2007-05-24

Yoga Party

Un giovedì sera di inizio settembre visito lo Yoga Yard, una centro Yoga co-fondato da una cinese e un’americana. Ho cercato un luogo così per non so quanto tempo, e finalmente ho trovato yogi professionisti che mi possano insegnare. Alla fine della mia prima lezione Jessica, una ragazza californiana che ricalca abbastanza fedelmente lo stereotipo della hippy americana peace and love, invita tutti alla festa del giorno dopo per inaugurare la nuova sede. Lo Yoga Yard, originariamente aperto in un siheyuan, si è ora trasferito al sesto piano in un palazzo sulla Gongti Beilu.

Arrivo alla festa solo, e mi trovo davanti un nugolo di persone, di cui gran parte bellissime ragazze. Per un momento mi pento di non essere single ma, cosa vuoi, è il destino. Jessica aveva promesso cibo e alcol: sull’alcol ci siamo, vino e sangria sono più che decenti; sul cibo ci siamo meno, perché si tratta di tipi diversi di pane e cracker da intingere in varie salsine vegetariane. E con il Red Rose restaurant dall’altra parte del muro, con i suoi odori di yangrouchuan’r e verdure saltate, si sente la mancanza di una cena degna di tale nome.

In cerca di persone da conoscere, incrocio la receptionist che mi appiccica tre sue amiche, tutte cinesi cesse in cerca di marito. Rispondo alle loro domande in cinglese in modo gentile, ma con un certo sforzo di comprensione. Il vento soffia forte e lascia il cielo blu e pieno di stelle, ma ruba anche le parole. Vengo salvato dal discorso inaugurale delle due proprietarie, Robyn e Mimi, che lasciano poi il posto a Jessica, con in mano una chitarra acustica, e un’altra insegnante americana, con un tamburo tra le gambe. Le due attaccano con una musica hippissima, ma in fondo perfetta per l’occasione. Per un attimo tutta la folla eterogenea di praticanti di yoga di ogni età e i loro amici rimangono ad ascoltare in silenzio la musica, poi piano piano ciascuno ritorna alla sua conversazione, ma con rispetto.

Avvicinandomi alle musiciste conosco Nicole, una ragazza di Hongkong interessata a tutto ciò che è danza ed espressione artistica fisica, e Valeria, una sinologa trentina in cerca di lavoro. Nicole è il mio genere di ragazza: bella, distaccata e con una grande passione artistica; ha vissuto per molto tempo negli States per studiare e ora si è trasferita da un po’ di tempo a Pechino per lavoro. Valeria è vegetariana, ed ha visitato il Sud dell’India seguendo più o meno il mio percorso, e condividendo le mie impressioni sulle differenze tra Tamil e Malayalam. Finalmente un po’ di gente simpatica da conoscere, penso. Come al solito, bisogna andarla a cercare nei posti più impensati e nascosti. E’ questa una delle costanti di Pechino.

L’ultima conoscenza della serata viene fatta al banco dei drink. Alto, faccia di cuoio, capello biondo sabbia con basettoni e cappellino da yankee, giubbotto di jeans e numerosi bicchieri di vino vuoti davanti a sé. Dom. Australiano, una sagoma di uomo con un inglese di cui si riesce a capire ogni singola parola, cosa non comune tra i madrelingua. Dom attacca bottone chiedendoci informazioni sulla festa e sullo yoga. Lui non sa nulla perché si è imbucato: passava per la strada, ha visto gente, e si è infilato. Fa morir dal ridere e offre una conversazione interessante. Io, lui e Valeria ci spostiamo al Red Rose per una cena a lungo agognata, poi Valeria scappa per incontrare la sua coinquilina che non vede da tempo. Io e Dom ci guardiamo. Lui sta a Wudaokou e il vero motivo per cui è venuto in Sanlitun era per comprare dagli spacciatori neri. Poi per caso ha trovato la festa dello Yoga Yard.

Un quarto d’ora dopo siamo nella piazza delle Torri della Campana e del Tamburo, un luogo nuovo e magico di Pechino. Dom è come me, lui si butta negli angoli più impensati e trova i luoghi più interessanti. E’ questo il modo di vivere l’anima di Pechino, beninteso. L’australiano mi conduce ad un piccolo bar e su per le scale ripide del terrazzo che guarda sugli hutong e sulla torre campanaria. Mentre prepara lo svuotino, e poi mentre ci godiamo gli effetti dell’erba, Dom mi racconta la storia della sua vita. Nato e cresciuto nel quartiere italiano di Melbourne, lascia l’Australia per studiare a Jakarta, dove rimane cinque anni. Quando torna si porta dietro la sua fidanzata indonesiana, che sposa e con cui fa due figlie. Ma le ragazze indonesiane, per quando belle, dolci, generose e creative, mancano della scintilla intellettuale che cerca lui. Non riesce a parlarci, a discuterci, a condividere pensieri, solo emozioni. Sicché dopo otto anni di matrimonio Dom divorzia e viene in Cina, libero ancora una volta. Con alle spalle una laurea in legge e una conoscenza quasi perfetta dell’indonesiano, si mette a studiare cinese in una scuola coreana sgarrupata di Wudaokou, condividendo un appartamento con una coppia, lui africano, lei cinese di Singapore. Non rimpiange il suo passato, Dom, anzi ci si trova molto bene nella sua libertà ritrovata nel culo del mondo. Ma, mi confessa, “I wouldn’t mind being married again, once or twice”. Il lupo perde il pelo ma non il vizio, e secondo lui cinesi e coreane sono intellettualmente più interessanti delle indonesiane.

Si parla di tutto e di niente con Dom, si fanno quei discorsi che partono bene, ispirati dalla coscienza alterata, ma che nessuno riesce mai a finire per mancanza di concentrazione. Si parla di donne asiatiche, di monumenti storici, della pericolosità di donne e alcol, dell’immigrazione italiana in Australia, e di altri mille argomenti. Un sacco di “food for thought”, comunque. Le conclusioni, poi, le trarrà ciascuno da sé nella settimana seguente. Ci si saluta scambiandosi il numero di telefono. Può darsi che ci si vedrà ancora.

2007-05-20

Zhajiangmian

Uno dei piatti più tipici e buoni di Pechino sono i zhajiangmian. Si sa che i piatti più buoni sono sempre quelli semplici, appartenenti alla tradizione popolare – come la pizza a Napoli, o le tagliatelle in Emilia, o i weisswurstel a Monaco. I zhajiangmian non fanno eccezione, preparati e mangiati dalla gente della strada di Pechino da epoca immemorabile, e sempre affinati per renderli più buoni.

Zhanjiangmian (炸酱面) significa letteralmente “tagliatelle in salsa fritta”. Si tratta di una pasta fatta con farina di cereali, lunga e spessa esattamente come le “tagliatelle della nonna” in Italia. Dette tagliatelle sono prima bollite e poi condite con un selezione di verdure crude e tagliate a listarelle, che di solito comprendono cetriolo, germogli di soia, fagiolini verdi e marroni, più la famosa “salsa fritta”. Tale salsa è preparata con carne di maiale tagliata a dadi, aglio e cipolla tritati e una salsa dolce tipica del Nord della Cina a base di fagioli, il tutto fritto del wok e quindi versato insiem agli altri ingredienti in una ciotola da insalata formato famiglia, per servire una singola porzione. A piacere si può aggiungere dell’aceto, secondo la tradizione della capitale.

Si tratta di un piatto a dir poco crasto, di quelli adatti a una gelida giornata d’inverno in cui si lavora faticando, e che corroborano con una dose inusitata di calorie. Da gustare insieme a una tazza bollente di té al gelsomino.

Per quanto piatto tradizionale, i zhajiangmian si trovano oggi in mille versioni diverse, anche nei ristoranti. C’è chi usa la carne di maiale tritata che costa meno, c’è chi usa solo il cetriolo e nessun’altra verdura, quasi nessuno serve l’aceto in una scodella a parte, qualche sito web addirittura offre ricette vegetariane senza il maiale. E’ difficile ormai trovare luoghi dove si può gustare questa specialità quasi sconosciuta ai waidi (外地, forestieri), ingiustamente adombrata dalla fama dell’anatra laccata (烤鸭) che spesso viene presentata come l’unico piatto di Pechino, e invece viene dalla tradizione del palazzo imperiale.

I luogo migliore che io conosca per mangiare dei zhajiangmian degni di tale nome si trova di fianco al mercato di Hongqiao, ex mercato dei ladri in epoca imperiale, nel cuore della vecchia città han. Ai piedi di un ponte pedonale, dall’altra parte della strada rispetto al muro del Tempio del Cielo, si trova il “Grande Re dei Zhajiangmian della Vecchia Pechino” (老北京炸酱面大王). Apparentemente il ristorante è estremamente antico, originariamente situato in un siheyuan in seguito allargato con pareti di mattoni e brillanti insegne cartonate. L’interno conserva ancora, tuttavia, l’atmosfera tipica dell’osteria pechinese che non si trova da nessun’altra parte in Cina: tavoli quadrati di legno, piccole panche monoposto, teiere in vera porcellana coloratissima, e un’esercito di giovani camerieri in divisa grigia tradizionale che scostano il tendone alla porta e, in coro, salutano l’avventore che entra e quello che esce. Siccome nella grande sala regna un gran renao (热闹), che in cinese significa “divertimento” ma letteralmente significa “fa un gran caldo e c’è caciara” – il che la dice tutta sul concetto cinese di divertimento – i camerieri per farsi sentire urlano come forsennati, cosa che di solito tende a intimorire chi non è abituato. Mi rendo conto che entrare in una bolgia del genere, strapiena di pechinesi che mangiano e ringhiano ad alta voce, e vedere improvvisamente tutti i camerieri girarsi verso di voi e sbraitare in coro qualcosa in una linga sconosciuta possa non mettere a proprio agio. Ma tant’è, una volta fatta l’abitudine diventa un piacere. Voi semplicemente ringhiate in pechinese il numero delle persone al vostro tavolo, ovviamente ad alta voce se no non vi sentiranno mai, e godetevi il renao. Garantito che i zhajiangmian che vi verranno serviti varranno tutti gli 8 kuai che costano.

Liaaang weeeiiii!!!!

2007-05-15

I lavori inutili

In Cina, e soprattutto nella sua capitale, il Partito è ben deciso a combattere la disoccupazione, causa attiva di disagio sociale ed economico, ed è per questo che da sempre promuove il lavoro per tutti. Se il lavoro nobilita l’uomo, sia esso coltivare la terra o sudare in una fabbrica, una forte suspension of disbelief è stata necessaria da quando la sinistra maoista ha ceduto il posto al capitalismo di Deng Xiaoping.

Una volta certi lavori erano vietati, perché degradanti: nell’ottica maoista, ciascun cittadino doveva essere autonomo e indipendente nell’attendere ai propri bisogni. Niente facchini, niente domestici, niente servitori in generale: se qualcuno poteva fare da sé, doveva farlo in nome dell’eguaglianza.

Dal 1978 le cose sono cambiate: sono ricomparse le aiyi, i risciò, i facchini, e questo ha permesso di chiudere le danwei (单位) che da sempre operavano in perdita e trovare ai loro dipendenti nuove occupazioni. Molte di esse, tuttavia, non appaiono particolarmente utili o efficienti.

Cominciamo dai portieri: ragazzi in divisa che stanno sull’attenti alle porte di ogni palazzo di un certo livello, e in particolare negli hotel, nei ristoranti, negi uffici, nei mall, nei negozi e nei compounds residenziali. Tipicamente ragazzi giovani dalle campagne alla prima esperienza di lavoro. Sempre distratti, a tarda ora li trovi quasi sempre addormentati sulla poltrona per gli ospiti, ma se sono svegli non provate ad aprire la porta da soli: ci rimarrebbero malissimo.

Poi ci sono le ascensoriste, di solito ragazze anch’esse appena arrivate dalla campagna, ma a volte anche donne sui trent’anni. Chiuse in una scatola di metallo per dodici ore al giorno, sedute su uno sgabellino di legno altro trenta centimetri, tentano di combattere la noia con un libro, una rivista, un lettore mp3. Anche loro, dalla decima ora in poi di turno, le si trova addormentate in posizioni improbabili e scomodissime.

Gli spazzini: in Cina non ci sono i cestini dell’immondizia, tutti buttano i loro scarti per terra, ed ecco un esercito di contadini, anche di una certa età, con giubbotto arancio fluorescente, scopa, spatola e cappello di paglia, che raccolgono carte, cicche, bottiglie di plastica, anche loro con turni fino a 18 ore.

Gli spazzaneve: orde di omini armati di scope di saggina che rimuovono i fiocchi ghiacciati e levigano il ghiaccio sul marciapiede, rendendolo mortale.

I pulisci-strade: armate di poveracci con giubbotto fluorescente che, al centro di una strada a dodici corsie, con mezzi che sfrecciano in traiettorie imprevedibili, lavano il guardrail con secchio e spugna.

Ma qualunque cosa si veda, non si è mai preparati al peggio. Ogni giorno in questo posto stupisce: ed è così che una mattina, camminando per il Terzo Anello, vedo al SOHO Jianwai delle signore di mezza età in tuta da manutentrici, con secchio, sapone e spugna, sedute sotto un albero. Cosa fanno? E’ difficile crederlo, senza averlo visto. Sotto l’albero il management del mall ha collocato delle belle pietre bianche, in un’aiuola quadrata di un metro di lato. Belle pietre bianche che, a causa dell’inquinamento e della polvere, si sono ingrigite. Ed ecco allora il compito delle signore: lavare i sassi uno per uno con acqua e sapone. Guardando meglio, mi accorgo peraltro che i sassi sono comunissime pietre grigie pitturate a vernice, il che mi fa sospettare che qualcuno sia pagato per verniciarle una per una col pennello.

Non ci si abitua, mai. La maggior parte dei giorni si riesce a mantenere un certo distacco che permette di ironizzare sulla cosa. Ma poi ti capita di prendere l’ascensore in una casa di periferia, e trovarci una ragazzina di quindici anni, imprigionata per tutto il tempo in cui non dorme in una gabbia senza finestre che va su e giù senza posa. E accorgerti che assomiglia in maniera inquietante alla tua ragazza, quando era bambina. Allora non riesci a mantenere un distacco, quell’ascensorista non è più una dei milioni e milioni di cinesi che fanno lavori inutili; ti trovi davanti un altro essere umano come la ragazza con cui stai, come te. E senti il peso della sua vita come un macigno. E ti chiedi se, tutto sommato, queste persone non sarebbe meglio impiegarle altrove, in altro modo, o non impiegarle affatto, per evitare di ledere la loro umanità. Nella Repubblica Popolare Cinese succede anche questo, trent’anni dopo la morte di Mao Zedong.

2007-05-09

Poeti Sotterranei

Al mio ritorno a Pechino ricevo l’invito di Federico e Joe, i due strani tipi conosciuti al ristorante brasiliano, per partecipare a un circolo di poeti che si riunisce il mercoledì sera al Bookworm. Mi sembra bello che a Pechino i giovani siano così intellettualmente attivi, e non sentano tutte le sere il bisogno di ubriacarsi e portarsi in camera un partner per la notte, che è invece il leit motif della vita in molti altri luoghi della Cina e del Mondo.

Ed eccoci qui, al nuovo Bookworm, terza incarnazione del luogo che frequentavo le sere di primavera del 2003, io e Massimiliano a giocare a biliardo e bere caffé dalla moca fumante. E’ cambiato tanto, a cominciare dal soffitto trasparente, dal menù che è quintuplicato come offerta, dalla possibilità di comprare libri e pubblicazioni, e soprattutto per il fatto che ora è un luogo frequentato.

Il circolo dei poeti si riunisce nella sala in fondo, attorno a un circolo di poltrone e sedie, con gente di ogni colore ed età che beve té o caffé, fuma, commenta sottovoce e soprattutto ascolta chi sta al centro, e declama la sua composizione. Il frontman della serata è Bob, organizzatore, presentatore e introduttore. A ogni incontro dedica un tema, e ogni serata la apre leggendo un passaggio da un libro, con la sua voce musicale e ipnotica. Solo alla fine rivela il titolo e l’autore del libro, e dà il via alla lettura degli altri volontari. Lui, insieme a Joe, si occupa anche di mantenere il sito web del circolo, dove sono registrate tutte le poesie (http://subterraneanpoets.googlepages.com). Bob è americano, ma il suo cognome Marcacci la dice tutta sulla sua origine: insegna in una scuola elementare, e anche la sua ragazza è insegnante, lei italiana. Sono una bella coppia, entrambi sveglissimi, entrambi con un livello di cinese ottimo, eppure entrambi non interessati ad entrare nel mondo del business: sono contenti di coltivare la loro semplicità materiale e la loro libertà intellettuale. E per questo gadagnano il mio rispetto.

A parte Federico, che legge in italiano poesie di Rodari, e Joe, che declama lamenti romantici di pessimismo cosmico, ci sono tantissimi altri strani personaggi di cui faccio la conoscenza. C’è Amani, una ragazza di Chengdu che insieme al fidanzato Jeff vive nel palazzo di fronte al mio: lavora in radio, e per un motivo che lì per lì mi sfugge, legge poesie in siriano, che apparentemente legge con facilità. C’è Jack, capello e barba lunghi, che sembra uscito dalla perferia di una città degli Stati Uniti, e le sue poesie le rappa, urlandole, metà in slang yankee infarcito di “fuck” e “fuckin’” e metà in spagnolo infarcito di “puta de madre”. D’effetto. C’è un altro americano grande e grosso e sui quarant’anni che racconta storie, ed è anche bravo, se non fosse che sembrano tutte tratte da fumetti di supereroi. C’è una cinese tonda tonda che legge poesie per bambini in inglese, ma la sua pronuncia è talmente atroce che nessuno riesce a seguirla, e a fine lettura tutti battono le mani con le stesse facce perplesse. C’è Ben, biondissimo ragazzo del Minnesota, che legge in inglese e si fa tradurre in mandarino da Sheila, la sua ragazza, modella diciannovenne perdutamente innamorata di lui. C’è Cindy, l’immagine dell’intellettuale, alta magrissima e con i capelli stralunghi: ha un sito chiamato Literocracy e traduce in inglese poeti contemporanei cinesi. E poi c’è Deep Sleep, il poeta maledetto di questa generazione di cinesi.

La prima volta che si presenta è vestito alternativo, pantaloni militari, t-shirt, capelli legati con una coda corta, un po’ timido. Joe lo presenta come una grande promessa che ha alle spalle già molte opere. Timidamente Deep Sleep, che non parla mezza parola di inglese, estrae dallo zaino un mattone impossibile di poesie scritte da lui, e comincia a declamare, con una voce da tenore. La poesia inizia con una serie di domande retoriche:

我们是谁?我们去哪里?我们从哪里来?

Chi siamo noi? Dove andiamo? Da dove veniamo?

Mentre Joe traduce in sottofondo, mi accorgo che in effetti la poesia è una serie infinita di domande retoriche senza risposta. Interessante, la gente batte le mani. E’ così che la volta successiva Deep Sleep ricompare: scarpe di pelle nera, pantaloni attillati, una maglia lunga che fa tanto abito da palcoscenico, capelli perfettamente stirati e pettinati. Anche l’atteggiamento è cambiato, tratta tutti come un grande artista, ogni parola che dice sembra sia un incoraggiamento alla poesia da parte di uno che ormai ha segnato il suo nome nella storia. Serata dopo serata, le sue poesie sono tutte uguali, tutte inziano con il tormentone 我们是谁?e sono solo costituite da sole domande senza risposta. Io e Federico ci guardiamo, chiedendoci se siamo noi gli sciocchi che non capiscono l’arte di Deep Sleep, oppure se tutti gli altri applaudano per gentilezza o paura di brutte figure, e se in effetti il nome Deep Sleep non sia il più appropriato al nostro augusto poeta.

Un po’ per curiosità, un po’ per divertimento puro, mi trovo a frequentare spesso i poeti del mercoledì sera, ed è così che faccio la conoscenza di moltissimi nuovi amici, strambi personaggi capitati nella Pechino di inizio millennio.

2007-05-07

Milano, non è mica sempre agosto

Milano d’agosto è un sogno. Col cielo azzurro, l’aria pulita, il traffico scomparso e la gente in vacanza altrove, la città torna ad essere lo splendore che potrebbe essere ogni giorno. Si gira in biciletta tranquillamente, percorrendo strade conosciute da sempre, e incrociando una mamma con un bambino, o scorgendo un pensionato che ammira la strada dal suo balcone, all’ombra di una tenda e circondato da fiori, accanto a lui la gabbia d’un canarino. Quando è troppo caldo, ci si ferma a una vedovella a bere dell’acqua buona e pulita, che in altre parti del mondo non la trovi nemmeno a comprarla imbottigliata.

Ma agosto è una parentesi breve. Già dall’ultimo fine settimana l’orda dei cittadini torna ad occupare la città con le sue auto rumorose e l’ansia cronica degli impiegati, che troppo spesso sfocia in pura isteria. Ma c’è dell’altro.

Quando la mattina apro la finestra, invece di trovare una skyline che il giorno prima era diversa, vedo la solita via in cui sono nato, sei metri di larghezza di cui quattro presi dalle auto parcheggiate; marciapiedi coperti di merda di cane oppure di auto, perché i posti sulla strada non bastavano. In fondo, uno spazio vuoto, un prato cementato dove cresce qualche erbaccia, immutato almeno dal 1979, senza che in questi anni qualche stronzo abbia deciso di costruire un parco, un parcheggio, un palazzo. No, nulla, un’inutilissima distesa cementata senza accessi, chiusa tra quattro condomini. La strada è percorsa da gente ansiosa che cerca e non trova parcheggio, e se solo sosta cinque minuti c’è già uno strnzo dietro che suona il clacson irritato. La sera passano i tamarri, in motorino o macchina, a novanta all’ora, che c’è da aver paura a circolare i bici o a far scendere i bambini da soli.

I problemi sono quelli di sempre, non cambia nulla. Semmai peggiora: il traffico, la criminalità, il costo della vita e della casa. Tutto peggiora di anno in anno, né qualcuno si preoccupa di offrire soluzioni. La politica parla solo di partiti e tasse. Abbasso i comunisti, abbasso i fascisti, abbasso Berlusconi. Giù le tasse, su le regole. Tutti si lamentano e nessuno fa nulla. E’ una situazione kafkiana, come stare su una nave che affonda lentamente e i passeggeri, invece di mettersi assieme e cercare una soluzione al danno, si fregano i salvagenti e piuttosto che lasciarli ad altri li rompono o li gettano lontano così che nessuno li usi. Tutti a pensare malignamente al proprio interesse piccino piccino, tutti a criticare chi fa qualcosa di buono ma non reca a loro profitto, e tutti a fregare il prossimo alla prima occasione.

Ho capito, me ne vado. Anzi, scappo, come sempre. Questo posto non è per me. Si ritorna a d nuovo a casa.

2007-05-05

Ritorno in patria

Pechino – Parigi, dieci ore di volo senza mai vedere il sole tramontare. Volo Air France, passeggeri cinesi rumorosi e incivili, hostess francesi stronze e indisponenti, la peggiore combinazione. Almeno si mangia bene, gliene devo dare atto, e colgo l’occasione per distruggermi di vino di Linguadoca, syrah a pranzo e sauvignon blanc a cena, che è un secondo pranzo dato il fuso. A Parigi arriviamo in ritardo, e ho un quarto d’ora prima dell’inizio dell’imbarco sul volo Parigi – Milano, in un terminale dall’altra parte del Charles De Gaulle. Prima che l’aereo sia fermo, i cinesi sono tutti in piedi e davanti a me. Prima della fila, una francese che gode da morire nell’andare piano e rallentare tutti. Mi trattengo perché sono in suolo straniero, ma la voglia di far partire una fila di insulti in italiano è forte. Corro, corro, corro. Arrivo in ritardo ma comunque l’imbarco non è ancora iniziato. Turisti italiani e spagnoli ovunque, perché imbarcano anche il volo Parigi – Barcellona dallo stesso gate. Folla di sud-europei al ritorno dalle vacanze con bambini al seguito. Fine agosto. A Malpensa i bagagli arrivano con venti minuti di ritardo, in assenza di qualunque inserviente che fornisca informazioni.

Arrivo in patria distrutto, con un jet lag di 6 ore e un’odissea alle spalle. I miei genitori sono venuti a prendermi all’aeroporto; siccome ci tenevano sono arrivati con un anticipo esagerato, che combinato con i vari ritardi del volo fa sì che abbiano speso uno stipendio in parcheggio, Mio padre, dopo avermi abbracciato, mi mette fretta: “Sono 80 centesimi al quarto d’ora”. E mi ricordo che la vita qui costa di più. Mia madre ha le lacrime agli occhi, e nonostante sia alta la metà di me e malata d’artrite, mi prende la valigia e vorrebbe anche portarmela.

E’ agosto, ci sono venticinque gradi e ventilato, cielo blu, verde ovunque, pulito, e strade semivuote. Sono le sei e mezza e il sole è ancora luminoso. L’aria è pulita. Mi guardo attorno come se non vedessi l’Italia da anni, e in effetti non passo un’estate qui da due anni. Avevo dimenticato quanto si stesse bene.

Casa è bella, accogliente. Piccola, però. A Pechino ho una casa grande quasi quanto questa, e ci vivo solo. Un bagno per me, solo per me. E niente persone che vivono a ritmi diversi dai miei; niente vicini, se è per questo, quindi casino a volontà a qualunque ora. D’altra parte, niente muratori che trapanano alle sette di domenica mattina. E le lenzuola l’aiyi non me le stira come le stira mamma.

Sono davanti al rubinetto. Lo apro. Bevo. Bevo ancora. E’ un sogno. Nel frigo di sono salumi e formaggi freschi. Frutta che sa di frutta. Nell’armadietto ci sono biscotti, merendine umane e pane fresco. Il latte, il latte non sa di chimico; è un sogno.

Si sta talmente bene che decido di smettere di fumare, almeno finché sono qui. So che non resisterò a lungo, ma finché dura questa sensazione me la voglio godere.

2007-05-02

Changjiang 750

Per le strade di Pechino gira ogni genere di veicolo, dalla Xiali alla Ferrari, dal triciclo alla Hummer, dalla bicicletta elettrica a una strana sorta di apecar con un posto davanti e uno dietro, verde e corazzato che pare un mezzo militare, con la serratura della portiera che è diversa da quella dell’accensione e uguale a quella di una comunissima porta di casa.

Ma il mezzo pechinese per antonomasia, quello che tutti devono avere se vogliono ruleggiare sulla Chang’an Jie e ispirare rispetto anche alle auto blu dei dirigenti di partito, è il sidecar della Changjiang. Il venerabile, perché la sua è una storia lunga e sorpredente.

La storia del sidecar Changjiang 750 comincia in Germania l’anno prima della Seconda Guerra Mondiale, il 1938, quando la BMW comincia a produrre la BMW R-71. Il principale cliente della BMW è l’esercito, che con quel gioiello all’avanguardia equipaggia le SS: uno alla guida, uno in carrozzina con la mitragliatrice. L’avete vista tutti la BMW R-71, in qualunque rappresentazione delle SS: nera e con la croce di ferro in bella vista. Eterna.

Quando il Reich cadde gli americani presero tutti gli scienzati e i tecnici balistici e li portarono negli Stati Uniti. I Russi, non potendo prendere di meglio, decisero comunque di prendersi la fabbrica delle moto BMW e, progetti macchine e personale, spostarla sugli Urali. Cominciò così la produzione della “Ural” e della “Dnepr”, due sidecar sovietici che erano la copia spudorata della BMW R-71, il mezzo più veloce, maneggevole e affidabile conosciuto a quel tempo per un campo di battaglia.

Correva l’anno 1957 quando il Partito Comunista Cinese lanciò il Grande Balzo in Avanti, cercando di modernizzare il Paese con l’aiuto di tecnici sovietici e tanta buona volontà. Avendo la necessità di modernizzare, tra le altre cose, anche l’esercito, i cinesi premettero l’URSS per la concessone di tecnologie militari, e il Soviet Supremo decise di passar loro il progetto dei sidecar. Fu così che, lo stesso anno, le prime Changjiang 750 furono sfornate dalle fabbriche di Nanchang e diventarono effettive da subito nell’Esercito di Liberazione Popolare. Visto che funzionava bene e Deng Xiaoping premeva per entrare nella logica di mercato, negli anni ‘80 la fabbrica delle Changjiang rimosse i supporti per la mitragliatrice e il resto degli pparcchi specificatamente atta alla guerra e cominciò a vendere la Changjiang 750 sul mercato, e il mezzo prese immediatamente piede a Pechino.

Al giorno d’oggi, la Changjiang 750 è ancora in uso presso i reparti locali dell’ELP e di polizia, oltre che per vari addestramenti. I modelli privati sono ancora in vendita. Ed è così che un modello di sidecar inventato dai nazisti nel 1938, copiato dai russi nel 1944, e di nuovo copiato dai cinesi nel 1957, nel 2007 è ancora in produzione sia in versione militare che civile. E più di 60 anni dopo la sua invenzione è ancora strafigo. Secondo il China Daily, solo nel 2003 a Pechino c’erano 2000 Changjiang 750 che giravano su strada legalmente. Trecento di esse appartenevano a stranieri.

Le Changjiang 750 si vendono, sul mercato della capitale, per un prezzo che varia dai 3.000 yuan, per i modelli più vecchi, scassati e corrosi dalle tempeste di sabbia, fino ai 30.000 yuan per quelli nuovi e truccati con motore BMW moderno. Dalle parti di Shunyi c’è un tizio che ha messo su un’officina dove vende e ripara solo sidecar, e ha anche clienti dall’estero, che si fanno spedire le Changjiang in Finlandia e negli Stati Uniti. Se poi uno vuole, il meccanico può anche “pimpare il vostro mezzo” con fiamme e altre tamarrate impossibili, il tutto per poche centinaia di kuai.

Basta guardarlo, quel mostro nero, per capire che non esiste un mezzo più fottutamente rozzo, robusto e pechinese. E immaginarsi alla guida, stivali di cuoio, giacca di pelle, occhialini da motociclista da Seconda Guerra Mondiale, con il rombo del motore che sfida l’ululato del vento sabbioso, a sfilare tra i grattacieli della Chang’an Jie o tra le colline ai piedi della Grande Muraglia. E in sottofondo, una canzone:

Get your motor runnin'
Head out on the highway

Lookin' for adventure

And whatever comes our way...

2007-04-29

Corte n. 28

“Vediamoci prima che vada in vacanza” dico a Jingyi in una telefonata.

“Ok, fammi pensare a un posto dove possiamo andare” risponde.

“Non serve, ho già trovato dove” dico con una punta di orgoglio.

E così ci si incontra un giovedì sera davanti al 7 Eleven, il punto di ritrovo di tutti quelli che vivono attorno a Dongzhimen. Arriviamo praticamente assieme, lei si presenta come al solito, abiti da raver appena uscita da un viaggio in Yunnan e una borsa grossa quattro volte lo standard. Stilosa come sempre.

Entriamo un attimo nel 7 Eleven perché lei deve prendere il cibo per il gatto di una sua amica in vacanza, che doveva tornare un paio di giorni fa ma è sparita chissà dove. Poi proseguiamo a piedi: Dongzhimen Nei, Dongzhimen Xiaobeijie, Min’an Jie. Jingyi già presagisce una strada più lunga del preventivato e mi propone un ristorante di frutti di mare in Dongzhimen. No, grazie, ho un amico che si è preso i parassiti intestinali a Xiamen mangiando quelle cose; sono passati sei mesi e sta ancora male.

Entriamo negli hutong, sottraendoci al caos della grandi strade. Una curva a destra, una a sinistra. Lei si è già persa e comincia a faticare. Non avevo pensato che le potesse pesare la camminata, non è in forma ultimamente. La rassicuro della vicinanza del locale, mentendo spudoratamente. Lei si guarda attorno stranita: non è abituata lei, cinese, a camminare tra gli hutong: non ci bada granché, non sente nessuna ragione per entrarci, ma quando ci si ritrova per caso sente la vibrazione di questo posto, e la sua fantasia corre alla vita della gente che ci abita, e ai cambiamenti occorsi nel tempo, dai tempi della Liberazione, alla Rivoluzione Culturale, al terremoto di Tangshan.

Finalmente arriviamo alla Corte n. 28; c’è parecchia gente, rimane un tavolo orribile in un angolo con l’aria condizionata a mille, ma una piccola attesa ci vale uno dei due tavoli nel cortile. Lascio ordinare lei, e non avrò motivo di dolermene – tofu e verdure saltate, melanzane piccanti e gambi di broccoli al vapore. Birra Yanjing.

Tra una sigaretta e l’altra si chiacchiera come al solito noi due, con le solite pause lunghe e la voce pacata. Si parla di passato, presente e futuro.

“Mi piace questo posto” dice alla fine “come l’hai trovato?”

E’ con orgoglio che rispondo: “Stavo camminando due giorni fa per queste strade, c’era una bella luce quel giorno e ho pensato di fare qualche foto. E poi me lo sono trovato davanti”

Mi guarda con gli occhi stupiti. Sì, conosco Pechino meglio di tanta gente che vive da anni e anni. Sì, mi oriento a meraviglia tra gli hutong. No, non sono un laowai abitudinario e ottuso come molti altri.

“Voglio portarci i miei amici” dice alla fine “sempre che riesca a ritrovare la strada. Questo posto dovremmo recensirlo su That’s Beijing, merita proprio”

Allora mi rendo conto del perché sono qui stasera, e perché c’è lei e nessun altro. Jingyi è la papessa che mi incorona imperatore, colei che sancisce il ritorno alla casa del mio spirito, la mia città, Pechino. Mi guarda con meraviglia e rispetto. Lei sa che significa per me stare qui, e io so che lei sa, e che è l’unica persona qui che può capire.

Eccomi di nuovo a casa, sotto l’ombra di questo grande albero, tra i quattro muri di una corte di siheyuan che nemmeno i dinosauri di That’s, i miei modelli di vita pechinese, conoscevano. Sorseggio la mia Yanjing dal pesante bicchiere azzurro e irregolare e faccio un profondo tiro dalla mia Zhongnanhai 8mg.

Benvenuto a casa.

2007-04-28

Ferragosto

Mi sveglia il trapano alle otto del mattino, ma sono di buon umore. Attraverso le tende in stile tovaglia azzurra lasciate dai padroni di casa filtra una luce più calda del solito, e sento meno umidità. Oggi è Ferragosto, e per la prima volta da quando sono qui Pechino mi regala un giorno di sole! Attraverso le foglie dei vecchi alberi vedo brillare i suoi raggi e mi godo la brezza asciutta che scuote i rami. Finalmente!

Passo gran parte della giornata a casa, preso dal lavoro, ma le finestre sono spalancate ed è pieno di luce. Faccio un salto fuori alle due per raggiungere il 7 Eleven e accaparrarmi una delle ultime porzioni di manzo al curry che rimangono, e scattare una foto ai tassisti appisolati nella loro auto in questa pigra giornata d’estate.

Le sei di sera arrivano in fretta, e il sole comincia a calare in una luce dorata. E’ il caso di uscire, non resisto a sprecare la giornata tra queste pareti. Uno sguardo a Google-earth e alla sua mappa datata di Pechino, e si decide la meta, il Tempio dei Lama. La strada non si sa, la dovrò trovar da solo in mezzo agli hutong.

Sono sorprendentemente vicini a casa, una decina di minuti. Antichi, tranquilli, caratteristici e pieni di vita. Massaie con i cani bianchissimi e cotonatissimi, gatti grossi come condizionatori che rispondono ai richiami dei padroni, gabbie con grilli e uccellini, vecchi grassi che siedono soli con una sigaretta in mano, o spazzano la strada con una scopa di saggina corta, uomini che giocano a scacchi a dorso nudo con la faccia concentrata, donne che se la chiacchierano sedute sugli scalini di casa, ristoratori che friggono e arrostiscono, parrucchiere ipnotizzate dalla televisione che trasmette telenovele coreane, ragazzi in bicicletta e postini in scooter.

Sono a Pechino, sì, ora lo sento. Sono finalmente a casa.

Mentre scatto una foto ad uno scorcio particolarmente suggestivo, la luce del tramonto illumina un vecchio siheyuan rimesso a nuovo con ampie finestre e mobili moderni. Un numero civico di fianco alla porta identifica il luogo: No. 28. E’ un ristorante. Ci torno la sera con Francesca, un’amica italiana che sta da me qualche giorno: la clientela è solo cinese, come il menù di piatti del Guizhou. Il silenzio della sera dolce, il servizio gentile, il conto ridicolmente basso.

Facciamo una passeggiata fino alla Torre del Tamburo e a Houhai, poi un salto al fossato nord della Città Proibita, quindi taxi fino a casa. Pechino la sera di Ferragosto, le strade buie piene di gente.

Solo adesso mi rendo conto veramente d’esser tornato a casa, dove il mio cuore attendeva da anni.

2007-04-26

Pareti Sottili

Quasi tutte le cose in Cina sono costruite secondo due regole: devono costare poco, e devono durare ancora meno. La Cina è un Paese che ha fatto dell’usa e getta una filosofia produttiva. Tristemente, gli edifici non sfuggono a questa regola generale, ed è per questo che la casa in cui vivo, che pur si qualifica come edificio più che borghese, è dotata di pareti prefabbricate particolarmente dure e sottili, tanto dure che non è possibile piantarci i chiodi per appendere i quadri, e tanto sottili da condurre il suono meglio di un foglio di carta.

Così anche quando due piani sopra gli operai azionano il trapano, è un po’ come se io fossi a trenta centimentri. Non commento quando accendono il martello pneumatico dall’altra parte del muro a cui è appoggiato il mio letto. Fortunatamente il vostro eroe vive in uno xiaoqu silenzioso, quindi se nessuno fa rumore c’è veramente pace. E’ anche vero che in questa situazione di silenzio il vostro eroe, la notte, sente i vicini se tossiscono.

Questo il preambolo necessario a narrare il mio incontro nell’ascensore pochi giorni dopo la partenza di Dandan. Entro al piano terra, saluto la ragazza che pigia i bottoni, saliamo al quarto piano dove abito, e la porta si apre rivelando, davanti a me, la figura di un operaio sulla cinquantina, tuta da lavoro, trapano in mano, casco di sicurezza appoggiato in testa, pelle nera un po’ per il sole, un po’ per la polvere, un po’ perché viene dalla campagna.

Il tizio, alto almeno 30 centimetri meno di me, mi guarda divertito, sorride di un sorriso sdentato, alza il pollice ed esclama:

“Waiguoren zhen you li!”

谢谢” rispondo io, ipotizzando che si tratti di un complimento. “Grazie”

Entrato in casa, mi scervello sul significato della sua frase e sul tono che ha usato. “Gli stranieri hanno tanto li!”. Quale dei trenta tipi diversi di “li” avrà inteso? Il Li () di vantaggio? Il Li () di tradizione? Oppure il Li () di bellezza?

Ci metto un paio di giorni a capire, o piuttosto ad ammettere a me stesso, che il li che intendeva era il li () di forza, prestanza fisica.

外国人真有力!”: “Gli stranieri hanno un sacco di prestanza!”

Segue flashback della maratona sessuale del fine settimana precedente, e sul fatto che quando s’era finito c’era un gran silenzio, che forse non era dovuto alla condizione beata mia e di Dandan, ma al fatto che gli operai erano tutti fermi ad ascoltare.

Per fortuna che i vicini non sono ancora venuti ad abitare qui, penso, se no chissà come mi avrebbero etichettato. Ma comunque chissene, tanto la privacy non esiste nei palazzi cinesi, tutti in qualche modo sanno tutto di tutti. Se lo xiaoqu è un paesotto, il condominio è un villaggio. Ragion per cui, dopo un momento di imbarazzo, abbandono ogni speranza di una buona reputazione e adotto un sano pragmatismo privo di ogni scrupolo.

Da allora, e per tutto il periodo dei lavori, quando io e Dandan ne abbiamo abbastanza dei trapani e dei martelli pneumatici, ci guardiamo, capiamo, e parte la nostra risposta che manco un film porno. Trapano, ed ecco Dandan che urla dalla doccia. Martello, e il mio gemito risponde dalla cucina, mentre con nonchalance preparo l’insalata. Silenzio, tutti gli operai in religioso silenzio. Pare funzionare.

E’ così che sopravviviamo coi nervi incolumi al periodo dei lavori nel condominio.

2007-04-16

No Name Restaurant

Dandan viene a Pechino per poco più di 24 ore. Non ci vediamo da un mese, e io tra una settimana parto per l’Italia. Vuole vedermi ad ogni costo, anche se solo per un giorno e una notte. E’ una ragazza emotiva.

All’inizio ero quasi scocciato: sono a Pechino da una settimana, la casa è ancora un casino, va pulita e va riempita di cose, non ho la tessera del telefono, non ho un conto bancario locale, e lo stress mi fa pure ammalare di raffreddore, cui contribuisce il tempo artificiale creato dai cannoni sparasale che fanno di Pechino una novella Shanghai, umida e piovosa.

Queste ore insieme a lei invece mi fanno capire che ha ragione lei, che io mi faccio prendere troppo dallo stress. Fanculo al lavoro, fanculo alle incombenze domestiche. Mi sento rinascere, e ricordo tante cose belle della vita che avevo dimenticato, come le coccole la mattina presto, i film dei Monthy Python visti in due o le maratone sessuali a qualunque ora. Alla fine, anche se non sto in piedi dalla stanchezza, sorrido, e mi è passato anche il raffreddore. Miracoli dell’amore.

E’ grazie a Dandan che scopro il No Name Restaurant, editor’s pick tra i ristoranti migliori di Pechino nella categoria “Best for a Date” di That’s Beijing. Conoscevo già il No Name Bar, ma non il ristorante, e come anticipato da That’s, richiede parecchio tempo per essere trovato. 大金丝胡同, Dajinsi Hutong: nemmeno il tassista l’ha mai sentito. Chiamiamo il locale e facciamo parlare cameriera e tassista. Il tassista grugnisce e poi ci molla sull Di’anmen Wai. Da qui in poi a piedi, tanto i taxi non ci entrano nelle stradine; tocca arrangiarsi.

L’aiuto della popolazione locale varia da “不知道” (non ho idea) a “sta veramente lontano, vi ci porto io in risciò fanno 10 kuai”. Il migliore rimane “a Pechino ci sono tanti di quegli hutong… come diamine faccio a sapere dove sta quello che cercate voi?”.

Quello che cerchiamo noi, per la verità, sta a non più di cinquanta metri da dove ci troviamo, ovvero sul ponte che divide Houhai da Qianhai. Un minuscolo cartello indica “No Name Restaurant”, con una freccia verso destra. L’hutong sarà largo un metro e mezzo, nella zona restaurata, la porta non ha decorazioni se non un piccolo cartello al neon che lentamente varia di colore.

L’interno è una scoperta: luci soffuse e colorate, arredamento di gusto ovunque, dalla sala principale al bagno, con il lavandino incastonato di pietre trasparenti di vari colori. La parte che più merita, tuttavia, è il terrazzo. Quattro tavoli in stile coloniale, attorno i tetti dei siheyuan e le chiome dei grandi alberi pechinesi che si stagliano nere contro il cielo bianco della notte. Non un rumore, se non le voci sommesse di una coppia, lui britannico e lei cinese, che presto ci lasciano soli. Sono le nove di venerdì sera a Pechino, e siamo soli su un terrazzo circondati dal silenzio. Io sprofondo su un trono di vimini, mentre Dandan si allunga su un divano vicino. Alla luce soffusa di una candela alla vaniglia, gustiamo piatti profumati dello Yunnan serviti su una figlia di banano. Di tanto in tanto, una cameriera in costume tradizionale viene a controllare se abbiamo bisogno di qualcosa – non chiede, guarda un attimo, poi discretamente scompare.

Solo a Pechino, probabilmente, può capitare una serata del genere. Ed è per questo che ho deciso di vivere in questa città.

2007-04-12

I Due Draghi e le Tempeste di Sabbia

Titolare il post “Piove, Governo Ladro” sarebbe stato troppo facile. E infatti l’hanno fatto in troppi, sull’argomento. Quindi legherò la vicenda ad una leggenda di Pechino vecchia di secoli, che racconta di due vecchi draghi che, essendo innamorati di Pechino come del resto chi scrive, nonostante la loro condizione aliena avevano preso forma umana e vivevano in mezzo agli hutong insieme alla gente della lao Beijing.

Un giorno, dopo molte primavere in cui avevano vissuto nella capitale, la città fu assalita da numerose e feroci tempeste di sabbia, che la ricoprirono di un pesante velo di polvere. Poiché mai le condizioni atmosferiche erano state così avverse, i due draghi si insospettirono e decisero di mettersi in cerca della causa delle tempeste per proteggere la loro amata città. Fu così che, nei pressi della porta di Deshengmen, trovarono due mendicanti dall’aria eccessivamente cenciosa e sporca: una vecchia e un bambino, ciascuno con due sacchi, la prima pieno di grigia polvere, il secondo pieno di grigio cotone. I draghi si insospettirono e cercarono di fermarli per interrogarli, ma i due mendicanti tentarono di fuggire: inutilmente, perché i draghi li intrappolarono in un hutong, ciascuno bloccando uno degli accessi, e li innaffiarono con il loro soffio d’acqua, fino a che i due mendicanti confessarono di essere spiriti malvagi. Il bambino si buttò in ginocchio e vuotò il sacco di cotone, da cui uscirono nubi furiose, e i draghi le aspirarono nelle loro enormi fauci. Allora la vecchia vuotò anche il suo sacco, pieno di vento sabbioso, e i draghi cominciarono a starnutire, dando ai due spiriti il tempo di fuggire nell’aria verso i deserti del Nord. Quando i draghi si ripresero, attimi dopo, si lanciarono all’inseguimento. E da allora non furono più visti a Pechino.

Le tempeste di sabbia si calmarono per molti anni, ma infine ricominciarono a crescere in intensità, e per questo i pechinesi costruirono, nei pressi della porta di Deshengmen, uno yingbi (影壁), uno schermo contro gli spiriti, fatto di metallo e rapresentante i due draghi, e da allora la città fu protetta dalle grandi tempeste.

Lo schermo fu spostato durante i lavori di espansione della città nel 1946, e da allora le tempeste ricominciarono. Ma il governo non ha mai pensato di risistemare lo schermo al suo posto, e lo ha lasciato in un angolo del Parco Beihai come attrazione turistica. Invece, nella tarda primavera del 2006 ha deciso di portare indietro direttamente i draghi, le creature che dominano laghi e tempeste di pioggia.

Per tutta l’estate, si possono sentire dei forti rombi nel cielo, come tuoni, e poi la pioggia arriva e blocca le tempeste di sabbia facendo precipitare le particelle sottili a terra. Secondo l’agenzia di stampa nazionale Xinhua, la protezione civile sta sperimentando un nuovo metodo per proteggere Pechino e le future Olimpiadi dal cattivo tempo e dalle tempeste di sabbia: questa tecnica all’avanguardia consiste nello sparare in aria, con speciali cannoni, dei composti chimici che, a contatto con le nubi, le trasformano in pioggia. Oltre a bloccare le tempeste di sabbia, il metodo viene usato anche la notte precedente a una manifestazione: durante la notte le nubi si diradano, garantendo una bella giornata di sole per la cerimonia. Il risultato è che non si è mai avuta, a Pechino, un’estate più piovosa di quella del 2006.

E’ curioso notare come numerosi tecnici stranieri si dichiarino scettici sulla possibilità di causare pioggia artificiale sparando speiali soluzioni con i cannoni. Eppure si sentono rombi nel cielo e la pioggia cade. Che i due draghi siano tornati a proteggere la Pechino del ventunesimo secolo?

2007-04-10

Sicurezza parziale

Tempo fa era stato scritto un post sulla sicurezza, sul fatto che apparentemente ci sono guardie dappertutto. La sicurezza d’altra parte è in cima alla lista delle priorità del Partito da sempre, e non meraviglia che sia attuata con dovizia. Al di là della polizia, le guardie locali, i bao’an (保安), ci sono sempre state all’entrata dei xiaoqu e della danwei, e oggi anche dei gongyu (公寓), i compounds residenziali. Sono ragazzini, avranno sì e no vent’anni, e probabilmente non hanno mai ricevuto alcuna addestramento. Dubito che in caso di emergenza saprebbero come comportarsi e probabilmente scapperebbero. Una volta stavano sulle porte per registrare chiunque passasse, ma oggi non si usa più. Alle persone non fanno neanche caso, fermano qualcuno giusto se ha la faccia da ladro; ma se trovano uno straniero gli aprono direttamente la porta, perché dev’essere qualcuno di importante. Magari sta per suonare il citofono, loro corrono e aprono la porta, solo perché è laowai. Quelli che stanno al xiaoqu sono ormai parcheggiatori: registrano le auto che entrano ed escono, consegnando fogliettini per parcheggiare a lato strada. I taxi nemmeno li fermano, semplicemente spostano una specie di carrello che blocca l’accesso. A tarda notte capita spesso si trovare la guardia addormentata e dover suonare il clacson per entrare nel xiaoqu, oppure trovare il carrello direttamente a lato strada, visto che la guardia non vuole essere svagliata dai clacson di chi passa. Non c’è più disciplina nelle nuove generazioni, e del resto mi fa ridere chi dice che in Cina tutto viene schedato e controllato: basta far piano, muoversi in taxi o avere la lingua lunga o far finta di non parlare cinese per scavalcare qualunque controllo.

Ma ci sono anche altri controlli di sicurezza meno visibili, a Pechino. Ai tempi di Mao il sistema di informazione reclutava buona parte della popolazione civile: chiunque poteva essere uno di quelli che facevano rapporti periodici ai segretari di Partito sulla condotta di chi incontravano. Poteva essere la maestra di scuola di tuo figlio, o il lavandaio, o anche la tua vicina di casa. Oggi non si usa più, rimangono solo i portinai e gli ascensoristi, che controllano chi entra ed esce da un palazzo, tipicamente dalle 6 alle 24. Poi, visto che vanno a dormire, per precauzione chiudono la porta a chiave e staccano la corrente all’ascensore, che non si sa mai chi potrebbe entrare. D’altronde a gente per bene a quell’ora dorme. Vagli a spiegare che quando tu torni ubriaco alle tre del mattino hai voglia zero sia di litigare con la serratura arrugginita del portone, sia di farti a piedi le scale fino al tuo appartamento.

Portinai e ascensoristi conoscono tutti, e sanno a memoria le abitudini di chi passa di lì e tutti i visitatori. Spesso fanno domande invadenti. Molto probabilmente non fanno più rapporti periodici a chi di dovere, ma non c’è dubbio che siano istruiti a segnalare comportamenti “strani”, come gente sconosciuta che viene a orari improbabili o che comunque si comporta in maniera losca, a chi di dovere.

Il fatto che ovunque ci siano meccanismi di controllo garantisce la mia sicurezza di cittadino che non ha in mente nulla di criminale o sovversivo. L’unica cosa che mi scoccia è l’ascensore che viene staccato a mezzanotte: ma ho scoperto che armeggiando a dovere con la chiave della posta, la serratura scatta e la corrente riparte. Non è una sicurezza senza falle, con un minimo di furbizia la si aggira sempre. Ma in fondo è questo il bello, la grandezza della logica confuciana rispetto a quella occidentale. La legge non dev’essere uguale per tutti, e deve lasciare spazio a un po’ di spirito umano. So perfettamente che un professionista potrebbe entrare in casa mia e derubarmi. Ma i professionisti, che mi svuotano casa senza neanche svegliarmi, non mi fanno paura: chi temo sono i disperati, i tossici o i contadini ignoranti delle campagne che per uno spavento sono capaci di accoltellare. Questo apparato di sicurezza è tarato per funzionare contro di loro e, almeno fino a che la discipina non si allenta troppo e il numero di migranti rimane sotto controllo, io dormo sonni tranquilli.

2007-04-04

Xiaoqu

Quando, a metà del XIII Sec., i mongoli edificarono Camblau, o Dadu, la città che stava qui prima di Pechino, costruirono grandi viali paralleli e, tra un viale e l’altro, crearono gli hutong. Le aree delimitate dalle varie direttrici della città si chiamavano fang (访), un termne traducibile con “vicinato” o “quartiere”. Per ragioni di sicurezza ogni fang era circondato da una cinta su cui si aprivano dei cancelli sorvegliati, e dal tramonto all’alba nessuno poteva oltrepassarli. I mercati si tenevano fuori le mura, ma ogni fang era sostanzialmente autosufficiente, con un ortolano, un sarto, uno stagnino, e ogni servizio di base. Le famiglie che ci vivevano si conoscevano, ed esisteva un forte senso di comunità.

La logica non era cambiata sei secoli più tardi quando, nel 1958, Mao creò le Comuni Popolari e le danwei, ma per le unità più piccole venne restaurato il sistema del fang, ovvero un isolato circondato da grandi strade, attraversato solo da strade minuscole, e servito da scuole, ospedali, negozi di base, ecc., con tutti gli accessi sorvegliati da guardie locali. La Pechino socialista venne costruita sulla base del fang o, come venne rinominato per non suggerire collegamenti con i tirannici mongoli, lo xiaoqu (小区), il “piccolo distretto”.

La Pechino di Mao era un’insieme di cellule indipendenti e decentrate, ciascuna con una propria sezione di partito, un comitato di gestione, varie associazioni popolari e ogni cosa servisse a permettere agli abitanti di non dover mai uscire dai confini dell’abitato. Come una serie di villaggi tutti costruiti uno accanto all’altro. Decentramento totale.

Questo sistema resse in modo eccellente fino alla fine degli anni ’90, quando la specializzazione di zona lo rese obsoleto. Nel momento in cui la gente cominciò a recarsi alla stazione del treno, all’ospedale cittadino, all’università, nel CBD (City Business District), la popolazione dei xiaoqu si riversò nelle strade che li dividevano, spostandosi in massa e intasando la città. La pianta urbana di Pechino non era stata concepita per gestire una popolazione mobile. Macchine e bus circolano nelle grandi strade, ma queste sono troppo poche per reggere i volumi attuali: le vie dei xiaoqu sono troppo strette, sono strade di villaggio, allineate d’alberi e fatte per passeggiare o per andarci in bicicletta. E’ per questo che si può stare nel centro di un xiaoqu senza accorgersi di essere nella capitale della Cina. E’ quasi come essere in campagna: niente rumore di veicoli, e anche il ritmo della vita è tutta un’altra cosa, tutto accade in maniera più lenta, più tranquilla. I vecchi fanno ginnastica, i bambini giocano in mezzo alla strada, le massaie si trovano davanti al fruttivendolo o dal barbiere e se la raccontano per tutta la mattinata. Un modello di urbanistica venuto dal passato e forse la salvezza del futuro.

Gli urbanisti di Pechino si sono resi conto di tutto ciò, e la soluzione da loro trovata è tipica della burocrazia irresponsabile e ottusa: siccome la struttura dei xiaoqu rende gran parte della città inaccessibile al traffico, occorre aprire delle strade a 4-6 corsie nel mezzo di ogni xiaoqu, in modo da creare valvole di sfogo per i mezzi a motore. Sta già accadendo: nel 2003 gli splendidi hutong di Dongzhimen sono stati spianati per edificare il più giovane dei xiaoqu, quello in cui abito, Min’an Xiaoqu (民安小区), il Piccolo Distretto della Pace del Popolo. Tagliato da est a ovest dalla Min’an Jie, una bella via a quattro corsie che, passando davanti all’ambasciata russa, connette il Secondo Anello con Dongzhimen Bei Xiaojie. Sempre vuota, la maggior parte dei tassinari nemmeno la conosce a quattro anni dalla sua costruzione. Entro il 2010 la Min’an Jie sarà allungata, spianando la parte centrale degli hutong di Beixinqiao, in modo da raggiungere le porte del Tempio della Macchia di Cipressi e il Tempio dei Lama, e poi continuare sul tracciato di Fangjia Hutong, una bellissima strada piena di case tradizionali risistemate a affittate a singole famiglie. Che sarà allargata fino ad avere una dimensione circa tripla dell’attuale.

Per quanto mi riguarda, cerco di godermi la mia pace da xiaoqu, finché dura. Prima o poi i tassinari impareranno a prendere la Min’an Jie e la mattina, invece del silenzio, sentirò il rumore dei clacson e del traffico di Pechino. Niente più gente per le strade, ma moderne automobili straniere, apatiche e anonime come ogni oggetto destinato al mercato di massa. Ma per oggi, non ancora. La Pechino dei miei sogni, ancora per un poco, vive.

2007-04-02

Decentramento

Uno dei luoghi comuni più sbagliati sui cinesi è che siano un popolo organizzato. Sono docili, sì, non litigano come facciamo noi per ogni cosa, non si innervosiscono e per questo mantengono in essere la loro complicatissima società e burocrazia senza che il tutto esploda in una rivoluzione violenta ogni mese. Ma non sono organizzati.

In effetti venendo a contatto con una struttura organizzativa cinese ci si rende immediatamente conto di due cose: la gerarchizzazione estrema e la mancanza di comunicazione tra i soggetti. In pratica il vertice dovrebbe al corrente di tutto e controllare tutto: delegare ad alcune persone sotto di esso le varie attività, e queste persone fare rapporto periodicamente al centro, e ad esso riferirsi per tutte le decisioni importanti. Questa struttura potrebbe essere efficiente in una famiglia di qualche decina di persone, ma non in grandi aziende o amministrazioni statali. Quel che accade è che, in organizzazioni estese, i rapporti tra soggetti si perdono nel mare dei numeri, e tutto rimane paralizzato dalla mancanza di fogli, timbri e firme.

La Cina, al contrario di quello che si pensa generalmente, è lo Stato con il più alto grado di decentramento amministrativo al mondo. Il governo di Pechino emana linee guida e leggi quadro, ma poi sono le Province a rimepire i buchi, e sotto di loro le città e le contee. Il risultato è che gran parte delle norme di diritto civile e commerciale varia a seconda del luogo. Negli anni’ 80 un economista aveva dimostrato che la province cinesi erano più integrate con i mercati esteri che con quello interno, ovvero che siccome ogni contea aveva i suoi dazi e le suo norme, era più facile ed economico per una città vendere alla Svizzera piuttosto che al villaggio 100 km più oltre, se non altro perché la Svizzera aveva una dogana sola, mentre sulla strada di 100 km c’erano almeno 5 posti di blocco appartenenti ad autorità diverse. Ancora oggi la spesa pubblica è diversa da luogo a luogo: anche se il governo pubblica il Piano Quinquennale, che illustra le linee guida della crescita economica, alle autorità locali spetta il 70% del budget pubblico, uno dei più alti al mondo. Senza contare le tasse discrezionali, ovvero 27 diverse imposte che possono essere create “fuori budget” da una qualunque autorità.

E non solo la pubblica amministrazione si comporta in questo modo. Trasferendomi a Pechino, ho una brutta sorpresa: l’ufficio locale della Bank of China non è in grado di accedere al mio conto, nemmeno per dirmi quanti soldi ho, perché il suddetto conto è stato aperto all’ufficio di Shanghai. 没有关系, dicono, non c’è relazione. Ma siete o no la Bank of China, è la stessa banca, no? Sì, mi dicono, ma li uffici sono diversi, così diversi che se non torno a Shanghai non posso nemmeno trasferire i miei soldi dal conto vecchio a quello nuovo. Una volta a Shanghai, devo peraltro compilare un modulo di pagamento a me stesso, perché il trasferimento da un conto all’altro per filiali diverse non è previsto.

La situazione mi ricorda inequivocabilmente il feudalesimo di Carlo Magno, quello che si studia alle elementari. Il Re sopra, poi i duchi, i conti, i baroni, vassalli e valvassori. Ci si parla solo dall’altro al basso, non ci sono rapporti tra pari. E’ un mondo di privilegi e scatole chiuse dentro cui nessuno può guardare, e anche i pochi che potrebbero non guardano per pigrizia. Solo che trovarmi davanti al feudalesimo di Carlo Magno nel XXI° secolo mi fa strano non poco.

Questa situazione di decentramento è vera anche per il settore privato. Prendiamo l’azienda partner di quella per cui lavoro in quel periodo. 16.000 dipendenti, sede centrale a Nanchino, proprietà unica del signor Zhu, 15 anni fa comune macellaio dell’Anhui, oggi ventisettesimo uomo più ricco della Cina. Esiste una divisione per le carni fresche e le carni trattate, che non si parlano e hanno due general manager separati, rispettivamente il signor Bi e un altro signor Zhu, parente del titolare, ma più giovane. Quella delle carni trattate è divisa in parte produttiva, con una decina di fabbriche sparse per la Cina, che rispondono diettamente al capo di Nanchino, il signor Zhu minore. Poi il marketing, che sta solo a Nanchino e parla solo con Zhu minore e i suoi assistenti. Poi c’è l’ufficio commerciale, diviso tra grande distribuzione e food service, ancora due strutture parallele con capi che riportano a Zhu minore. Gli uffici commerciali sono sparsi per tutta la Cina: ognuno ha un responsabile che riporta a uno dei due manager commerciali di Nanchino.
Fin qui nulla di strano, senonché né i vari responsabili locali, né i manager di Nanchino, né Zhu minore o i suoi assistenti, hanno un indirizzo e-mail. La maggior parte non ha nemmeno un computer, che del resto non saprebbe usare.
Zhu maggiore non si vede mai. Zhu minore, i suoi assistenti, e i manager della sede centrale di fatto passano la loro vita a viaggiare in treno o automobile (l’aereo costa troppo) da un capo all’altro della Cina, solo per incontrare i responsabili e farsi raccontare come vanno gli affari. Esattamente come, nell’800 d.C., faceva Carlo Magno con i suoi vassalli.
E questa è l’azienda leader nel settore della carni in Cina, anno del Signore 2007.

Con questo, vi siete fatti un’idea del mostro burocratico con cui devo confrontarmi ogni fottuto giorno, che io stia al lavoro, vada in banca o usufruisca di un servizio pubblico.

2007-03-31

Le bollette

Uno degli shock culturali più duri che si trova ad affrontare un italiano a Pechino è il pagamento delle bollette. Certo, tanta gente preferisce abitare nei bei compound dove il management parla inglese e tutte le spese sono incluse nell’affitto. Ma chi decide di abitare in una residenza più modesta e meno internazionale non sfugge all burocrazia squisitamente cinese, tanto che pare che dai tempi dei vari ministeri controllati dai mandarini all’insaputa dell’imperatore non sia cambiato nulla.

Jack cerca di spiegarmi, nel suo cinglese malamente formulato, come fuzionano le varie cose. Sembra che ci tenga molto, e anche Wang Li annuisce serio, anche se non capisce nulla di quel che Jack dice. E’ così che apprendo con sconcerto che le cose stanno nel seguente modo:

Il gas che si usa in cucina e per riscaldare l’acqua si utilizza tramite una carta prepagata verde, da inserire nel contatore in cucina. La carta va controllata ogni tot, e quando sta per scaricarsi bisogna recarsi all’ufficio del management di quartiere, un seminterrato inquietante con dei signori che hano l’aria di stare seduti a chiacchierare e giocare a carte tutto il giorno. Loro caricano la carta che va reinserita nel contatore. Se la carta si scarica e non è stata caricata, il gas viene tagliato.

L’elettricità si paga con una carta blu in un astuccio di plastica, e il contatore sta sul pianerottolo. Per qualche strano motivo il management non la carica, ma bisogna andare in banca. Anche questa, se si scarica, blocca la fornitura all’appartamento.

L’acqua non ha una carta: c’è una bolletta trimestrale che viene inviata via posta, e va pagata sempre in banca.

Anche il telefono si paga in banca, ma la bolletta non viene inviata, occorre recarsi ogni mese, tra il 10 e il 25, e dichiarare il proprio numero di telefono per avere il conto.

L’ADSL si paga invece sulla base di una regolare bolletta, questa mensile, solo che non si presenta in banca ma occorre andare all’ufficio più vicino della China Telecom, ufficio di cui peraltro nessuno sembra conoscere l’ubicazione.

Infine c’è il boccione dell’acqua potabile. Qui si telefona al management, ma a un altro ufficio rispetto a quello del gas, e un omino viene inviato a consegnare il serbatoio. Occorre pagare un deposito di 50 kuai per il primo boccione, se no magari qualcuno lo ruba (?).

Mio malgrado mi trovo ad annuire scioccamente, alla maniera cinese, davanti a Jack e Wang Li. “Nessun problema” dico. Davvero nessuno.

A distanza di otto mesi, la situazione è questa: il pagamento del gas è stato trasferito dal management di quartiere alla banca, ma non una qualunque, solo la Bank of Beijing, che è quella più lontana da casa mia. Il contatore dell’elettricità non è mai sceso di una virgola, 205 “punti” come ad agosto: secondo Wang Li è perché il palazzo è nuovo, quindi la società elettrica ha fatto gli allacciamenti ma non ha ancora effettuato le pratiche per calcolare il consumo (tradotto, sono otto mesi che non pago la corrente e il tutto è perfettamente legale). La bolletta dell’acqua non è ma arrivata, ma finché continua a scorrere nei miei rubinetti non mi preoccupo (ah, la pazienza che si impara in Oriente!). Il telefono si paga secondo le informazioni datemi da Jack, solo che al suo costo viene aggiunto l’ADSL, per cui non occorre andare a cercare la China Telecom. Il boccione dell’acqua pare l’unica cosa che funziona in modo veloce ed efficiente, senonché l’acqua fa schifo, perché sa di amaro o, se si cambia marca, di cloro. L’acqua buona non la tengono perché “costa troppo” e secondo loro non si vende, quindi se la voglio avere devo ordinarla a un’altro management di quartiere cercando di covincere l’omino a fare un pezzo di strada in più per farmi avere acqua decente. Fatica sprecata.

Ancora a nessun cinese è venuto in mente che, forse, sarebbe utile uniformare i pagamenti di questi servizi. Il motivo? La feudalizzazione e il decentramento amministrativo. Cercheremo di approfondire l’argomento nel prossimo post.

2007-03-27

Casa

Da mesi non riesco a dormire bene, e stamattina mi sveglio alle otto e mezza, con la parete che vibra ai suoni di un martello pneumatico nell’appartamento adiacente. E’ solo alle dieci e mezza che il rumore la vince e mi scuote dal mio sonno. Non è lo stesso posto dove mi sono svegliato altre volte: il rosa della camera è più rosa, la luce più luminosa, al suono dei lavori in corso si aggiunge quello delle cicale d’agosto. Sono a Pechino. Nel mio appartamento di Pechino.

Sono tre anni che cerco di tornarci a vivere, ed eccomi qui. Ho una ragazza che sta dall’altra parte della Cina, un lavoro che sto cercando di lasciare, non vedo l’Italia da sei mesi e ho tante cose da fare che l’idea stessa di dormire una volta almeno otto ore è utopica. Gli scatoloni del trasloco non sono ancora arrivati. Lavo il posacenere e ci verso dentro il latte comprato ieri sera alle due al ventiquattr’ore; un panino al cioccolato di pasticceria finto francese; succo di pompelmo e Yakult. Fuori dalla finestra le cicale cantano assordanti e il loro suono si confonde con quello dei trapani. Gli alberi sono antichi e verdi, e coperti d’edera come le case. Per cinquanta metri, ricado all’interno di Dongcheng, la parte orientale della vecchia Pechino degli Yuan. Al di là di un centro commerciale in costruzione, stavano le mura erette dai Khan.

Qualunque cosa succeda, adesso sono qui. Oggi celebro la mia vittoria, e posso dire di essere felice.

2007-03-24

Taxi Bus

Un mezzo di trasporto peculiare dei Paesi in via di sviluppo, che comunque rimane ancora nella Pechino del ventunesimo secolo è il taxi bus. Un bus percorre un percorso predefinito e chiede il biglietto in base a un tariffario fisso – tipicamente da 1 a 3 RMB. Un taxi segue il percorso preferito dal cliente e applica una tariffa variabile sulla base del tassametro. Un taxi bus è più complicato.

Si prende un pulmino, tipicamente un miandi bianco, con i sedili slabbrati, i finestrini unti, bloccati e/o rotti, e con una marmitta che sputa fumo nero che nemmeno una ciminiera. Lo si parcheggia in un luogo dove passa molta gente, di solito una stazione della metropolitana della periferia. Ci si mette di due: uno guida, l’altro fa il bigliettaio. Il bigliettaio si mette sul marciapiede in mezzo al flusso di persone, e più è rozzo meglio è: d’estate sta a dorso nudo con la maglietta sulle spalle a mo’ di straccio per il sudore; d’inverno con un montone dell’ante-Liberazione riparato in più punti, ma non in tutti; l’importante comunque è che sappia urlare in beijinghua’r (ovvero dialetto pechinese), scandendo la generica direzione del bus e attirando i potenziali passeggeri. Il passeggero interessato si avvicina, descrive al sua meta, e il bigliettaio risponde con un grugnito e una mano tesa a chiedere un kuai, oppure con un grugnito e una mano agitata in segno di negazione. Nel primo caso il passeggero sale, e il bigliettaio ricomincia a gridare, o ringhiare, la destinazione agli altri passanti. Dopo un tempo che va dai dieci ai trenta minuti il pulmino s’è riempito, e allora si parte. Mano a mano che i passeggeri scendono, il bigliettaio cerca di tirarne su altri per sfruttare tutti i posti disponibili: quando si passa un crocchio di persone l’autista decelera, il bigliettaio apre la portiera (se c’è), si sporge e urla la destinazione; se qualcuno si mostra interessato, si ripete la scena di prima, e caso mai il passeggero sale. In tutto questo, il pulmino non si è mai fermato del tutto. Se una persona è anziana magari ci si ferma, altrimenti il passeggero corre e salta.

Mi capita di prendere uno di questi bus l’ultima domenica di luglio. Ho chiesto ai padroni di casa di vedere i mobili assieme, e dopo una lunga discussione hanno preferito farmeli vedere a catalogo. “No problem, wery guda furnichur!”. Domenica pomeriggio mi chiamano in panico, chiedendomi di andare con loro perché non c’è la camera che hanno visto sul catalogo. Un’ora di Metro fino alla terzultima stazione ovest della linea 1, e poi Wang Li, maglietta da giocatore di basket, pantaloni sopra il ginocchio, scarpe di vernice, calzini di cotone neri tirati su a metà polpaccio e marsupio in spalla, mi invita a salire sul pulmino. La moglie, capelli nerissimi cotonati, vestito di lino blu e gambaletti color fumo, paga per me. Sopra il bus, la folla di personaggi è decisamente varia: di fianco a me uno studente che vorrebbe essere cool: jeans di tre taglie in più, una delle gambe arrotolata fino al ginocchio, capello lungo e laccato, cellulare all’orecchio con musica pop cinese a palla, cicca e borsa finto militare che usa anche per asciugarsi la bocca e il naso. Più avanti, la classica vecchia massaia cinese: vestiti lavati tante volte con detersivi chimici che i colori si sono fusi e ormai si fa fatica a distinguere maglietta da pantaloni, gambaletti color carne, ciabatte, capello corto e sguardo apatico, seduta in un angolo a gambe larghe. Ragazza alla moda, capello laccatissimo, un etto di cerone bianco in faccia, grassottella, unghie delle mani ognuna di un colore diverso e brillante, quelle dei piedi tutte azzurre, ciabatte, lettore mp3, sguardo annoiato. Musulmano arricchito, faccia cinese, pelle scurissima, baffo nerissimo, polo blu scuro a righe, pantaloni neri, scarpe di vernice impolverate, calzini di cotone bordeaux, unghia del mignolo lunga un centimetro, e il suo status symbol: un bastone in legno scuro con pomello di finto oro. Ci si appoggia orgoglioso, lo fa girare in mano, lo guarda incantato, e se lo tiene ancora incartato nella sua plastica, se no mica si capisce che è nuovo. E’ contentissimo.

Fuori dal finestrino scorre Pechino ovest, con i suoi vecchi edifici circondati da alberi, il distretto di Fengtai dove i grattacieli e i mall di Chaoyang non sono ancora arrivati. Si respira un’aria diversa qui. Arriva il momento della discesa: il negozio di mobili. Tutto copiato da Ikea ma a metà prezzo. In questi posti, forse, con il taxi o il bus normale non ci si arriva.

2007-03-20

In cerca di casa

Finalmente il tempo del mio trasferimento tanto agognato si avvicina, e il 24 luglio torno a Pechino per cercare casa. Contatto due agenti, ma nonostante le rassicurazioni dei miei amici residenti sul mio ampio budget, trovo solo sistemazioni brutte e costose. Pare che tutti gli appartamenti di Pechino soffrano di due enormi difetti: i bagni senza finestre e le finestre delle camere da letto che guardano in altre finestre di camere da letto. La filosofia del siheyuan è rimasta quella, e i compounds hanno tutti grandi corti centrali, ma gli edifici sono di gran lunga troppo vicini, e la privacy non esiste. Contatto quindi due altri agenti, aiutato da Irene, e dopo innumerevoli visite e giochi di diplomazia per mettere agente contro agente, il rapporto qualità prezzo delle case che mi fanno vedere migliora costantemente. Questo non mi impedisce di ritrovarmi davanti a scene tipicamente cinesi quali: letti in falso stile Luigi XVI con testiera in finto cuoio rosso borchiato; divani in pelle di mucca; e figli delle padrone di casa senza pannolino che, mentre io contratto con la madre, pisciano pacificamente sulla sedia del salotto.

Ma alla fine lo trovo: un appartamento piccolo, molto intimo, con vista su alberi e case vecchie, con una luce stupenda e a un prezzo più che accettabile. Senza mobili. Mi preoccupo di definire che i mobili li sceglierò insieme al padrone di casa, Wang Li, un signore che fa il manager delle risorse umane al Landao, e la moglie, una signora elegante e con un sorriso stupendo. Dopo un’ora di contrattazione mediata da Jack, l’agente, nel suo inglese rudimentale, ci accordiamo sulla scelta a catalogo. E allora faccio un errore madornale: sono talmente felice di stare a Pechino e di starci a lungo, che intravedo il potenziale di una casa ancora senza mobili e prendo la decisione: voglio fare la camera da letto con le pareti rosa!

La botta di creatività mi è fatale: mostro a proprietari e agente una foto dell’appartamento di Shanghai e, dopo due ore e diverse telefonate a vari amici sinologi, pare l’abbiano capita, e ci accordiamo nel seguente modo: io pagherò la vernice e Jack l’operaio. Per pura fortuna quel pomeriggio Irene lavora, Jingyi è a Tianjin, Patti deve stare dietro ai genitori in visita, e io incontro Joe al Bookworm con una sua amica, Rebecca, una PR laureata in Filosofia Scientifica. Me li porto dietro al negozio di vernici, e poi all’appartamento: e qui scopro la catastrofe. Jack non ha capito un beato cazzo di quello che ci siamo detti.

Nella casa, i proprietari guardano intimiditi Jack che, con una sigaretta in mano dirige due operai con assi di legno, seghetto e cemento stanno applicando uno zoccoletto di legno in tutta la stanza, tra i muri e il soffitto. Non lo volevo, ma d’altra parte anche se non l’avevo chiesto, lo zoccoletto appariva nella foto dell’appartamento di Shanghai, e quelli l’hanno copiato pari pari. E’ anche bello lo zoccoletto, sennonché Jack chiede 800 kuai per pagare gli operai e altri 240 per lo zoccoletto. Seguono due ore di discussione alla cinese tra Jack, i due operai cinesi – torso nudo e sigaretta in mano – Joe e Rebecca, mentre io e i proprietari assistiamo incerti ad ogni nuova mossa: urla, minacce, dita puntate al viso, lamenti, suppliche, lezioni di morale. Jack non ha capito un assoluto cazzo di tutto quello che ci siamo detti, e testardamente non vuole cedere su nulla, e prende Joe per sfinimento. Alla fine gli operai abbassano il prezzo, e Jack accetta di pagare 40 simbolici yuan di tasca propria. Gli altri 800 li metto io. Rebecca stila un contratto su due piedi e zittisce tutti leggendolo, traducendolo,e facendolo firmare ai presenti. Joe commenta che Jack non è in malafede, è genuinamente cretino e credeva di fare del bene, solo che non ha ascoltato quello che ci siamo detti in due ore la mattina stessa.

Il giorno dopo la mia camera è finita. Non è male, anzi, soprattutto dopo che faccio rifare i contorni delle porte e del calorifero da capo. Alla fine sono tutti contenti, Gli operai prendono i soldi e se ne vanno, Jack corre a vedere un altro cliente, Irene venuta a tradurre apprezza un po’ tutto l’appartamento; mercoledì farà un salto per controllare l’arrivo dei mobili. Salutiamo i padroni di casa. Tra una settimana, comincerò a vivere qui.