizio del nuovo anno lunare, ed è un periodo in cui la famiglia si riunisce e si dedica ad una serie di attività tradizionali che per lo più consistono nel mangiare piatti particolari ritenuti di buon augurio, rendere omaggio ai parenti superiori, regalare soldi ai giovani della famiglia, sparare fuochi d’artificio, e in generale divertirsi in una calda atmosfera familiare.

La preparazione al Chunjie è come da noi prima di una lunga vacanza. Già un mese prima se telefoni in un’azienda cinese ti dicono che il Chunjie è vicino ed è meglio parlarne dopo le feste, e non c’è verso di far concentrare gli impiegati. Del resto, se considerate che in una settimana di vacanza tutti i cinesi che vivono lontano da casa tornano al luogo d’origine, e una fetta sempre crescente di persone decidono di viaggiare e fare turismo, otterrette un volume tale di traffico automobilistico, ferroviario e aereo che a confronto il Giorno del Giudizio sembrerebbe una gita ordinata e serena. La gente pianifica il viaggio tre mesi prima, perché farlo dopo significherebbe non trovare posto per qualunque prenotazione.

Ne va da sé che per il Chunjie del 2007 io sia a Chengdu, almeno per qualche giorno. Siccome ho le ferie flessibili parto qualche giorno prima e torno a metà settimana, trovando i voli pressoché vuoti. E’ la prima volta che passo una festa con una famiglia cinese, ed è anche la prima volta che incontro la famiglia allargata di Dandan. Ora, i legami di parentela cinese sono probabilmente i più complicati al mondo: per ogni relazione c’è una parola, e guai a chiamare le persone col nome proprio. Se c’è confidenza magari sì, ma solo insieme al grado. Non entrerò nei dettagli in questo post, ma sappiate che il nome con cui dovete rivolgervi a una persona cambia non solo secondo la generazione, ma anche a seconda del sesso, dell’ordine di nascita e della parentela materna o paterna, e non voglio nemmeno cominciare a parlare dei parenti acquisiti. A confondere ancora più le carte c’è il fatto che il bisnonno materno di Dandan ha avuto tipo 12 figli, e quelli minori sono più giovani dei figli maggiori dei suoi figli maggiori, per cui per esempio lo zio della madre di Dandan ha 10 anni meno di lei.

Dandan poverina ci prova anche a spiegarmi chi sono le persone sedute a tavola, e io più o meno mi ricordo anche come chiamarle, ma confesso di avere ancora le idee confuse sul loro grado di parentela. A quanto pare la famiglia materna, quella del bisnonno con 12 figli, che per la cronaca era tipo uno dei commercianti d’oppio più mafiosi della città, si è sparsa per mezzo mondo. La madre di Dandan è nata a Shenyang in Manciuria, è cresciuta ad Urumqi nel Xinjiang e poi si è sposata a Chengdu, ma sua sorella minore ora vive in Australia. Suo zio, quello giovane, vive a Chengdu ma ha un passaporto di Hongkong e la moglie e il figlio vivono a Londra. Delle due zie (zie di chi poi non so) sedute a tavola una sta effettivamente a Chengdu, l’altra fa il medico a Nanchino. Da parte di padre invece abbiamo due fratelli, uno a Chengdu e uno a Pechino, e due sorelle, una a Kunming e una a Shanghai. Da malditesta, e per fortuna che meno di metà della famiglia è intervenuta a Chengdu quest’anno.

Alla vigilia del Chunjie è tradizione fare un cenone: ci si siede a tavola verso le 6.30 e si attacca un numero impressionante di portate, e devo dire che a parte l’ora d’inizio non è molto diverso dai nostri pranzi festivi in famiglia. La cosa strana è che l’ora è unicamente dettata dalla necessità di terminare la cena entro le 8.30, inizio del Gran Varietà di Capodanno, un polpettone impossibile trasmesso in diretta da Pechino su tutte le reti, che apparentemente tutti i cinesi guardano. Tra le 8.30 e 12.30 appunto quattro presentatori agghindati in abiti che sembrano un misto tra il Gran Galà del Re di Francia immaginato dai cinesi, la parata militare del generale Puntzerstofen (quello di Mai dire Banzai, proprio lui) e il Ballo di Cenerentola immaginato dalla Disney, in un tripudio di strascichi, acconciature scolpite in forme improbabili, pizzi e merletti, bottoni d’oro, paillettes, giacche sbrilluccicose che neanche Little Tony ai suoi tempi peggiori, e chi più ne ha più ne metta, presentano una successione di cantanti, balletti tradizionali e moderni e performance di comici e cabarettisti, di cui un 30% forniti dall’esercito e in divisa della festa, tutto in cinese sottotitolato in cinese, e senza pubblicità.




Alle 8.30 siamo tutti seduti davanti alla televisione. Alle 8,47 la gente comincia a scusarsi, a dire che è tardi, e che ci si telefonerà i giorno dopo per gli auguri. Entro le 9.00 sono fuori dalla porta. Genitori e nonna rimangono a guardare il Gran Varietà e io e Dandan ci piazziamo in camera a guardare un DVD. Poi finalmente arriva la mezzanotte, e partono i fuochi artificiali, in tutte le direzioni fiori di fuoco multicolori, vanno avanti incessatemente per due ore. Gran tripudio anche in TV, che rimane accesa, ma a cui nessuno presta più attenzione. Per tutto il Chunjie comunque il programma sarà riprosposto a reti unificate, come “il meglio del Gran Varietà”, non tanto perché alla gente piaccia, ma probabilmente perché durante la settimana agli studi della TV rimangono tre persone, due bao’an e un tecnico che monta nastri in loop e poi torna a casa.

Alla fine il Chunjie non è molto diverso dalle nostre feste – famiglia, cibo, varietà televisivo trashissimo, fuochi artificiali, ozio, auguri. La Cina è vicina? Quando si tratta di feste, probabilmente è più vicina al’Italia di quanto si pensi.

2008-03-04

Questione di Targhe

Uno che viene dall’Italia normalmente non fa caso alle targhe delle auto, se non in qulche caso per capire da che provincia viene il deficiente che ha davanti e va a 30 all’ora, all’unico scopo di trovare un’argomento di insulto. In Cina no, la targa ha un potentissimo valore identificativo, e non solo vi dice a chi non dovete mai suonare il clacson, ma in molti casi può rendervi oggetto di derisione o invidia.

La prima e più importante distinzione tra targhe è quella di colore. Cominciamo a parlare delle targhe blu, quelle più comuni. Chi guida un’auto a targa blu, con caratteri bianchi, sta alla base della piramide sociale della strada – ovvero, è un comunissimo cittadino cinese, civile, alla guida di un’auto privata. Le targhe blu hanno un carattere cinese, due lettere e quattro numeri. Ovviamente, date le dimensioni del Paese e della sua popolazione, è necessario avere un certo numero di combinazioni. Il carattere cinese identifica la provincia: 京 per Pechino, 沪 per Shanghai, 苏 per il Jiangsu, 川 per il Sichuan, è così via. La prima lettera identifica il distretto, tutto ciò che viene dopo è un semplice codice identificativo. Le targhe blu le vedete appiccicate a ogni tipo di veicolo civile, dal miandi più scassato, all’Audi nera con finestrini neri del dirigente del Partito con autista in divisa, alla Ferrari dell’imprenditore di successo. A parte la competizione di status sul mezzo, si compete anche sull’origine, tipo che se guidi a Pechino con una targa dello Hebei ti danno del contadino, e comunque se dopo il 京 hai una lettera tipo I o L vuol dire che vieni dalle periferie della città, e ti becchi del contadino comunque. Se invece hai A o B ti puoi bullare perché sei uno del centro. Si compete talvolta anche sui numeri, perché le targhe con numeri bassi sono state le prime ad essere emesse, e chiaramente sono finite in mano ai potenti del distretto. Per cui se vedete una targa con un numero sotto 0100 sapete che avete a che fare con un personaggio potente, quasi sicuramente immanicato con politica ed economia, ed è meglio non cercare guai. D’altra parte, quando questi personaggi vanno in posti equivoci, tipo nei KTV, è costumanza che coprano la targa, così non si sparge la voce che la gente del Partito va in questi luoghi di perdizione, e anche perché qualcuno, in cerca di denaro o vendetta e vedendo il numero basso, sarebbe tentato di fare una foto e pubblicarla, e per qualcun altro, magari un giornalista o un rivale politico, sarebbe relativamente facile risalire al titolare e svergognarlo.

Poi ci sono le targhe nere con le lettere bianche e il carattere cinese bianco. Sono identiche alle targhe blu come codici, senonché identificano una macchina appertenente a un cittadino straniero. Il che significa che uno con la targa blu di solito si fa problemi a suonarvi e di sicuro non vi taglia la strada. Visto il prestigio assolutamente ingiustificato e superstizioso di cui godono queste targhe, il governo ha deciso che da quest’anno anche gli stranieri hanno le targhe blu, uguali agli altri, che mi sembra anche giusto. Solo che adesso le targhe nere sono ancora più preziose, e ci sono dei cinesi che pagano un’auto anche il 20-30% in più solo perché ha la targa nera e così possono fare brutto sulla strada ai loro concittadini.

Le targhe nere con carattere rosso appartengono al personale diplomatico straniero. Il carattere è lo 使 di ambasciata (大使馆) o consolato (领事馆), poi ci sono tre numeri, che identificano il Paese (001 per la Russia, 002 per gli USA... 158 o giù di lì per l’Italia, e non commentiamo). Quindi altri tre numeri che vanno per ordine di grado: 001 è l’ambasciatore, 002 il console, e così via. Le targhe diplomatiche, in quanto protette dalla legge internazionale, possono fare un po’ quello che vogliono, tipo passare col rosso o andare in corsia d’emergenza con la sirena, anche se poi l’auto appartiene allo sportellista dell’ufficio visti, comunque anche la polizia si tiene lontana se può. Queste targhe purtroppo non sono alla portata del cittadino cinese, che può solo invidiarle.

Le targhe bianche sono quelle militari. Tanto per cominciare ce ne sono di tre tipi: quelle con il carattere rosso 军 appartengono all’esercito, quelle con il carattere rosso 警 alla polizia, e quelle con le lettere rosse WJ sono i wujing (武警), ovvero la polizia armata. Secondo quanto mi dicono amici cinesi, la polizia normale in Cina di norma è disarmata: sarebbe dispendioso, pericoloso e inutile armare milioni di funzionari che come compiti hanno semplicemente la direzione del traffico piuttosto che la risoluzione di risse (alla faccia di chi dice che la Cina è un Paese con la polizia violenta, e soprattutto alla faccia dei democratici Stati Uniti dove anche gli impiegati negli uffici tengono la rivoltella alla cintura); invece i wujing, che per la metà girano in borghese con auto borghesi, sono armati di pistola, e se sono i divisa girano anche con le jeep pimpate e i fucili, e si occupano dei casi giudicati “estremi”, ovvero quelli in cui una chiacchiearata a base di buon senso con le persone non basta. A questi caratteri o lettere rossi seguono una lettera nera, per indicare la divisione, e cinque numeri neri per il veicolo. Le targhe militari fanno paura a tutti, quelle della polizia meno, quelle dei wujing di più; fanno paura anche più di quelle diplomatiche e straniere, perché se lo straniero sa difendersi bene, il militare cinese è più nervoso e può anche cercare deliberatamente o scontro e mettere nei guai chi gli ha fatto un qualsiasi sgarbo stradale. Chiaro anche che i militari, volendo, possono farsi beffe del codice stradale.

Infine ci sono le targhe personalizzate. Non so a chi è venuta l’idea, forsa a un impiegato dell’Agenzia delle Entrate che voleva inventarsi una nuova voce positiva di bilancio, fatto sta che un giorno la motorizzazione ha messo in vendita, e a caro prezzo, le targhe “a piacere”: solito carattere provinciale, lettera distrettuale, poi tre lettere e tre numeri. Valore legale pari alla targa civile blu, ma valore di status altissimo: tutti i tamarri dalla strada l’hanno voluta, e da lì in poi è stato il delirio: cose come “HAN 518” ci potevano anche stare, ma quando sono comparsi “USA 999” e “RMB 888” è stato troppo. Articolo di critica sul Quotidiano del Popolo e chiusura dell’ufficio vendite targhe private. Il che appunto rende le rimanenti ancora più preziose.

Strane storie si fanno in questo Paese per una targa. Ma se chiedete a un cinese della strada qual’è la targa dei suoi sogni, la risposta sarà una sola: “Nessuna targa”. Sì, perché ci sono anche le auto senza targa: cioé, voi comprate una macchina, e con il libretto di proprietà andate alla motorizzazione a chiedere l’emissione di una targa, che vi verrà concessa in un perido che va, diciamo, dalle due alle quattro settimane. E per quel periodo, voi andate in giro senza targa. Ora, il codice stradale cinese è difficile da capire non solo per noi stranieri ma anche per gli autoctoni, e infatti a Pechino si stima che l’automobilista medio spenda 600 RMB l’anno in multe, che è tanto, considerato lo stipendio medio dell’automobilista medio. In centro, tutti guidano con i nervi a fior di pelle per paura delle telecamere agli incroci. Ma senza targa no, l’autovelox può anche fare un book fotografico di una macchina, tanto non arriveranno mai al proprietario. E allora è la festa – quelli senza targa sono a tutti gli effetti dei pirati della strada legalizzati, fanno quel che vogliono, passano col rosso, vanno dritti quando c’è la svolta obbligatoria, e temono solo la polizia del traffico. E’ un periodo di vacanza dalle leggi della strada, e gli automobilisti se lo godono alla grande, regredendo al livello di minorenni davanti a una playstation. Poi, qualche settimana dopo, vengono convocati alla motorizzazione per attaccare la targa, e tornano ad essere gli umili automobilisti da targa blu, e i loro giorni da leone lasciano il posto a quelli da pecora. Ma non dimenticheranno mai quella manciata di giorni in cui chiunque, dal presidente di Partito locale al'omino della consegna a domicilio più lurido, possono assaggiare il sapore della libertà e della gloria, al volante di una macchina senza nome e senza identità.

2008-02-18

Hong Kong

Chi vive in Cina ed è straniero prima o poi da Hongkong ci passa, se non per lavoro o per turismo, almeno per un visto, perché ad Hongkong, fino al 2007, si può fare un visto business di 6 mesi in meno di 4 ore, senza necessità di alcun documento se non il passaporto. Comodo, no?

A Hongkong c’ero già passato tempo fa, appunto per fare il visto, ma ci ritorno per incontrare uno che smercia carne importata da Australia e Stati Uniti ai ristoranti e supermercati dell’ex colonia, ma sottobanco contrabbanda prosciutti italiani verso la Repubblica Popolare. Il tizio in questione, general manager di un’azienda ben avviata, meno di trent’anni, etnia filippina, ex modello, elegantissimo e gentile, mi spiega che a notte fonda si carica il prosciutto nel porto su un container che, prima dell’alba, arriva su una spiaggia da qualche parte in Cina continentale, dove l’aspetta un camion per trasportare il Parma e il San Daniele in tutto il resto del Paese. Se va bene, la guardia costiera non ti ferma. Se va male, l’equipaggio si dà alla fuga e il carico è perso, però esiste anche l’assicurazione, per cui se paghi un tot di più ti rimborsano la perdita. E’ un business avviato da anni e anni e che fa volumi impressionanti. Perché se sono illegali i prosciutti ma nessuno controlla, io nel contaner ci posso mettere anche a cocaina, gli AK47 e i rifiuti nucleari. Di norma però quello che ogni notte viene contrabbandato da Hongkong alla Repubblica Popolare sono altre merci, praticamente tutto quello che la Cina importa già da sé ma che tassa, da Hongkong arriva esentasse, spiaggiata all’alba da qualche parte nel Guangdong. Se vi capita di mangiare prosciutto in un ristorante in Cina, con il 99% delle probabilità ha fatto questa strada. Nel’1% delle probabilità è arrivato tramite canali diplomatici, per manifestazioni regolari o perché un impiegato ha prestato il tesserino diplomatico a un amico in cambio di soldi o favori. Ma ci sono centinaia di altri casi di merci non importabili o eccessivamente tassate, che vengono traghettate. Poi, è ovvio che la polizia da entrambe le sponde sa tutto, ma a Hongkong è sul libro paga della mafia, e nella Repubblica Popolare anche, o in alternativa gestisce direttamente da sé il contrabbando.

Ma sto divagando: Hongkong. La prima cosa che si nota è che la gente parla inglese. Va bene gli occidentali, va bene gli indiani, capisco anche i filippini, ma che i mendicanti e i venditori ambulanti di sigarette cinesi mi chiamino con “excuse me, Sir” invece che “Aloooò?” mi fa veramente strano. La seconda cosa che si nota è che manca spazio: le stranze sono strette, i soffitti sono bassi, i grattacieli sono tutti altri almeno 30 piani, e costruiti uno accanto all’altro, addirittura molti collegati. Dalla finestra del mio hotel in Canton Road vedo un cortile stretto stretto all’ombra di palazzi altissimi su quattro lati, e al centro cosa stanno costruendo? Un altro palazzo, ovviamente! La terra è scavata per decine di metri, ed è possibile spostarsi per tutta Hongkong senza vedere la luce del sole. La maggior parte della gente, che vedi nelle bottegucce a vendere qualunque cosa a qualunque prezzo, probabilmente la luce non la vede se non nei week-end. Mi fanno pena, sembra che abbiano tutti la febbre, questi strani cinesi scuri, bassi, brutticchi, questi figli della Cina adottati dal capitalismo da paradiso fiscale, e scampati al Partito Comunista. I cinesi del continente li chiamano “banane”, perché dicono che sono gialli fuori e bianchi dentro.


La terza cosa che si nota è che non puzza. Uno col tempo si abitua alla Cina, o all’Asia se volete: da nessun’altra parte nel mondo c’è questo odore. Ogni posto ha il suo, in Asia: a Madras è quello del curry, a Shanghai quello dell’olio fritto o del tofu puzzolente, a Pechino è l’aglio e l’aceto, e così via. A Hongkong no, è come stare in Europa, l’aria odora di aria, al massimo di porto se uno è vicino all’acqua, ma nemmeno tanto. L’unica cosa che puzza siete voi, perché arrivate dall’Asia, e vi vergognate, perché ieri stavate facendo i colonialisti, magari tirando fuori tre banconote da 100 kuai per comprare la ricarica del telefono, o addirittura vi facevate trasportare in risciò, con questo senso di superiorità rispetto alla gente locale, e qui i campagnoli puzzoni siete voi, non tanto per colpa vostra, ma è che se vivete in Asia non c’è doccia che tenga, l’odore vi si riappiccica addosso in dieci minuti, a voi, ai vostri vestiti, e a tutte le vostre proprietà, dal computer all’accendino. Annusate tutto a Hongkong, dopo una doccia, e vi rendete conto di quanto la vostra vita puzzi. Non è una bella sensazione.

Hongkong mi mette ansia, è una città ansiogena. La gente vive a Hongkong per fare soldi, tutti hanno in mente solo quello, tutti sono stressatissimi. Allo stesso tempo, siccome hanno vissuto sotto i britannici, hanno delle regole ferree, di cui la peggiore è il divieto di fumare. Non si può fumare nei locali pubblici; si può fumare per strada ma solo in alcune zone, e vi sfido tra l’altro a fumare in una strada gremita di gente che vi spintona perché ha fretta. Non si possono buttare però le cicche per terra, bisogna trovare un posacenere pubblico. Solo che ce ne sono pochi, quindi mi capita di stare fumando, e improvvisamente la strada finisce, ovvero si immette in un tunnel sotterraneo perché sul marciapiede hanno costruito un grattacielo. Non posso entrare con la sigaretta nel tunnel, ma non la posso buttare perché non c’è un posacenere. Nel frattempo la gente mi spiantona. Che fare? La spengo sulla suola della scarpa, entro nel tunnel e la tengo in mano per venti minuti, fino a quando mi stufo e, mentre nessuno guarda, la butto in un angolo. Eccheccazzo. Il traffico è delirante. Le strade diritte non esistono, sono curve continue e trecentossessanta gradi: destra, sinistra, in su, in giù, scale a chiocciola a profusione, ponti, sottopassi, entrate del metrò. Ovunque c’è gente, ovunque c’è qualcosa in vendita. Immaginate che so, la Rinascente sotto Natale, però con trenta piani, diversi milioni di abitanti e mezzi pubblici e taxi per spostarsi. Però è sempre la Rinascente sotto Natale. Devo fare il visto, bene: serve una foto, chiedo di farla, ma non me la possono fare, devo andare dal fotografo. Dove? Mi danno indicazioni, giro mezz’ora per un aeroporto costruito sulla laguna (che non c’era spazio) e pieno, tanto per cambiare, di gente e negozi, ma del fotografo nessuna traccia. Ci sono venti agenzie di visti che parlano quindici lingue diverse, ma per la foto serve il fotografo che è uno solo e nascostissimo. Ma perché non vi portate la polaroid come fanno in continente? O una normalissima macchina digitale con stampante? No, qui la burocrazia l’hanno fatta gli inglesi. Totale, non riesco nemmeno a fare il visto.


Quando ritorno a Pechino, e mi trovo davanti la faccia grigia della guardia che mi squadra e confronta il mio viso con la foto sul passaporto, sorrido. Nella grande sale grigia, in cui l’unico colore è l’affresco della Grande Muraglia, non mi sento spintonato. Son contento d’essere tornano nella Repubblica Popolare, la prossima volta, anche se serviranno due settimane, il visto me lo faccio qui. Ah, che pace Pechino.