2007-10-18

Tassisti d'ogni genere

I tassisti sono una delle figure portanti di Pechino. Ne abbiamo già parlato (qui, qui e in tanti altri post), ma non ne parleremo mai abbastanza. Esiste certamente uno stereotipo di tassista pechinese, ovvero sporco, puzzolente, umorale al punto da cambiare gentile a scorbutico a seconda della luna, lamentoso, pettegolo, ma onesto e dal cuore d’oro. Nella realtà però le versioni del tassista pechinese iperuranico sono quantomai varie, e oggi racconteremo di due di esse, diverse come il giorno e la notte.

Incontro il signor Fan una bella mattina d’inverno, nei pressi del Landao. La prima cosa che noto è il suo numero di serie, che comincia con due zeri seguiti da un due. Mi sorride, poi alza la mano per salutare una persona che vede per strada, che contraccambia il saluto. “Da quanto tempo guidi il taxi?” gli chiedo. “Sedici anni” risponde candidamente. Il signor Fan, laobeijingren (
老北京人), ovvero pechinese DOC, di quelli veri, ha cominciato a guidare il taxi nel 1990. Vive a Chaowai, dove apparentemente conosce tutti, e tutti conoscono lui. Per non annoiarsi, ascolta le notizie del radiogiornale, e ama commentarle con i passeggeri. Infatti propone subito come argomento l’accordo tra Cina e Francia per l’acquisto di Airbus, e mi racconta orgoglioso che proprio quel giorno c’è il volo inaugurale del primo velivolo, il più grande aereo di linea al mondo, tra Pechino e Parigi. Personaggio singolare il signor Fan, pulito ed educato. Vedendomi in difficoltà con il mio mandarino, mi chiede come me la cavo con il Beijinghua, e senza indugi tenta di insegnarmi alcune espressioni tipiche. Manco a dirlo, conosce le strade della città come le sue tasche, comprese le scorciatoie più impensate attraverso i xiaoqu. Il tassista ideale.

Tutto il contrario di Zhang, il tassista che incrocio qualche giorno dopo, sulla via per un hotel nella zona olimpica. Zhang sembra appena uscito di prigione: è nero, grasso, sporco, con occhi pallati da maniaco e apparentemente incapace di parlare, ma solo di grugnire. Per circa cinque minuti mi studia, spostando gli occhi folli dalla strada a me. Poi sorprendentemente articola alcune parole in uno strano dialetto fatto di erre arrotate, impossibile da intendere. Anche se comprendessi del resto, farei finta di non parlare cinese. Senza smettere di guidare su Anwai, zigzagando tra le quattro corsie del nostro senso, Zhang apre un cassetto della macchina e ne estrae un fagottino, che svolge con una mano sporca e con le unghie del mignolo e del pollice lunghe un centimetro. Dentro c’è un anello in oro giallo, con al centro un pezzo di plastica in finta madreperla circondato da brillanti a go go, la cosa più pacchiana del mondo. Me la mostra con atteggiamento losco: so benissimo che è rubato, e se non è rubato è totalmente falso. Probabilmente tutti e due. Scuoto la testa, pretendendo di non capire, ma quello equivoca e pensa che metta in dubbio l’autenticità dei brillanti. Quindi per provarmela, sfrega l’anello sul parabrezza, creandovi una bella riga obliqua di una trentina di centimetri. Poi mi mostra di nuovo l’anello, come dire “Lo vedi che sono diamanti veri?”. Io contino a guardare incredulo il parabrezza sfregiato dall’interno. Adamantino io alla sua offerta d’acquisto, Zhang mette via la patacca e si mette a ravanare in un altro scomparto, cavandone un bel biglietto da visita rosa con la foto di una ragazza mezza nuda. Ammicca. “OK?”. Perfetto, sono le due del pomeriggio e questo vuole portarmi a troie. Continua a guidare, va’, Zhang, che se no ci andiamo a schiantare. Mi molla al mio hotel visibilmente deluso, e guida via, in cerca di un altro pollo. Ma guarda te che gente che prendono al giorno d’oggi per guidare i taxi.

Ogni volta che salite su un taxi a Pechino potrebbe essere l’inizio di un’avventura. Come tale prendetela, inutile fare i seri e i distaccati. Non saprete mai con quale strano personaggio state condividendo il veicolo. Se avete esperienze del genere e vi va, postate pure nei commenti la vostra avventura a bordo di Beijing Taxi. Pu-er-yi-si wei-le-ka-mu tu Bei-jing Ta-ke-xi... a-gei-ne.

2007-10-13

Passeggiando nella Storia

Il progetto Friends of Old Beijing è cominciato, e in qualche modo sono anche riuscito a farmi assegnare alla zona di fianco a casa, che era quella che più mi interessava – il cosiddetto “vicinato” del Tempio dei Lama e dell’Accademia Imperiale. Nel mio gruppo ci sono altre sei persone: Rory è un architetto irlandese, alto grosso e torvo, molto pignolo ma tutto sommato simpatico e bonaccione; sua moglie Varvara è russa e fa l’artista, e con i due figli vivono in un siheyuan non molto lontano; una seconda coppia che vive in un siheyuan sono Yann, ingegnere informatico francese e Helja, finlandese, che lavora per un progetto dell’Unione Europea. Infine ci sono due studenti di finanza cinesi, Aaron dal Liaoning e la piccola Isa da Urumqi. Il gruppo è eterogeneo sia come origini che età, e anche gli interessi sono i più disparati. Non sempre è face riuscire a coordinarsi su cosa fare, e del resto il CHP ci ha detto di guardarci attorno e raccogliere informazioni interessanti, proponendo un piano mensile e revisionandolo totalmente il mese dopo, come è costume tra i cinesi, nel processo buttando via metà del lavoro già fatto.

Tuttavia girare per il vicinato è interessantissimo, specie perché ciascun membro condivide le sue inormazioni con gli altri, io la storia, Rory l’architettura, Isa chiacchierando con la gente che vive negli hutong, e via così. Scopro una dimensione prima ignota negli hutong, non solo mi lascio andare al ritmo pigro e sereno dei vicoli, ma ora comunico con i loro abitanti, e comprendo la natura dei simboli nelle strade, la loro economia, il loro sviluppo nella storia, è un nuovo mondo che si svela ai miei occhi. Due sabati mattina al mese si cammina, scattando fotografie e raccogliendo informazioni di ogni tipo sull’area di nostra competenza. E’ così che scopro l’inaspettato – che il Tempio della Macchia di Cipressi, e in seguito il Tempio dei Lama, in passato costituivano il cuore di un complesso religioso buddhista enorme, fatto di dormitori per monaci e lama, magazzini, stalle, ostelli per i pellegrini, templi minori, negozi di incensi e amuleti, ristoranti vegetariani, senza contare lo sciame di ambulanti che il passaggio dei fedeli attirava, dai veggenti ai cercatori di nomi (quelli che danno i nomi ai bambini secondo l’oroscopo e l’Yijing), dagli acrobati ai venditori ambulanti, dai mendicanti ai tagliaborse. L’immenso movimento che si creava attorno a questa zona di Pechino veniva tenuto a bada da numerose guardie che, la sera, buttavano fuori dalle mura tutti gli indesiderati, e imponevano il coprifuoco alla città dell’Imperatore. Tutto questo, fino a poco più di cent’anni fa, a meno di un chilometro da casa mia.

La fine dell’Impero segna la decadenza del quartiere buddhista, considerato feudale, e la vittoria dei Comunisti pone fine in modo brutale a qualcosa che ormai, per gli abitanti di Pechino, era già quasi dimenticato. Nell’agosto del 1966 le Guardie Rosse rastrellano il vicinato, deportano lama e monaci in campagna, e li sostituiscono con uno sciame di famiglie contadine, infilate una per stanza in tutta la zona.

Troviamo un dormitorio di lama fatiscente, con ormai una sola famiglia anziana che ci vive. I muri rosa scrostati, il cancello murato e i leoni di pietra dimenticati in un angolo. Metà del complesso ha i vetri rotti, le pareti posticce di mattoni, edificate all’arrivo dei nuovi inquilini, ormai cadono a pezzi. Una signora anziana ci racconta che le altre famiglie hanno venduto il loro diritto alla stanza e si sono trasferiti in grandi palazzi in periferia, oltre il Quarto Anello. Lei vorrebbe rimanere, ma la proprietà è stata comprata da un’azienda edilizia i cui piani sono piuttosto oscuri: se non vende, sarà buttata fuori a calci, e allora tanto vale uscire con le buone e intascare qualche soldo di risarcimento. Alle spalle del dormitorio, con i suoi tetti ricurvi e fregiati di piccoli animali di pietra modellati secoli fa, troneggia un moderno palazzo di vetro a 15 piani, che proietta la sua ombra minacciosa sul bene culturale ormai forse spacciato.

Alle spalle del Tempio della Macchia di Cipressi un signore, originario dello Shanxi, ci racconta che sulle pareti di casa sua, costruita su una predella circondata da vecchi scalini, ci sono iscrizioni che identificano l’edificio come un Tempio al Dio dei Cavalli, dove si benedicevano le cavalcature dei viaggiatori prima e dopo un viaggio, un punto di sosta importante per tutti i pellegrini abbienti; ricostruisco a fatica la pianta del tempio, cercando di separare pareti originali e aggiunte posteriori, fino a scoprire una bella struttura simmetrica, con l’asse in linea con il Tempio più a sud; ora però una strada passa dove fino a 50 anni fa sorgeva l’ala orientale; l’entrata posteriore è stata murata, e ciò che rimane è stato occupato da circa sei famiglie, che hanno riempito il cortile di baracche costruite a ridosso di alberi secolari.

Nei pressi di Andingmen ci intrufoliamo senza chiedere in un cortile ingombro di detriti – tricicli, banchi di scuola, scaffali distrutti a copi d’ascia. Sulle pareti interne si vedono ancora slogan sbiaditi della Rivoluzione Culturale, nelle stanze il pavimento di legno scricchiola e alcune assi sono sfondate. L’edificio, dove ora dormono dei lavoratori migranti in condizioni inumane, una volta era la casa di qualche personaggio importante, ma ora il complesso è tagliato a metà da un muro di cemento, oltre il quale sorge un palazzo di 10 piani, orribile parallelepipedo grigio con finestre unte, panni stesi e grate ovunque. Pare già in rovina, pieno di crepe e annerito dallo smog, eppure i passanti ci assicurano che non è stato ultimato più di tre anni fa.

E’ una Pechino nuova quella che scopro, grattando sotto lo strato di storia pesante che ricopre tutto. La gente non parla di quello che avveniva prima di 30 anni fa, nessuno ne scrive, e così la memoria si perde. Ma ancora certe pagine si conservano, e i vecchi amano raccontare agli stranieri che chiedono, seduti all’ombra di un muro sotto il sole di dicembre. E’ così che trovo il filo che unisce la Pechino antica, città degli Imperatori, e quella moderna, in cui vivo io.

2007-09-20

Ti-la-mi-su

Il Maestro Kuang, grazie alla sua lunga esperienza nell’ambito agro-alimentare, ha per passione approcciato il mondo della cucina, e sebbene non si possa certo dire che sia un buon cuoco, ci sono delle ricette che conosce benino. La più famosa di esse, che ha sciolto numerosi flirt e reso estatici molti amici, è il Tiramisù. I cinesi vanno matti per il Tiramisù, lo conoscono tutti, il Ti-la-mi-su, qualunque ristorante un po’ trendy, anche quelli cinesi ma di classe, lo tengono in lista tra i dessert. E’ IL dessert per eccellenza, in Cina, insieme alla cheesecake americana.

Fare il Tiramisù in Cina non è cosa semplice: la cucina italiana si basa sugli ingredienti, e se questi non sono disponibili, oppure non sono quelli originali, il gusto necessariamente cambierà. Ecco la lista di tali ingredienti per 4 persone:

Crema:

Mascarpone 250g – lo so che lavoravo per loro e suona falso, ma ora non ci lavoro più e lo posso dire: il Mascarpone Galbani spacca. E’ più giallo e più cremoso, e non fa mai sorprese. In alternativa potete usare altri Mascarponi disponibili qui, come il Ciresa o quello della Metro. Attenzione a usare il Kapiti e altri mascarponi australiani e neozelandesi, non garantisco che abbiano stesso gusto e consistenza, quindi le dosi dovrete aggiustarle da voi. In ogni caso il 90% dei ristoranti/bar qui pensa che il Mascarpone sia troppo costoso, e quindi lo sostituisce con panna da montare.

2 Uova – Auguri. Chiunque è stato in un Paese normale ha capito che la catena del freddo è una grande invenzione che appartiene alla modernità recente. Chi lavora nel settore sa anche che tale catena è spesso un mito, perché pure in Italia col cazzo che le temperature giuste vengono rispettate dalla produzione alla vendita del prodotto. In ogni caso, attenzione alle uova in Cina: le trovate ovunque tranne che nel frigo, e non c’è verso di sapere da dove vengono e quanti giorni hanno. Una volta ci si doveva votare ai santi, ed è significativo che comunque in Cina anche le verdure crude siano guardate con sospetto, figuriamoci le uova; i cinesi cuociono tutto quello che mangiano. Ma oggi i tempi sono cambiati: siate intelligenti e affidatevi al popolo più anale del pianeta, i giapponesi, che nei supermercati di loro proprietà, 7/11 e Ito Yokado, hanno le uova marchiate con data e stoccate in frigo. Esistono, credeteci! Poi se provate il Tiramisù in un ristorante qualunque vi accorgerete che è sempre bianco, e non è solo per la panna invece del Mascarpone. Le uova a crudo sono illegali in Cina. Qualche chef italiano illuminato se ne frega e usa uova pastorizzate, qualcuno le pastorizza da sé (no, in cucina voi non potete farlo!), ma tutti gli altri si dimenticano allegramente l’ingrediente ingiallente.

Una bella cucchiaiata di Zucchero – andate a piacere, ricordatevi che il Tiramisù non deve essere mai, MAI troppo dolce. Nel dubbio addolcite di meno, assaggiate, e aggiungete se occorre. Manco a dirlo il Tiramisù alla cinese è maledettamente stucchevole.

Un goccio di Marsala Dolce – originariamente il Marsala si aggiungeva alla crema per disinfettarla da eventuali germi presenti nelle uova. Ora, lo so che il Marsala Dolce non si trova facilmente in Cina (lo vende solo la mia attuale azienda, haha!), per cui o chiamate il Maestro Kuang che vi fa avere una bottiglia, oppure vi arrangiate. Potete usare il Marsala Secco (ma il gusto è un po’ più forte), lo Zibibbo o la Malvasia Dolce (vanno benissimo), con molta fantasia anche qualunque vino liquoroso bianco, tipo Tokaij o Vin Santo (non ho mai provato, ma potrebbe essere interessante). In un momento di disperazione un giorno senza Marsala ho usato il brandy della Changyu, RMB 18 a bottiglia, e ragazzi non era male! Siate creativi, l’importante è che sia alcolico e dolce, non modificher il gusto generale più di tanto. Siccome in Cina non si usano le uova, non si usa nemmeno un alcolico per disinfettare.

Struttura

Savoiardi – finché ne riuscite ad usare. Il vantaggio dei savoiardi è che sono spugnosi, e quindi assorbono il caffé da Dio, sono croccanti, e quindi non diventano troppo molli, e che sono zuccherati, e quindi bilanciano bene la dolcezza del Tiramisù. Si trovano quasi ovunque, al Jenny Lou, al Carrefour, al Freshmart se siete a Shanghai. Molti usano la “sponge cake”, ma le mancano croccantezza e zucchero, e andrebbe usata per il pan di spagna e altre preparazioni. Ho conosciuto gente che, in mancanza d’altro, ha usato plum cake alla banana. Quel Tiramisù, quasi subito gettato nella spazzatura, credo che ancora ululi sul fondo di un pozzo in quel di Shanghai, gridando vendetta al cospetto di Dio.

Caffé – che sia espresso, per Dio. Il caffé espresso è il sangue del Tiramisù, senza quello nulla ha più senso. Eppure qui nessuno apparentemente collega espresso e Tiramisù. Chi usa il caffé usa quello americano. Se no semplicemente non lo usano, come la mia ex collega franco-vietnamita, che spacciava sé stessa come Marketing Director nel settore alimentare, e sosteneva che il Tiramisù si può fare con Mascarpone e Savoiardi e basta, il resto – caffé, cacao, ecc - è accessorio. Tralasciando che ho anche conosciuto italiani che usavano il caffelatte, fate un favore a voi stessi e difendete la vostra cultura. Se poi uno che ha sangue francese apre bocca tirategli un pugno.

Copertura

Cacao in polvere – confesso, non l’ho mai trovato. Uso il Nesquik, che è già zuccherato e contiene conservanti e porcherie a go-go. Se sapete dove trovare il cacao in polvere a Pechino lasciatemi un commento. Comunque il Nesquik va bene, se ben dosato non pesa troppo sull’armonia del dolce.

Una volta procurati gli ingredienti la ricetta è semplice: per la crema, montate a parte l’albume dell’uovo, e in una bacinella mescolate tuorlo, mascarpone, zucchero e marsala. Unitevi l’albume montato fino ad ottenere una crema giallo paglierino, omogenea e leggermente dolce. Intingete i saviardi in un piatto fondo pieno di caffé, in modo che si inzuppino ma non si sfaldino, e disponeteli in fila. Coprite con la crema, e via così, uno strato di biscotti e uno di crema. Coprite spolverando il cacao il polvere, mettete in frigo e consumate il giorno seguente.

Oppure andate in un bar, ordinate un Tiramisù, e mangiatevi il pan di spagna ripieno di panna montata, guarnito con del cacao e spesso con della crema al cioccolato e frutta, che vi hanno portato. E guardate i cinesi attorno a voi annuire gravi: “Ahh, Tilamisu, wery Italian dessert!”.


2007-09-16

Nuove Prospettive

Cerco un lavoro decente da mesi, un po’ come la maggior parte delle persone a Pechino. E’ strano che le posizioni disponibili siano package da espatriato strapagato con rimborso totale di ogni spesa, oppure contratto cinese da schiavo, senza vie di mezzo. Solitamente il package da espatriato si ottiene solo con la fiducia dell’azienda, che non si costruisce in Cina da zero.

Ma c’è un altro problema, più importante della paga: il modo di lavorare. Le aziende italiane sono piccole e caute, non rischiano mai. Per invadere il “mercato da un miliardo e mezzo di consumatori” loro investono in una persona neolaureata che lanciano dall’altra parte del mondo, solitamente con l’ordine “guardati attorno”. La persona non capisce nulla, vuoi perché la Cina è una Paese difficile, vuoi perché non ha esperienza, vuoi perché nessuno gli ha spiegato bene cosa deve guardare, forse perché nemmeno l’azienda lo ha be chiaro in mente. Il ragazzo scrive report su report, che nessuno legge. Alle aziende italiane interessano numeri, poi se la Cina ha una cultura diversa chissene, se si vende in Francia e Svizzera perché non in Cina? Il ragazzo scrive e-mail, a cui nessuno risponde. Fa telefonate, in cui di solito non trova la persona che sta cercando e che non lo richiamerà mai. Quando la trova, la persona in Italia non lo ascolta, non lo vuole capire, e per paura di quello che sta scoprendo sulle difficoltà del mercato cinese rimuove il tutto dalla memoria e si dà tempo. Magari tra sei mesi se ne capisce di più, tutto diventa più semplice. Ah, la proattività delle aziende italiane!

Di tanto in tanto il management italiano, ovvero il proprietario provinciale e ignorante e il suo manager “venuto su dal niente”, che ha cominciato da magazziniere e ora, dopo trent’anni, ha guadagnato la fiducia del capo ed è stato promosso ad “export manager” senza sapere nulla né di export, né di management, né di inglese, vengono a vedere di persona. Cosa? Nell’ordine: il mercato dei falsi, i ristoranti italiani, le troie. Può capitare che poi in tre giorni di visita sati fuori mezz’ora per un meeting, in cui gli italiani non fanno parlare il ragazzo ma si limitano a dare disposizioni unilaterali tipo “trova dei clienti” oppure “vediamo se qualcuno vuole fare una joint venture”. Poi ripartono, e si ridimenticano del mercato cinese.

Poi succede che la TV italiana lodi le aziende locali che invadono il mercato cinese, anche se, si ricorda un minuto dopo, la Cina illegalmente importa oni tipo di merce costruita da bambini e operai sfruttati e distrugge l’economia italiana. Eh, il presidente Hu incontra Bush e gli dice che non abbasserà lo “juan” o il “remmìmbi”, e comunque sono degli stronzi con il Falungong e i tibetani, arrestano i giornalisti (ma magari lo facessero in Italia!) e non c’è libertà. Questo in sitesi il rapporto dell’Italia con la Cina.

Mi capita però di ricevere una telefonata di Santo, un amico che lavorava al Bookworm ed ora si è riciclato come manager del Courtyard, il ristorante più elegante della città. Pare che possa saltare fuori un lavoro, un amico gli ha presentato uno che forse vuole aprire un’azienda, e Santo a sua volta me lo vuole far conoscere. Tentar non nuoce.

Eccomi davanti al Courtyard, in versione presentabile, giacca cravatta e camicia stirata. Salgo le scale fino alla porta di vetro, entro nella sala bianchissima, coperta di dipinti d’arte moderna più che gradevole, raffiguranti donne cinesi in tensione tra modernità e tradizione, guardo oltre la parete a vetri da cui si ammirano il fossato e il muro della Città Proibita, e poi chiedo di Santo. Lo vedo affacciarsi da una scala a chiocciola di legno, e lo seguo al piano superiore dove, oltre una porta in legno, c’è la Cigar Room, un salotto in stile coloniale con poltrone in pelle di almeno trent’anni, vecchi quadri di pittori cinesi e una bella testa di buddha in pietra. Tutta la parete a sinistra è una vetrata che dà sulla Donghuamen.

Davanti a me, seduto su uno dei divani, un uomo sulla cinquantina. Pacato, elegante, gentile, si presenta e presenta il suo progetto. Lo ascolto a lungo, e tutto quello che sento sembra stranamente avere un senso. Che si tratti veramente di un imprenditore illuminato? Uno che non viene in Cina con tre lire per arricchirsi in sei mesi, per conquistare il Paese, per invadere il mercato, e poi tornarsene a casa con un fallimento alle spalle? Uno che ha capito che gli italiani in Cina possono solo lavorare sulla qualità, e non sul prezzo? Uno che ha capito che per lavorare bene bisogna stare bene, rispettare le persone e trattarle con dignità? Pare proprio di sì. Il mio uomo denota pazienza, acume, cognizione di causa. Quando ha finito la sua presentazione e io la mia, il mio commento è molto franco. “Offrimi le stesse condizioni che mi danno al momento, e sono con te”. Accetta senza troppa esitazione. La simpatia e la stima sono reciproche.

Io, Santo e il mio futuro capo brindiamo all’incontro con un bicchiere di vino. Se nelle prossime settimane non succedono disastri, dirò addio al business della carne suina, che francamente cominciava a disgustarmi, e comincierò quello del succo di Bacco.

Allora, alla Salute!

2007-09-08

Day day up

Uno dei rischi di vivere in un Paese alieno è quello di adattarsi troppo e perdere la propria identità, quello che la CIA, in riferimento ai propri agenti, chiama “going native”. Qualcuno ci casca anche qui, e non è bello.

Mi capita di rivedere Dom, l’australiano conosciuto alla festa dello Yoga Yard, una sera di novembre. Sta sempre studiando cinese in scuole coreane, e per mantenersi insegna inglese ai cinesi. Vive sempre nel suo appartamento di Wudaokou con la coppia afro-singaporeana. Ma le cose non vanno bene.

Dom è una macchina: studia, insegna, studia, insegna, mangia, dorme, ricomincia. Esce, quando capita, una volta ogni tre mesi, se no sta a casa con un dabao e un libro di grammatica cinese. Con la sparizione dei neri in Sanlitun non riesce nemmeno a reperire hashish, così affoga la sua stanchezza in una lattina di Yanjing.

Sarà per questo che non sta bene. Mi racconta di come sia cotto per una ragazza coreana, e di come tutta la sua scuola lo veda come un nemico pubblico, di come chiunque gli parli alle spalle, di come anche il professore lo umili pubblicamente per un qualche scopo misterioso. Anche a casa la situazione diventa pesante, e la coppia con cui vive parla sempre meno con lui e sempre più di lui. E’ come se qualcosa stia succendendo, qualcosa riguardante lui di cui tutti sanno tranne il diretto interessato. Non si sente a suo agio.

Gli consiglio di uscire di più – studia troppo, esce troppo poco, non ha amici stretti e non vede la sua famiglia da mesi, è normale che il suo cervello reagisca con complessi di persecuzione. No, non è possibile, mi dice, deve assolutamente passare l’esame di cinese – vuole una votazione alta per trovare un buon lavoro, per poter essere ricco e godere finalmente di un buon stato sociale, non essere più lo straniero strano e squattrinato ma il rispettabile avvocato australiano, e allora anche la ragazza coreana, che lo ama ma non può sbilanciarsi con lui, non avrà più remore sociali a mettersi con lui e insieme coroneranno la loro storia d’amore. L’unica è studiare, studiare, studiare, e interrompere solo per insegnare, e in tal modo pagare l’affitto e il dabao. Se uscisse di più sprecherebbe tempo per studiare e soldi, che dovrebbe recuperare insegnando. 好好学习,天天向上, cita uno slogan di Mao Zedong, “Studiare bene, migliorare ogni giorno”. La frase ha una ritmica tipica da Rivoluzione Culturale, nella mia mente evoca immagini di oceani di ragazzini con il fazzoletto rosso, tutti uguali, che ballando scattosi e marziali, inneggiano alla perdita dell’individualità nel Grande Conformismo Totalitario.

L’ho detto, è una macchina. Lo guardo, non riesco a commentare il delirio di monologo che ha appena effettuato. Forse se avessi davanti un asiatico potrei compatirlo, ma qui parliamo di Dom, Cristo.

“Forse a furia di stare con i coreani sto diventando coreano anche io” ammette, per rompere il mio silenzio.

Mi viene in mente una canzone dei No Use For A Name, appropriatamente intitolata “I’m Turning Japanese”

No sex, no drugs, no wine, no women

No fun, no sin, no you

No wonder it's dark

Everyone around me's a total stranger

Everyone avoids me like a cyclone ranger

Everyone


“Sì, caro mio” gli dico infine “non sei coreano; non sei cinese e nemmeno giapponese. Non è che devi per forza vivere nel lusso degli espatriati, sorseggiando champagne in un completo da ufficio. Ma nemmeno degradarti così – è inumano”

Dom intuisce che ho ragione, annuisce. “Va bene” decide infine “finito l’esame, basta con questa vita”

“Quando hai l’esame?” chiedo.

“Tra otto mesi” risponde candido.

Oooocchei.

That's why i'm turning Japanese, I think I'm turning Japanese

I really think so

I'm turning Japanese, I think I'm turning Japanese

I really think so

I'm turning Japanese, I think I'm turning Japanese

I really think so

I'm turning Japanese, I think I'm turning Japanese

I really think so

2007-09-02

Welcome to Beijing Taxi

Ah, i tassisti di una volta! Mi ricordo di quando anni fa uno saliva su un taxi, grugniva una strada e il tassista partiva. Lineare. Ma i bei tempi sono andati, perché a partire dal 2005, con l’adozione dei nuovi taxi e bicolore e l’aumento in numero delle macchine a servizio, le aziende di trasporto hanno cominciato ad assumere gente dalle campagne.

Per capire il fenomeno è necessario sapere che un tassista a Pechino guadagna circa 1000 RMB al mese, facendo di solito 12-14 ore di guida al giorno. In molte famiglie il taxi si divide in turni di 12 ore, così si può usare al massimo e, ammortizzando l’affitto del veicolo, si porta a casa da mangiare. Non è raro vedere tassisti con la testa che ciondola dal sonno, a qualunque ora del giorno.

Non sorprende quindi che, con il benessere che aumenta, a Pechino nessuno voglia più fare un lavoro di merda come il tassista. E con la carenza di schiavi, l’unica possibilità è trovare gente dale campagne che si accontenta di questa vitaccia, solo perché nel loro villaggio vivono peggio.

Il guaio è che questi contadini trasformati in tassisti da un giorno all’altro, oltre a guidare male, ma a questo c’eravamo abituati, non ha idea della geografia della città. Mi capita diverse volte di trovarmi davanti persone che, alla mia richiesta di andare all’aeroporto, rimangono sconcertati e, dopo qualche minuto, confessano di non sapere come arrivarci.

“Sono desolato” dicono, affranti “non so come arrivarci”

Li guardo apatico: “Ti sentiresti meglio se io scendessi?”

“Sì” annuiscono gravi “E’ meglio se prendi un altro taxi. Lui sicuramente saprà come fare”

E’ sempre più frequente che io debba spiegare al tassista la strada – destra, sinistra, inverti, bravo vai di lì. E non è che debba andare in vie sperdute di periferia. C’è gente che non conosce i maggiori hotel e monumenti, qualcuno nemmeno le strade principali. I peggiori sono quelli che guidano da sei mesi e sono convinti di sapere le strade, solo che conoscono solo quelle principali. “Tranquillo, so io la strada” dicono, poi invertono e vanno su uno degli Anelli. Prova tu a fargli capire che basta andare dritti sulla via dove sono, quelli hanno una specie di paura atavica nei confronti delle strade minori, manco fossero labirinti.

Come fare a distinguere il vostro uomo? Semplice, guardate il numero di licenza che sta davanti al sedile del pilota, quel numero grosso di sei cifre. Se comincia per 25 scappate, il vostro tassista guida da meno di un anno, e non ha idea di cosa sta facendo. Se il numero è verso il 20 potete stare più tranquilli, il tassista conosce tutte le location principali della città – hotel, aeroporto, Sanlitun, Houhai, Wudaokou; ma non chiedetegli di fare le strade piccole, che se no va in panico.

La maggior parte dei tassisti nuovi vengono dalle contee di Huairou, o anche d Yangqing, Miyun, e altri luoghi ai confini tra la Municipalità di Pechino e la Provincia di Hebei. Questi sono i peggiori. Poi ci sono quelli che vengono dai Distretti di Shunyi, Tongzhou e Fengtai, già meglio perché almeno vivono ai margini della città.

E’ sempre più raro trovare cittadini alla guida – di solito il loro numero è inferiore al 10. Sono quelli che vengono da Chaoyang o Haidian. Se poi avete culo potete trovare gli anziani, quelli di Dongcheng, Xicheng, Xuanwu e Chongwen, quelli la cui matricola comincia per 00, e di solito guidano da almeno una decina d’anni. Questi conoscono la città a memoria, potete provare magari a metterli in crisi con gli hutong, ma difficilmente cascheranno, spesso conoscono anche quelli.

La soluzione migliore è, quando ne incontrate uno, di tenervelo buono, che nel caso vi serva potete fargli una chiamata. Tanto tutti i tassisti hanno il biglietto da visita personale.

Ora che sapete quali taxi prendere e da quali scappare, state sereni. La Cina è così, tutto si può fare, basta sapere come farlo.

2007-08-28

Oltre il Sesto Anello

Il centro geografico di Pechino è la Città Proibita. Attorno alla città proibita, lungo il perimetro delle antiche mura quadrate, negli anni ’60 è stato costruito il Secondo Anello, che gira tutto attorno alla città. Dopo il Secondo, il Terzo Anello è venuto in fretta, in forma semiquadrata, per contenere l’espansione della città. Poi il Quarto, ormai quasi un cerchio attorno all’area urbana. Il Quinto Anello è una meraviglia che in pochi hanno visto. Il Sesto Anello, al momento in costruzione, è quasi una leggenda lunga centinaia di chilometri attorno alla capitale della Cina.

Una delle fabbriche del partner cinese dell’azienda per cui lavoro sta nel Distretto di Tongzhou, a sudest del centro di Pechino, in una zona di sviluppo industriale, appena oltre il Quinto Anello. Siccome è lontano e temo il traffico, per arrivarci una sera e controllare l’arrivo della merce dalla fabbrica centrale di Nanchino, prendo la Metropolitana. La stazione più orientale della linea 1, il capolinea, non ha nemmeno un nome: Sihui Dong, “la stazione che sta ad Est di quella di Sihui”. Per quel che ne so, all’uscita potrei trovare una distesa bianca infinita con scritto “Terra Incognita” in caratteri cubitali, oppure un deserto popolato da draghi e leoni. L’unica mia aspettativa è che, come ogni capolinea di metropolitana nel mondo, offra mezzi alternativi per proseguire la corsa.

All’arrivo seguo la folla che mi incanala su per delle scale, quindi giù per altre scale più strette, quasi scale di un condominio, poi in un corridoio con negozietti e una canzone di Norah Jones in sottofondo, poi in un cortile, quindi mi trovo in una stradina larga non più di due metri, fiancheggiata da bottegucce da quattro soldi, e una fila di tricicli elettrici modello apecar. “Halooo?” ride uno dei proprietari facendomi segno di sedermi. No, non è il mezzo che mi ero immaginato. Cerchiamo un taxi.

Per venti minuti vago a caso in una periferia fatta di palazzi a quindici piani tutti uguali, vie strette e piene di gente, carretti che vendono roba da mangiare, folla, e soprattutto buio, illuminato da lampade, da insegne, da finestre accese, ma mai da un lampione o una luce stradale. E’ passata quasi mezz’ora, è buio, non ci sono taxi, non ci sono nemmeno strade se è per questo. Cerchiamo di tornare alla stazione della metro.

Con relativa sorpresa scopro di aver sbagliato uscita: dal mio lato della stazione c’era un quartiere residenziale con strade a malapena carrabili, dall’altra parte c’è una strada a dodici corsie. Prendiamo un taxi, il mezzo di trasporto di gran lunga più flessibile e affidabile in Cina. Il tassista non pare granché sveglio, ma la fretta mi è fatale e non lo cambio. Discute con i colleghi circa la mia meta, poi parte.

“OK?” chiedo. Lui rimane impassibile.

“Hai capito dove voglio andare? Hai idea di come arrivarci?” Silenzio, guida lentamente in avanti, come concentrato. “OK?” insisto.

“Devo fare inversione a U” risponde, come affranto da un problema schiacciante.

In una strada a dodici corsie, fare inversione a U non è semplice. Il mio tassista ci mette tre chilometri prima di trovare il luogo adatto. Quindici minuti dopo siamo al punto di prima, e siamo diretti verso est, abbandonando Pechino alle spalle, e imboccando l’autostrada.

Un’uscita. Il mio tassista ci passa davanti e la ignora. Dieci metri dopo l’uscita rallenta improvvisamente e dichiara: “Ho sbagliato”. E va be’, capita, vai, prendiamo la prossima. Cinque chilometri dopo, passa anche la seconda uscita.

“Perché non l’hai presa? Potevi fare il giro e imboccare l’autostrada in senso inverso” chiedo.

“Prendo una scorciatoia… credo”.

Mi guarda, esitante: “Fermo il tassametro… nel frattempo… ”.

“Sì, grazie” rispondo, comprendendo ormai troppo tardi l’errore.

Autostrada per Shenyang, ore sei di sera del nove novembre, buio pesto, nessun lampione, nessuna macchina. Guardo il mio autista, e mi sale il serio dubbio che questo possa da un momento all’altro accostare, estrarre un coltello, rapinarmi, forse pure tagliarmi la gola, e quindi lasciarmi a lato autostrada. Superiamo il Sesto Anello… entriamo nella terra in cui poche persone che conosco sono mai state. Ho paura, ho davvero paura. Cerco di leggere il suo numero di matricola ma è buio, e se lo illumino con il cellulare potrebbe insospettirsi. Il mio cellulare… una tacca di batteria, forse non basterà nemmeno a fare una telefonata. Il pensiero di me stesso senza soldi nel mezzo della campagna cinese, a novembre, al buio, senza cellulare e magari accoltellato non mi aiuta a sorridere. Il mio tassista è come sempre impassibile. Estraggo un pacchetto di sigarette, gliene offro una. Accetta. Fumiamoci la nostra ultima sigaretta, chissà che non aiuti.

Terza uscita, dodici chilometri più in là dell’uscita per Tongzhou. Il tassista la prende, arriva al casello, e chiede all’impiegata:

“Come faccio ad arrivare a Taihu, nel distretto di Tongzhou?”

“Esci, fai il giro, imbocchi l’autostrada in senso inverso” risponde candida la ragazza.

Il tassista si gira verso di me, imbarazzato. Io sorrido di un sorriso decisamente tirato.

“Non c’è una scorciatioia?” insiste il tassista, tanto per accertarsi.

“No… “ scuote la testa la casellante.

“Quanto costa l’autostrada?”

“Quindici kuai”

“Troppo”

Ore sette meno un quarto, strada di campagna. Buio. Camion carichi di merci indefinibili. Polvere e lavori in corso. Fabbriche con insegne spente. “Guarda, siamo arrivati a Tongzhou, e quella voleva farmi pagare 15 kuai di autostrada!”. Vorrei rispondere che se voleva i 15 kuai glieli regalavo io, che magari a quest’ora eravamo anche già arrivati. Ma il mio pensiero è un altro. La fabbrica sta all’uscita dell’autostrada, se non ci si arriva da quella, soprattutto con il buio e le insegne spente, non la si trova in mezzo a mille altre fabbriche.

“Di dove sei?” chiedo.

“Io?”

“Sì, tu, sto parlando con te”

“Della contea di Yanqing”

Yanqing, dall’altra parte di Pechino, almeno un centinaio di chilometri da qui. Perfetto, sono in buone mani.

Ore sette e un quarto, Taihu Town, fabbriche su fabbriche. Buio. Un passante ogni chilometro o più, a piedi o in bicicletta. Il mio tassista, come temevo, sta procedendo a caso. “Chiediamo informazioni” suggerisco col tono di chi ha i coglioni troppo pieni per sentirsi rispondere negativamente. I passanti ci danno indicazioni vaghe, ma la cosa che più mi stupisce è che non sono intimiditi. In qualunque Paese del mondo, se sei solo nella notte in una zona industriale, e una macchina ti si ferma di fianco, come minimo fai un passo indietro. Quelli, nel buio, si avvicinano al finestrino e sorridono. “Di là… ”. Avanti…

Ore sette e mezza. Buio. Fabbriche. Polvere. Non sappiamo dove siamo. Una luce in fondo, poi avvicinandosi una vista: il casello dell’autostrada.

“Ci siamo” dico.

L’autista frena: “Se vado avanti finisco ancora in autostrada”.

“No” gli dico “la fabbrica sta davanti all’uscita, non preoccuparti”.

Si preoccupa.

Fanculo, apro la portiera e scendo, vado a piedi fino all’angolo, sbircio: è lei, la fabbrica, riconosco l’insegna anche da spenta. Siamo arrivati. Torno alla macchina: “Ci siamo, lo dicevo, è quella!”.

“OK!” dice l’autista. Ingrana la marcia, e inverte a U.

Stop. Rewind.

“Perché ha invertito a U?”

“Per non entrare in autostrada”.

Silenzio.

“Torna indietro” ordine gelido.

“Ma… ”

“Ho detto torna indietro”.

Obbedisce mogio mogio, e si fa condurre all’entrata della fabbrica. Si stupisce nel vedere che effettivamente è lì. Scendo.

“Aspettami”

“Ma… ”

“Ho detto aspettami”.

La guardia mi ferma e mi chiede i documenti. Praticamente la sbrano, quella mi fa passare senza controlli, e poi fa passare anche il taxi che mi deve aspettare.

Cinque minuti. Entro in magazzino, verifico la presenza della merce. Torno al taxi.

“Torniamo a Pechino, la strada la sai?” mi informo.

“Quella sì” dice.

“E allora vai” comando, con disperazione.

Almeno quella la sapeva. E anche oggi, pare, siamo arrivati vivi a fine giornata. Chissà domani, mi chiedo…

2007-08-23

Sorridi al Tuo Nemico

In media va detto che i cinesi sono un popolo estremamente gentile, e soprattutto con gli stranieri tendono a essere protettivi e collaborativi, sarà per il senso di orgoglio e supposta superiorità culturale, sarà perché educati così dal Partito. Sta di fatto che in più di una situazione critica degli sconosciuti mi hanno tirato fuori dai guai senza nemmeno voler essere ringraziati, vedi ad esempio l’eroico Uomo di Pechino della porta accanto.

Qualche giorno dopo l’avventura del Drago-calorifero che mi stava allagando la casa, conosco la moglie dell’Uomo di Pechino, la Donna di Pechino, stessa stazza del marito, un metro e sessanta per centodieci chili. Gentilissima, decide che deve insegnarmi il cinese, e mi invita più volte a casa sua a prendere il té. Poi, per una ragione o per l’altra, non ho mai il tempo di andarci, ma apprezzo il pensiero. Ogni volta che la incrocio sul pianerottolo, mi attacca un bottone senza fine, raccontandomi la rava e la fava di pettegolezzi che assolutamente non comprendo, ma per gentilezza sorrido e annuisco, cercando di raggiungere passo passo la porta di casa. Altre voltre viene direttamente a bussare alla mia porta, e mi invita a cena da lei, oppure mi porta le frittelle o i baozi.

Ne parlo con Dandan e quella, gelosa, pensa subito male. Quasi mi offendo – perché pensare male di una famiglia così gentile? Il marito eroico, mi saluta e basta, la moglie logorroica ma ancora più gentile, guarda un po’ mi sento anche di regalarle un po’ del tiramisù che ho preparato. Lei contentissima. No, dice Dandan, non si può essere così gentili senza un secondo fine.

Ed ecco che, un giorno, la vicina bussa alla mia porta e il secondo fine viene fuori. C’è una ragazza a casa sua che vorrebbe presentarmi. Sua figlia? No, non è proprio la figlia, che è in Australia a studiare, diciamo una nipote di campagna che vive con loro ed è tanto carina, ed è bravissima a tenere la casa e cucinare. Ho già una aiyi, vorrei dire, ma mi sembrerebbe troppo acido, quindi dico che ho già una ragazza. La donna insiste nel presentarmi la nipote comunque. No, grazie, non occorre, dico. Lei insiste: magari ho un amico straniero da presentarle? Ecco allora che capisco la situazione, la cacciatrice di dote è smascherata.

Dandan non smette di ripetermi che me l’aveva detto. Poi, un pomeriggio, la vicina bussa ancora tornando alla carica con la storia della nipote che è tanto caruccia e varrebbe almeno la pena che io la vedessi. Solo che Dandan è a casa mia, e quando appare alla porta con un’espressione ben poco felice, la vicina rimane interdetta. Però fa finta di niente, si autoinvita ad entrare e si accomoda, cominciando a parlare in cinese veloce con la mia lei. Entrambe gentili, entrambe false come Giuda. Dandan le prepara del té, la vicina fa i complimenti per la casa. Parlano, parlano, io non capisco nulla e facendo finta di ascoltare mi dedico ad altro.

Poi la vicina saluta e se ne va. Dandan è furibonda, e mi racconta la conversazione. Sostanzialmente c’è questa parente di campagna che va per i 25 anni, e ormai è quasi oltre l’età da marito. Carina è carina perché l’ho incrociata un paio di volte sul pianerottolo, timidissima, e non mi è chiaro il perché sia rimasta zitella, ma sicuramente ci dev’essere qualche storia torbida alle spalle. La nipote si trasferisce in città e vive con gli zii facendo in pratica da domestica. Gli zii decidono di sistemarla con uno straniero, forse perché lo straniero è scemo e non scoprirebbe i torbidi passati, o forse perché semplicemente lo straniero in media ha i soldi e il passaporto per espatriare. Appianato che se la vicina prova ancora a propormi la nipote, Dandan le fa lo scalpo, la Donna di Pechino si informa anche con la mia lei se ci sono altri stranieri disponibili, e già che c’è, visto che della sensibilità se ne sbatte, chiede a Dandan se sono meglio gli italiani o gli australiani. No, perché lei ha sempre pensato agli australiani visto che ce ne sono tanti qui, ma non aveva considerato gli italiani, e visto che Dandan sta insieme a uno la vicina chiede se mai non sia meglio mettersi in caccia di un italico. Dandan glissa per eleganza anche se coprirebbe volentieri l’intelocutrice con una serie di insulti per lo più legati al favoreggiamento della prostituzione. La vicina, capendo l’antifona, saluta e conclude con una bella domanda simpatica: “Ma che occhi piccoli che hai! Mica come mia nipote” dice a Dandan “Agli stranieri piacciono le ragazze con gli occhi piccoli?”. Dandan, signora com’è, risponde “Arrivederci” e le apre la porta.

Ma guarda te che storie che capitano, e se uno non capisce il cinese se le perde tutte. Io me la rido a vedere Dandan furente, ma devo ammettere che aveva ragione a pensare male. Pensiamo insieme a qualche straniero che ci sta sul culo, da presentare alla nipote della vicina, ma poi decidiamo che l’astensione è la migliore situazione per star lontano dai guai.

La vicina non si presenta più a bussare alla mia porta, anche se continua a spettegolare sul pianerottolo ogni volta che la incrocio. Chissà poi che avrà da raccontarmi. “Sì, sì, c’hai troppo ragione” le dico in cinese, e la saluto così ogni volta, come impone la Regola del Buon Vicinato. In Cina, chissà perché, non si litiga mai, tutti si tengono il sorriso sulle labbra anche quando si odiano. Alla fine non so se sia tanto sbagliato. Con la nostra vicina, conviviamo tuttora benissimo, tra pettegolezzi non intellegibili e piccoli scambi di favori.

2007-08-17

Vita d’Ufficio


I miei colleghi cinesi di Pechino hanno il loro ufficio piuttosto lontano da casa mia. Non fa nulla, perché tanto non ho mai avuto intenzione di tenere stretti contatti, conoscendo la generale inettitudine e incapacità di costoro. Per meglio spiegare la mia posizione, diciamo che il proprietario dell’azienda partner della mia, 15 anni fa, era un comune artigiano della Cina centrale, e oggi è il ventisettesimo uomo più ricco della Cina. Non vogliamo entrare nel dettaglio di come abbia fatto tutti questi soldi, quel che ci interessa è che nella sua azienda, che conta 16.000 dipendenti, non si viene assunti per bravura, ma per fedeltà. E si dà il caso che il 90% delle persone con cui entro in contatto io siano del villaggio del capo, o comunque della zona circostante, e che alla fin fine ci sono un sacco di cognomi tipici della zona che si ripetono. Sono tutti Zhu oppure Ruan. Tutte brave persone, beninteso, fedeli ciecamente al padrone. Il fatto è che sono tutti una massa di bifolchi travestiti da manager. Quando un bel giorno la mia azienda mi obbliga a visitare il loro ufficio nella capitale cinese, non mi stupisco più di tanto.

Infatti, l’ufficio vendite HORECA a Pechino di un colosso alimentare da 16.000 dipendenti conta sei persone, di cui quattro residenti. Cosa significa residenti? Che, entrando in questo palazzo anonimo in una zona periferica della città, al 12esimo piano si trova una catasta di cartoni vuoti che indentificano l’azienda. Oltre la porta di metallo un bell’appartamento di 80mq, pavimento in cemento liscio, pareti grigio-nere e coperte di fumo e muffe innominabili. A destra, una delle cucine più sozze che abbia mai visto, il che la dice tutta su delle persone che lavorano con gli alimentari; un’anticamera con due frighi da gelati, tipo Algida, dove si tiene la merce più o meno mescolata alla cazzo. Una stanza scura con tre scrivanie, due computer, un divano lurido, una panta di gomma e una boccia con i pesci rossi, seguita da una veranda dove i panni di molte persone sono stesi, rendendo appunto la stanza buia; un cesso di due metri quadri che condensa tutto insieme lavello, lavatrice, doccia e tazza; e infine la camera da letto, due letti a castello stile caserma, un armadio e una sedia.

Questa piccola reggia è abitata dal North China Sales Manager, il segretario frocio che non sembra mancare mai in queste situazioni e due addetti al camioncino per le spedizioni. Più la moglie del North China Sales Manager, che siccome lui ha solo due settimane di vacanza l’anno, e sta lontano, è venuta a trovarlo e sta qui un mese, cucinando e pulendo allegramente l’ufficio-appartamento con la professionalità di un’aiyi sottopagata.

Il cerimoniale, quando vado in ufficio, circa una volta ogni dieci giorni (meno non riesco) è il seguente. Prendo appuntamento anche se so che comunque mi diranno sì a qualunque proposta e comunque la persona che mi serve non ci sarà. Mi presento, espongo il problema al segretario frocio, visto che il North China Sales Manager non c’è. Costui fa finta di non sapere o non capire, oppure è veramente scemo, e quindi mi fa sedere e mi prepara del tè. Mezz’ora dopo arriva il Manager, che si fa preparare il té e tira fori le sigarette da commerciale (lui non fuma di suo, ma quando vede i clienti offre le sigarette costose e pesantissime) e anche lui fa finta di non sapere o non capire oppure è veramente scemo. O in alternativa nega l’evidenza di qualunque problema.

“Ci sarebbe questo ordine da parte di un cliente importante... “

“Mei wenti, è già partito, entro stasera il cliente lo ha”

“No, guarda, la merce parte da Nanchino oggi dopo pranzo, quindi arriverà qui in un paio di giorni se va bene. Quando arriva, mi raccomando... “

“Mei wenti, mei wenti, quando arriva ti chiamo”

“Non mi devi chiamare, la devi portare al cliente”

“Va be’, ti chiamo e andiamo insieme dal cliente, così sei tranquillo, ok?”

OK. Tre giorni dopo arriva la merce, non mi chiama e la consegna al cliente sbagliato. In alternativa, non riconosce la merce, la mescola con altra in magazzino e, quando tre giorni dopo lo chiamo, dice che non ha mai ricevuto nulla. Qualunque discussione professionale si arena all’inizio. Non hanno la minima idea di cosa sia un’analisi di mercato, o un report vendite, e nemmeno un budget. Vanno dal cliente e provano a convincerlo a comprare un prodotto che sta sul loro catalogo ma non hanno nemmeno mai assaggiato. Poi se ce l’hanno in magazzino bene, se si sono dimenticati di ordinarlo dalla fabbrica dicono al cliente che momentaneamente sono sprovvisti, ma tra una settimana il prodotto arriva sicuro.

Un giorno arrivo particolarmente presto, ovvero attorno alle 11, e invece di offrirmi il té mi invitano a pranzo. Vorrei dire che ho fatto colazione un’ora fa, ma non capiscono o fanno finta di non capire o comunque non gliene frega nulla, ecco un tavolino da campeggio che appare in camera da letto, e la moglie del North China Sales Manager compare dal suo nascondiglio (non si fa mai vedere se io sono in ufficio) e, con gli occhi a terra, apparecchia e spadella senza risparmiare sull’olio da motore e sulla salsa di soia, fino a portare in tavola una pentola di spaghetti belli spessi, di quelli fatti a mano, conditi con una salsa che è un misto di peperoni verdi piccantissimi, olio di infima qualità, salsa di soia anche peggiore, e senz’altro peperoncino, che comunque disinfetta, o almeno così dicono loro. Il China Manager sta davanti a me sorridente, con la sigaretta pronta, il segretario frocio e sorridente alla mia destra, tutti con piatti, bicchieri, bacchette e sgabelli spaiati. La moglie invece si siede nell’altra stanza e mangia a parte. Il Manager nemmeno la degna di attenzione, né un grazie, né un “ti do una mano”, ma invece lancia sigarette in mia direzione.


Me ne vado disgustato da tanta barbarie. Qualche sera dopo il buon Joe prova a consolarmi: “Nelle campagne cinesi è ancora così, davanti agli ospiti l’uomo dispone e la donna esegue. Ma nella sfera privata è poi la donna che maneggia i soldi e dirige la famiglia”

Sarà caro Joe, ma se questa è la gente delle campagne tanto lodata dal Presidente Mao, siamo messi male. Bifolchi, stupidi, sporchi e maschilisti. Bella gente questa qui. Ma che ci sto a fare io, con questi? Sì mi pagano bene, ho tempo libero, ma quanto vale la mia dignità?

2007-07-26

Domenica Pomeriggio d'Inverno

E’ il 4 novembre, e mi sveglio non con il rumore dei trapani e dei martelli, ma con quello del vento. E’ una splendida giornata autunnale, e il sole brilla in un cielo blu zaffiro. E’ mezzogiorno e mezzo, e mi godo la pace della domenica. Wang Li passa a prendere l’affitto dei prossimi tre mesi e si informa su eventuali problemi della casa, che fortunatamente al momento non ci sono. Quando se ne va guardo un DVD, e poi finalmente mi scuoto dal mio torpore domenicale e decido di uscire, spinto più che altro dalla fame e dalla mancanza di voglia di cucinare. La ragazza dell’ascensore mi avverte: “Oggi fa freddo”; ma capisco solo quando esco e una folata di vento gelido mi graffia spostandomi di qualche centimetro. L’odore e la luce del sole al tramonto mi portano alla memoria ricordi lontani di una gita a Perugia e una vacanza in montagna. Ma qui siamo in pianura, diamine.

Cammino controvento, e decido di tentar la fortuna al ristorante del Xinjiang che sta all’entrata degli hutong vicino casa. Costa poco e si mangia bene. Dieci minuti dopo ci sono, il ristorante con accanto alla porta un fornello di metallo la cui canna fumaria è sbattuta dal vento, e sui cui carboni fiochi c’è una teiera di metallo a scaldare. Sposto le pesanti fasce di plastica che bloccano l’entrata al freddo. Nel ristorante ci sono due persone, una donna cinese e un ragazzo occidentale. Mi dibatto nel dubbio di ordinare o meno a loro, finché la donna mi chiede che voglio, “Quattro yangrouchuan’r e un naan”. La donna, sempre seduta, urla l’ordine verso una porta, e dalle cucine risponde una voce di ragazza che va subito a preparare le mie cose.

Mi siedo con loro, tanto il ghiaccio è già rotto. Il ragazzo, David, è francese e abita in una appartamento nell’hutong; sta chiacchierando con una vicina di casa, la signora Yin (尹), che è una vera e propria attrazione. Davanti a loro hanno una teiera fumante e un piatto con due pannocchie bollite e ormai mangiate.

Anche la signora Yin abita nell’hutong, e visto che mi sono seduto al suo tavolo decide che deve raccontarmi tutto su di lei e lamentarsi di ogni cosa che le passa per la mente. Nel suo appartamento non c’è il riscaldamento, quindi lei viene tutti i pomeriggi al ristorante, ordina una pannocchia, e poi ci passa le ore a chiacchierare e scaldarsi con le mani sulla teiera bollente. E’ una vecchia pechinese, tipicissima. Si lamenta del freddo; si lamenta che i cinesi sono troppi; si lamenta degli immigrati dello Hebei; quando scopre che ho vissuto a Shanghai si lamenta di Shanghai, di quanto sono antipatici i suoi abitanti e quant’è stucchevole il cibo. Mi chiede dove abito ora e quanto spendo di affitto, solo per commentare che l’appartamento in cui vivo è troppo grande per me e comunque costa troppi soldi. Conclude dicendo al cameriere, un ragazzo xinjiangese di una quindicina d’anni, che è un ciccione, e poi ne chiede conferma al francese che annuisce con un sorriso imbarazzato.

Però questo suo lamentarsi di tutto e tutti è controbilanciato dalla sua generosità: “Vieni a casa mia, ti insegno a cucinare i piatti di Pechino”; “Chiamami quando vieni ancora qui: mi trovi tutti i pomeriggi, se non mi trovi di’ al cameriere di venirmi a chiamare, che abito proprio di fronte; e poi ci facciamo una bella chiacchierata e ti insegno il cinese come si deve”; “quando vengono i tuoi genitori glielo insegno io il cinese, gli parlo ogni giorno, li porto anche in giro a vedere Houhai e la Città Proibita”. E via con gli inviti, ogni occasione è buona per offrir favori e servizi. Mentre lo fa mi versa da bere, e io cerco di capire la sua parlata pechinese piena di erre arrotate.

Il sole, nel frattempo, tramonta. Attraverso il vetro del ristorante si vede la gente passare, il fruttivendolo indaffarato a servire clienti, il ragazzo addetto al fornello che esce per attizzarlo e rientra strofinandosi le spalle per il freddo. Un altro che sta fuori e cammina avanti e indietro parlando al cellulare.

“Mi sa che devo andare” dice David.

“E andiamo tutti allora” dico io, pagando i miei 6 kuai di conto.

La signora Yin saluta, rinnovando tutti i suoi inviti a venire a trovarla e a chiamarla se non la trovo al ristorante. Nella strada scura la luna piena brilla come un faro, illuminando la città che è ancora piena di auto e biciclette. Un ragazzino perde il cappello mentre va in bici e io glielo raccolgo. “Grazie” mi dice imbarazzato dallo straniero.

Via, si torna a casa. Anche per oggi s’è passato il pomeriggio.

2007-07-21

Pigrizia

Pechino è una città che impigrisce la gente. Non mi è ben chiaro il perché. Sarà che l’atmosfera è così rilassata, che quando scende la tensione del lavoro, uno ha solo voglia di vegetare beatamente. Sarà che la città è grande, e a volte per vedere un amico tocca prendere un taxi e fare chilometri e chilometri. Sarà che, specialmente d’inverno, il freddo e il grigio della città non invitano certo ad uscire di casa. Sarà che i DVD costano poco e sono di buon qualità, e diventano spesso e volenteri una droga che costringe le persone incantenate al divano a fissare lo schermo della TV fino a orari improponbili. Sarà che, per chi non parla cinese, ogni tanto doversi confrontare col mondo che sta oltre la soglia di casa può rappresentare uno stress pauroso. Sta di fatto che, per uno che è abituato a Milano e ha vissuto a Shanghai, è strano scontrarsi con la resistenza all’attività della gente che vive qui.

Al mio arrivo, Patti mi aveva avvertito: “Attento, qui a Pechino è fin troppo facile impigrirsi e non uscir più di casa”. D’instinto avevo pensato a Massimiliano che, nelle ultime settimane della nostra prima permanenza a Pechino, era piombato in un’inattività da cui non c’era verso di scuoterlo, quasi ogni sera chiuso in camera a guardare film di guerra. Quanto aveva ragione, Patti.

Spesso e volentieri mi trovo a scorrere la lista dei miei contatti sul cellulare, a fare maratone di telefonate a tutti quelli che conosco.

“Ciao, che fai stasera?”

Le risposte più tipiche sono:

“Sono stanco, ho lavorato come un matto tutto il giorno. Ceno a casa e vado a letto”

Oppure:

“Vado a casa di un amico, che c’è una cena per pochi intimi. Ma non faremo tardi, dopo cena tutti a casa propria”

Oppure:

“Vado con il mio coinquilino al ristorante sotto casa... no, andare più lontano non ce la faccio”

Anche se uno esce da solo in settimana, se non sa dov’è La Festa quel giorno, la maggior parte dei posti sono morti, tranne quelli dove ci si ubriaca, che a Pechino funzionano sempre. E comunque uscire da soli e con la fidanzata lontana è farsi del male, si finisce solo circondati da ragazzine sognanti nel migliore dei casi, se no da zoccole. Sai che attrattiva...

Ma mi rendo conto che anche io mi sto impigrendo, e declino inviti che non considero in linea con i miei interessi. Qualcuno mi invita a ballare latino-americano, qualcuno a fare giocoleria, qualcuno a una serata da sfascio a base di alcool economico e hashish. No, grazie, oggi proprio no. Ma la verità è che Pechino sta impigrendo anche me, in parte. Non sono più flessibile come una volta, non esco per uscire, ma solo se qualcosa smuove in modo particolare il mio interesse. Passo le serate davanti al computer o al DVD, esco solo per concerti o se si va nella città vecchia tra gli hutong. Sanlitun mi mette di cattivo umore. A Nuren Jie, due chilometri più in là, non sono mai stato perché è troppo lontana, ai confini del mondo. E’ una pigrizia principalmente mentale, la stessa di cui soffrono gli altri.

In effetti la gente qui diventa abitudinaria. Chi va al Browns raramente va a ballare in un altro posto. Chi va allo Yugong Yishan non entra mai al Nanjie che sta di fianco. Sono “quelli che”. Quelli che vanno al Bookworm, quelli che vanno al China Doll, quelli che vanno al Propaganda. Dal loro posto non li smuovi. Io non lo so bene a quale categoria appartengo – so il tipo di luogo che mi piace, ma non l’ho ancora trovato. Un luogo rilassato, economico, bohémien, con musica dal vivo di band cinesi e straniere e tanta buona energia.

Lo troverò, ma la ricerca, circondati dalla pigrizia della gente, non sarà facile.

2007-07-16

Acqua acqua acqua!!!

Chi ha letto i post precedenti si ricorderà della disastro accaduto durante il mio viaggio in Cina occidentale, del foglio appeso alla porta dal vicino poliziotto per lamentare le macchie d’acqua sul soffitto, e dell’incontro tra me, lui e Wang Li in cui, siccome il problema non s’era trovato, la conclusione era stata mei wenti, nessun problema, e quindi tutti felici. Maledetti stronzi.

Tutto in effetti sembra funzionare bene fino a quando, un mese dopo, torno a casa un sabato sera e incontro uno dei miei vicini che legge un avviso all’entrata. Con lungimiranza, e anche un po’ preoccupato perché vivo qui da tre mesi e ancora non ho ricevuto la bolletta dell’acqua, chiedo informazioni, e scopro che l’indomani dovrebbe venire qualcuno a un’ora imprecisata a fare qualche cosa che ha a che fare con l’acqua, ma non quella del rubinetto, quella dei caloriferi. Speriamo in bene.

E’ domenica mattina e vengo svegliato dal suono del campanello che trilla con insistenza. Striscio dal letto verso la porta, nel gelo dell’appartamento, e mi trovo davanti un cinese giovane, scarpe di vernice e atteggiamento strafottente. “Ce l’hai l’acqua dei caloriferi?” mi chiede.

“E io che ne so, vai a guardare” rispondo, altrettanto strafottente.

“Ce l’hai o non ce l’hai?”

“Non lo so, perché non controlli tu che ne capisci di più?”

“Non dovresti averla”

Come sempre, mi prendono per sfinimento.

“E allora vuol dire che non ce l’ho”

“Va bene, firma qui”

Appongo la firma su una lista tutta in cinese, dove già altri inquilini hanno firmato, e chiudo la porta. Torno a letto.

Qualcuno sta martellando, qualcun altro sta trapanando, ma c’è un rumore nuovo. Pazienza, dormiamo. Questo rumore potrebbe essere un trapano, ma va avanti da parecchi minuti, che sarà? Sembra acqua… forse uno scarico. Magari stanno facendo lavori nel bagno dell’appartamento di fianco. Dormiamo. No, non ci si riesce, troppo rumore. Acqua, acqua, acqua…

Aspetta, mi sorge un dubbio.

Mi alzo faticosamente e striscio in salotto. Il rumore è più distinto, e viene dalla cucina. Affacciandomi alla porta vedo una macchia d’acqua marrone che si allarga velocemente sul pavimento. Panico misto a sonnolenza, mi getto nella pozzanghera, chiudo il rubinetto dell’acqua che va allo scaldabagno. Niente. Chiudo il rubinetto del gas dello scaldabagno. Niente, non è lo scaldabagno. Chiudo il rubinetto del gas centrale, ma non succede niente, ovvio. Calma, guardati attorno. Cazzo, eccolo lì.

Il calorifero, e che altro poteva essere: stanno dando l’acqua. Solo che quando gli operai hanno montano i caloriferi nel mio appartamento, uno di loro ha dimenticato di mettere un tappo al buco di scarico di quello della cucina, che emette un getto sottile ma fortissimo diretto nell’angolo sotto lo scaldabagno e il lavandino, da cui il rumore che mi aveva disorientato. Provo a tapparlo con un dito: troppo forte. Provo con uno straccio: diventa fradicio in una manciata di secondi. La macchia d’acqua color della bile ormai copre quasi tutta la cucina.

Metto un paio di scarpe e corro fuori, sul pianerottolo chiudo il rubinetto centrale dell’acqua. Torno: no, il sistema dei caloriferi è indipendente, cazzo. E’ ovvio, sveglia! Chi può aiutarmi? Gli operai dell’appartamento di fianco, quelli sono sempre qui alle sei del mattino a martellare e trapanare, sapranno cosa fare, avranno qualche attrezzo. Bum, bum! Busso alla porta, prima piano, poi con violenza. Niente. Campanello: staccato. L’unica volta che sareste utili non ci siete, maledetti stronzi! Va bene, altro vicino, nell’appartamento speculare al mio mi pare abiti una coppia di attempati signori cinesi, molto gentili. Busso, nulla, busso ancora, nulla. Proviamone un altro. E proprio mentre mi giro, la porta a spioncino si apre, e dietro la grata mi trovo la faccia una ragazza occidentale che mi guarda confusa. Sbadiglia. “Yes?”

E’ così che conosco Inna, una ragazza russa della mia età che si vanta di essere stata la prima inquilina del palazzo. Lavora in un ristorante, il Flambé, fa spesso tardi la sera e soffre degli operai più di me, poverina. Appena le spiego il mio problema si allarma, spalanca la porta, esce in pigiama e bussa ai suoi vicini, la famiglia cinese che ricordavo. Quella che dev’essere la figlia, una bella ragazza della nostra età, chiama il padre, il prototipo dell’uomo pechinese. Scuro di pelle, grosso, vestito pesante, bonaccione.

In tre – io, la bella Inna e il forte uomo di Pechino – varchiamo l’antro del drago, attenti a ogni rumore. Sbircio la cucina: l’acqua ora si sta alzando e tra poco arriverà nel salotto dove c’è il parquet. “E’ là” indico. I miei compagni guardano, terrorizzati. E’ peggio di quanto si aspettassero. L’uomo di Pechino si lancia in avanti, prova a combattere col mostro a mani nude, ma il suo dito non ferma l’acqua. E’ una battaglia persa. Ma poi ha un’idea. Corre indietro sul pianerottolo, e da terra raccoglie un pezzo di legno lasciato lì dagli operai, un pezzo d’asse di legno d’abete, polveroso e sbeccato. L’uomo di Pechino brandisce la sua arma, la punta rivolta al mostro, e con la morte nello sguardo lo carica e lo affronta, penetrando il nemico con la sua spada. Il rumore cessa, il guerriero stremato si ritira. Il drago-calorifero, la sua pelle color del metallo sporco, giace immobile, il pezzo di legno infisso nel buco da cui perdeva. Non una goccia d’acqua ne esce più.


“Sarà il caso di chiamare la manutenzione” commenta il vicino.

“E magari anche il padrone di casa” aggiunge Inna.

“E chiamiamoli” dico io.

Il vicino si presta gentilmente e le telefonate in cinese le fa lui. Il numero del padrone di casa glielo do io, ma quello della manutenzione non ce l’ho, volevo appunto chiederlo a lui. Nessun problema – l’uomo di Pechino corre al suo appartamento e dopo un minuto ne ritorna con un numero di telefono scritto a biro sulla mano, e tenendola alzata per leggere, con l’altra schiaccia i tasti del mio telefono. Parla con la manutenzione e la fa venire subito. Poi ci ripensa, chiama ancora il mio padrone di casa e gli dice che non c’è bisogno che venga da lontano, che il guaio è risolto, che se n’è occupato lui.

Lo ringrazio infinitamente, ma quello dice “Per favore, non è nulla” e se ne va. Da questo si vede la stoffa dell’eroe. Inna sta bevendo una bottiglia d’acqua minerale Laoshan, di quelle che si trovano solo nei ristoranti. Sbadiglia ancora, e mi saluta pigramente, con i suoi capelli arruffatissimi, il pigiama e due occhi da russa che, nel buio del pianerottolo, se non sono azzurri sono sicuramente verdi.

“Scusa se ti ho svegliata… ma era un problema abbastanza grosso”

Lei sorride: “Se ti serve altro, non hai che da bussare”.

“Vale lo stesso per te”


E capisco da dove era venuta la macchia sul soffitto del poliziotto sotto di me: test dei caloriferi. Probabilmente non mi ero accorto di nulla perché l’aiyi aveva asciugato ben bene e al mio ritorno mi aveva fatto trovare la casa perfetta. E chiaramente non mi aveva detto nulla. Mei wenti, no? Vado ad asciugare il lago oscuro, e apro la finestra per far uscire l’umidità.

E anche per oggi, il drago è sconfitto e il mondo è salvo. Me ne torno a letto anch’io.