2006-07-29

Ancora in cerca di sistemazione


Il secondo giorno di ricerca, una domenica pomeriggio, si concentra sugli ostelli, e in particolare sull’Ostello Internazionale della Gioventù che sta sul Terzo Anello, proprio alle spalle dell’Hotel a 5 stelle Great Dragon. E’ una costruzione bassa e di colore giallo ocra: pieno di stranieri giovani che vanno e vengono, e che lasciano me e Massimiliano a goderci lo spettacolo per qualche minuto. Sfortunatamente, il servizio è tutto tranne che buono: gente distratta, demotivata, che ci mostra le camere senza dimostrare grande interesse. E le camere… orribili, quattro posti letto incastellati a due a due, e costose. E il bagno al piano… lercio e umido a livelli indescrivibili. No, io non ce la faccio a stare qui, e anche Massimiliano non è tanto convinto. Sicché butto lì un’idea stramba: andiamo a vedere il Poachers.
Ho sentito parlare del Poachers da un vecchio stagista dell’ambasciata che ci era stato. Anche il Poachers è un ostello, e anche se non è proprio comodo per andare in Camera di Commercio, dove lavoriamo, sta nel cuore di Sanlitun. Sanlitun, ma ci pensi?!? Massimiliano è scettico, ma mi concede una possibilità.
Poachers sta in una minuscola traversa di Sanlitun che non ha nome, e se ce l’ha a distanza di quattro anni non l’ho ancora scoperto (cartelli non ce ne sono). Da una parte c’è l’entrata del Poachers Bar, alle spalle e sopra il bar c’è l’ostello, cui si accede dal retro, in un vicolo che certamente non ha mai avuto un nome. La zona è verde e tranquilla, e i prezzi sono bassi. Andiamo al banco ma, contrariamente a quanto proclama il sito internet, il ragazzo della reception non parla inglese, e anzi ci dà l’impressione di essere mentalmente ritardato; ma dopo svariati tentativi riusciamo a fargli chiamare Zhu Li, ovvero Julie, una donna grassa con piccoli occhiali tondi che stava probabilmente dormendo ma tutto sommato si dimostra gentile. Chiediamo di vedere una camera che non stia sopra il bar, onde evitare il casino del weekend, e ce ne danno una dall’altra parte, che guarda al cortile interno e al vicolo senza nome. Per i corridoi silenziosi si incrocia di tanto in tanto qualche straniero, evidentemente un viaggiatore, che saluta e sorride. Un paradiso, e dopo una contrattazione breve spuntiamo anche un ottimo prezzo, 60RMB al giorno colazione compresa. Direi che è deciso, da settimana prossima ci trasferiamo qui.

 

2006-07-23

In cerca di nuova sistemazione


La vita al Dabei con Massimiliano procede bene: ci troviamo a nostro agio assieme, e abbiamo ingranato con la nostra routine. Al mattino si fa la strada assieme commentando sui cinesi che si incrociano. La sera si cena in qualche ristorante della zona, poi in camera. Ci si chiacchiera bene con Massimiliano, è una persona intelligente, aperta mentalmente, e spiritosa.
E’ lui che, più esperto di me in residenze fuori casa, mi spinge a cercare un altro posto dove vivere. Io sarei anche rimasto al Dabei, vuoi per inerzia mentale, vuoi per mancanza di immaginazione. Lui suggerisce di cercare un posto dove ci sia più vita, più stranieri, più compagnia.
Marco ci ha scoraggiati, dicendo che trovare un appartamento per tre mesi non è possibile ad un prezzo onesto. Falsissimo, ma al tempo ci crediamo, e seguiamo il suo suggerimento di provare in un residence. Marco ci ha dato tutte le dritte: chiedere nel tale hotel, parlare con il manager, fingere di essere in attesa di un lungo contratto, quindi chiedere un minimo di tre mesi ma suggerire una permanenza più lunga, senza prendere alcun tipo di impegno. Ci proviamo un sabato pomeriggio, grigio e pigro come gli altri.

L’hotel Melody sta in piena zona russa, nei pressi di Chaoyangmen. E’ un edificio d’angolo a pochi piani, ricoperto di piastrelle bianche e luminarie di ogni colore. Anche se da fuori sembra bruttino, l’interno è decisamente lussuoso, con pareti ricoperte in legno scuro e poltrone di pelle. Impieghiamo una ventina di minuti a far capire alla receptionist, che avrà 16 anni, che vogliamo affittare una camera a lungo termine e dobbiamo contrattare un prezzo con il manager. Finalmente, dopo averci presentato quattro o cinque volte la tariffa giornaliera, la ragazza ingrana e telefona a qualcuno.
Poco dopo, viene ad accoglierci una bellissima ragazza, con capelli lunghi e lucenti, jeans molto stretti e scarpe a suola alta. Ormai l’abbigliamento dei cinesi non ci stupisce più di molto, quindi non facciamo caso più di tanto alla cosa. La ragazza si presenta in un inglese semplice ma comprensibile, e ci fa accomodare su delle poltrone, in attesa del manager dell’hotel. Chiacchieriamo con lei e scopriamo che è mongola, e molto simpatica e gentile.
Poco dopo, riceve una telefonata al cellulare e comunica che il manager è pronto a riceverci nel suo ufficio, al piano superiore. Un bellissimo ufficio in legno scuro e poltrone di pelle nera. Il manager è vecchio e grasso, con la pelle scura e incartapecorita, e non parla una parola di inglese. Ci sediamo al tavolo con lui, con la ragazza e con un ragazzo cinese estremamente grasso, che funge da interprete in un inglese piuttosto buono rispetto alla media dei suoi connazionali. Le trattative sono serrate, diciamo tutto quello che Marco ci ha detto dire e spuntiamo uno sconto non male, anche se il costo della camera al mese rimane più alto del Dabei. D’altra parte la location è comoda, ci diciamo, e gli interni sono lussuosi. Chiediamo di vedere la camera.
La camera è enorme, elegantissima e luminosa, con pareti in legno scuro e moquette bianco panna. Fanno bella mostra di sé una pianta vicina alla finestra, un televisore di dimensioni enormi, e un letto a tre piazze, certamente il più grosso che io e Massimiliano abbiamo mai visto.
“Non ci sarebbe una camera a due letti?”
La domanda stupisce i cinesi.
“No, abbiamo letti singoli… king size!” sottolineano.
“ …grazie… ci penseremo e vi faremo sapere” rispondiamo, ragazzini ingenui.

Quando lascia la tua casa in Italia e vieni a Pechino, a 23 o 24 anni, non hai ancora la malizia per capire che il quartiere russo è uno dei principali centri della prostituzione in ogni città del mondo. E che il Melody non è un residence, ma un KTV dove gli uomini d’affari vanno ad ubriacarsi, cantare al karaoke e godersi la compagnia delle ragazze mongole. Che le camere hanno tutte letti king size perché i clienti ci vanno con le puttane. E che Marco, con il suo atteggiamento da esperto di Cina, non ha capito un c***o di tutto questo anche se di anni ne ha 27.

“Carina la ragazza mongola… ma che funzione avrà all’interno dell’hotel?”
“Sarà la PR, hai visto com’era vestita?”

Christian e Stefano

中国北京大北窑=CBD

La Bocconi è talmente disorganizzata che all’inizio del 2003 spedisce due studenti, uno di 23 anni e l’altro di 22, in Cina, e si dimentica di informarli l’uno dell’altro. Per vie traverse, vengo a sapere di Christian un paio di giorni prima della partenza. Lui fa lo stagista da nello studio legale italiano più famoso in Cina, che ha la sede a 5 minuti a piedi dal Jingguang. Ma ormai è tardi, abbiamo già entrambi prenotato il volo e la camera, e non ce la si fa a trovare un posto comune per stare. Mentre io sto nel mezzo del nulla all’hotel Dabei, Christian sta in un ostello per giapponesi nei pressi del Lufthansa Centre, molto più a nord.
I contatti sono difficili i primi giorni, e ci si sente per lo più via mail. Quando si passa al cellulare – Vaira gentilmente mi presta una tessera cinese extra che inserisco nel mio telefono italiano – siamo comunque troppo impegnati e stanchi per vederci spesso. Di tanto in tanto, però, si riesce a pranzare o cenare assieme.
Christian, nella memoria, è rimasto un po’ il ragazzo sfigato di Pechino. Non perché sia sfigato di suo, anzi è molto sveglio e in gamba. Ma gliene capitano di ogni. I suoi racconti dei compagni di camera sono fantastici, e il migliore rimane il giapponese che non parla inglese, arriva in camera e dorme. Poi si alza e se ne va. I due semplicemente non comunicano, né il giapponese sembra interessato a farlo, e l’unica sua apparente attività è quella di spargere forfora in ogni angolo della minuscola stanza.
Alla sfortuna della location, della compagnia, e del prezzo (decisamente alto), si aggiunge la sede di lavoro. Lo studio legale dove lavora Christian è famoso per essere totalmente privo di scrupoli, e sfruttare gli stagisti in modo turpe. Da noi in Camera di Commercio si lavora sodo, ma Christian tira le nove tutti i giorni, e spesso gli tocca anche andare in ufficio nei weekend a rivedere bilanci. Lo obbligano a portare la cravatta mentre i suoi capi vanno in giro con la camicia sbottonata. Spesso rimane solo, la sera, in ufficio, e una volta gli capita pure di ricever la visita di un ladro, un povero adolescente che una volta nello studio si rende conto che non ha idea di cosa rubare: i documenti non li capisce, e per lui non valgono nulla. Christian riesce a chiuderlo dentro un ufficio e a chiamare la sicurezza, che preleva il poverino e lo porta via, per non essere mai più visto.
In ogni ufficio credo circoli una leggenda sullo stagista più sfigato della storia. Quella della Camera di Commercio racconta di un bocconiano indisponente e inetto che per errore ha cancellato dei dati dal server ed è stato rispedito indietro che non era nemmeno a metà periodo, perdendo tutti i benefici della borsa di studio. La leggenda dello studio legale è peggiore: il loro bocconiano inetto era stato incaricato di “censire” le macchie sui muri e riportarle al management del Kerry Centre, in modo che venissero cancellate.
Dai racconti di Christian sembra che anche i suoi colleghi siano personaggi mica male, dal capo romano grasso e arrogante che non fa nulla da mattina a sera, alla contabile cinese isterica che insulta gli stagisti in inglese da un capo all’altro dell’ufficio. Ma la leggenda vivente è Stefano, il collega di Christian che gli fa da tutor e spesso lo segue quando i due escono dall’ufficio e raggiungono me e Massimiliano al ristorante o al mercato.
Quando lo conosco, Stefano mi pare un trentenne. Occhiali tondi, piazza che avanza, abiti da yuppie rampante e slogan da arrampicatore sociale. Più tardi scopro che ha la mia stessa età, solo che ha fatto lo stage l’anno prima di me, si è già laureato col massimo dei voti, ed è stato assunto dallo studio legale, dove lavora quasi tutto il suo tempo. Quando non lavora, studia per prendere la seconda laurea in giurisprudenza, imposta dallo studio a tutti gli assunti, e di tanto in tanto prende ferie per andare in Italia a dare esami. Genera frasi fatte a rotazione, tutte sulla falsariga di “No pain, no gain” e simili proclami da superuomo sopravvissuto. Massimiliano lo adora e non perde mai occasione di dargli corda, ridendo come un matto. Alla fine Stefano è un buono, adorabile in fondo nella sua innocenza, come quella volta che pontifica sulle donne e su come possono rovinare la carriera di un uomo, sulla sciocca dipendenza dai lombi e sull’indipendenza che dovrebbe avere l’uomo in carriera; e che, alzandosi da tavola, lascia cascare dalla tasca una manciata di preservativi e diventa rosso come un semaforo. Gli vogliamo tutti bene, e anche lui, come Christian, entra nel novero dei personaggi indimenticabili di Pechino.

2006-07-21

Chai e gli hutong

Chai

Pechino è un grande cantiere. Una città millenaria che, senza alcun apparente rispetto per le proprie radici, si autodistrugge quotidianamente per ricostruirsi più grande e più stalinista, in vista delle Olimpiadi del 2008. I cantieri sono ovunque e lavorano senza sosta, giorno e notte, sotto sole, luna, nubi, nebbia, neve, pioggia e vento. Qualche volta, si ferma per le tempeste di sabbia, ma solo per quelle grosse.

Interi quartieri di case tradizionali, i siheyuan (四合院), vanno distrutti continuamente. I siheyuan, letteralmente “corti a quattro lati”, sono case a un solo piano e a pianta quadrata, sviluppate attorno a un cortile interno, e raccolte in isolati separati da hutong (胡同), i vicoli stretti della vecchia Pechino. Sono case vecchie, abbandonate a sé stesse, prive di acqua corrente e spesso anche di luce. Sono un tesoro dell’umanità, e la matrice del tessuto sociale dell’antica Pechino, dove la vita pubblica si svolgeva nell’hutong, e quella privata nel siheyuan. Invece di restaurare, la municipalità spiana, rimborsa gli abitanti con grandi appartamenti in palazzi di periferia a venti piani, e dove c’era una parte storica di Pechino costruisce un megamall o un grattacielo commerciale.


Avevo letto di questo stupro nei libri di Terzani, ma vederlo con i propri occhi è diverso. Passeggio per strade senza tempo, dove la gente stende i panni, gioca a scacchi, chiacchiera con il vicino di casa, e vedo ovunque lo stesso carattere, chai (拆), “distruzione”. Come si segnano gli alberi da abbattere in una foresta da legname, così a Pechino si marchiano gli edifici condannati. E sono ovunque, tracce di storia che non rimarranno, se non nella foto di qualche laowai. La memoria della gente locale, anche quella sparirà dopo la diaspora in periferia. E quando gli chiedi che faranno dopo che il loro quartiere avito non esisterà più, quelli rispondono “staremo nella nostra bella casa nuova!”. Sono contenti. Li prenderei a schiaffi quando sorridono e indicano il carattere chai. Non capiscono quello che perdono. D’accordo, avranno acqua corrente, luce, telefono, forniture di gas via tubo e non via bombola. Ma perderanno la loro identità, sperduti in appartamenti senza nome, riconoscibili solo da serie di quattro cifre, senza conoscere la faccia dei loro vicini di casa, spaventati nell’uscire di casa in un quartiere di sconosciuti, in parte immigrati da altre zone che non parlano la loro lingua e se non trovano lavoro si danno alla criminalità. Per andare a fare la spesa o una qualsiasi commissione prenderanno l’autobus. Non usciranno più. Si chiuderanno nei loro appartamenti con le pareti di cartone, e guarderanno la TV. Scompariranno nel mare incosciente della popolazione suburbana.


Guardo a questa Pechino morente con compassione e malinconia. Non potrei fare niente per fermare quello che accade, nemmeno se questi sempliciotti intortati dalla propaganda progressista volessero farsi aiutare. E allora mi rassegno, e mi godo la pace degli hutong in lunghe camminate solitarie o con un amico, cosciente che, tra non molto tempo, le strade che i miei piedi calcano non esisteranno più.

 
Rubble in Xinfucun

Capodanno cinese


Non mi ricordo francamente come ci sono finito a casa di Elena nella sera del capodanno cinese. Non so perché Marco non c’era e nemmeno Massimiliano. Comunque mi arriva quest’invito a sorpresa da Elena, e siccome non conosco nessuno a Pechino a parte lei e Marco, e Massimiliano che forse non era nemmeno arrivato, sono molto felice di andarci.

Nel febbraio 2003, Elena abita in un compund di cui ho da tempo dimenticato l’ubicazione, e fondamentalmente ci arrivo solo perché lei parla al cellulare al tassista. Si tratta di un complesso di edifici di colore marrone, molto alti, squadrati e spartani. Si trovano più o meno nella zona di Chaoyangmen, con l’entrata in una strada che la sera di capodanno mette paura: vuota, male illuminata, fiancheggiata da palazzoni stalinisti silenziosi e con poche luci accese, oppure da cantieri con i loro muri in plexiglass e il rumore lontano delle ruspe. Dai tombini, talvolta chiusi non da una coperchio di pietra o metallo, ma da una lastra di legno temporanea che lascia ampie possibilità di caduta nel baratro, salgono colonne di fumo bianco, i gas umidi e caldi che al contatto con l’aria secca e gelida di febbraio si condensano velocemente in liquidi mefitici. All’entrata sta una guardia più giovane di me, visibilmente provata dal freddo. Nel cortile incrocio una famiglia cinese e un paio di russi, che abbondano in questa zona di Pechino e in particolare in questo condominio. Nessuno, né le guardie, né la famiglia cinese, né i russi, sembra notarmi, o forse il gelo li rende disinteressati. Cammino per i corridoi sporchi e scuri del palazzo dove abita Elena, e prendo un ascensore di metallo pieno di rigature lasciate forse da mobilia trasportata male, con una luce al neon decisamente inquietante. Nel silenzio, si sente solo il rumore delle corde di metallo che si muovono.

Casa di Elena è enorme, eppure spoglia, mal illuminata e con le camere disposte in maniera irrazionale. Lei, per fortuna, l’ha arredata con gusto cercando di renderla accogliente. Mi accoglie con il suo sorriso luminoso e mi presenta agli altri ospiti: c’è Ana, una ragazza spagnola che fa la giornalista e sta con un pittore cinese dello Shandong; Nina, una svedese che segue un corso di management dell’Unione Europea; ci sono una coppia di francesi e altri due ragazzi spagnoli. Ciascuno parla sua lingua, tanto è romanza e si capisce, più o meno. Nina parla spagnolo, visto che nessuno qui capisce lo svedese.
Il pranzo è servito in una specie di grossa pentola elettrica con brodo bollente. Elena mi spiega che l’Hotpot (火锅) è un piatto originariamente mongolo, che ormai è famoso in tutta la Cina. Consiste nel prendere carne, verdure, funghi, tofu e altre cose edibili, tutte crude, e gettarle con le bacchette nell’unico pentolone a centro tavola, per poi ripescarle minuti dopo bollite. Quindi si intingono in una salsa marrone chiaro che sa di carne, e il gioco è fatto. A parte le difficoltà con le bacchette, devo dire che è buono.
Il beveraggio è più familiare: i ragazzi spagnoli hanno portato delle bottiglie di Sangre de Toro della Torres, un vinello iberico da supermercato con tanto di torello in plastica attaccato alla canna. Il toro, simbolo piuttosto controverso della Spagna. Il ragazzo spagnolo mi spiega che quando hanno provato a togliere il toro, le vendite sono crollate, e quindi la Torres ce lo ha rimesso. Dopo tutto, anche i cinesi lo capiscono il toro come simbolo della Spagna. E comunque non si pongono certo interrogativi morali al pensiero della corrida.
E’ una situazione surreale. La sera del capodanno cinese, nel quartiere russo di Pechino, con 10 gradi sottozero fuori dalla finestra che dà su un cantiere buio, otto europei festeggiano con un piatto mongolo e vino spagnolo, ognuno parlando la sua lingua natale. E quello che è più surreale, non leggo sorpresa nelle facce dei convitati, che sono a Pechino da più tempo di me. Forse, penso, col tempo ci si abitua.
Col tempo ho in effetti scoperto che questo è vero, ma solo in parte. La Cina e le situazioni in cui si trova lo straniero che ci abita non smettono mai di stupire. E il ricordo del mio primo capodanno cinese rimane ancora vivo, una serata inaspettata, difficilmente immaginabile, e dolce, perché comincio a non sentirmi solo ad esser straniero, in questo posto.

2006-07-17

Amici che vengono, amici che vanno

Una della costanti di vivere in Cina è che la gente arriva, si ferma pochi mesi, e poi riparte. Se da un lato questo rende i rapporti con le persone più semplici ed immediati, dall’altro rende la loro stabilità cosa rara.

Il primo vero giorno di lavoro di Massimiliano, ovvero il primo giorno in cui il nostro capo torna in ufficio, è simile al mio. Arriva a fine giornata con i nervi a fior di pelle. Ucciderebbe tutti i cinesi che gli capitano a tiro. Marco invece è fuori ufficio, perché si è preso l’ultima settimana libera. Viene di tanto in tanto per usare internet.
Marco ha la paranoia di essere discriminato. Avendo vissuto negli Stati Uniti, classifica esseri umani in tre grandi categorie: bianchi, gialli e neri. E secondo lui, i gialli in Cina lo discriminano. Non ha capito molto Marco. Non è che ai cinesi interessi molto il colore della pelle. Per loro, ci sono i cinesi e gli stranieri. Al massimo si possono classificare gli stranieri tra laowai (老外), occidentali, heiren (黑人), neri, ribenren (日本人), giapponesi, e altre categorie minori. Ma gli stranieri per lo più sono tutti uguali, mettono ansia, sono lenti di comprendonio e facili all’ira.
Le ultime volte che vedo Marco sono in uno Starbucks e al Buddha Bar. Entrambe le volte riesce a litigare con i gestori che, mortificati, subiscono senza replicare ai suoi improperi in inglese. Nello Starbucks, ci presentiamo all’ora di chiusura, quando i gestori stanno per chiudere, rimanendo per un po’ insieme a un gruppo di amici. Marco crede di essere discriminato e ci litiga violentemente, senza peraltro ottenere nulla. Al buddha bar, dopo aver ingiuriato la cameriera che non capisce mai nulla, attacca bottone con un gruppo di ragazzi cinesi che fanno un gioco di società. Uno di loro parla inglese, e Marco chiede di poter partecipare. Quando scopre, però, che il gioco si svolgerà in cinese, dà in escandescenza.
“It’s not fair, we can not speak Chinese and you know it!”
Il ragazzo è calmo e spiega che i suoi amici non parlano l’inglese, e non sarebbero in grado di giocare. Marco non ci crede.
Un altro dei ragazzi, scocciato dalla discussione proclama:
“We are in China, we speak China”
“No, semmai we speak Chinese!” lo correge Marco, rosso in faccia, metà in italiano e metà in inglese.
Nulla di fatto, a parte una brutta figura, anche qui.
Massimiliano, sarà il fuso orario che pesa, non partecipa molto. Si limita a guardare Marco a metà tra il divertito e il preoccupato. Marco fa il gesto e il suono della frusta.
Parte pochi giorni dopo, felicissimo, ma anche un po’ triste, e questo lo ammette, di lasciare la Cina. Raccomanda a sua madre di non dire a nessuno in Italia che torna, perché vuole stare da solo, tranquillo, per un po’. In ufficio le impiegate cinesi gli regalano una giacca tradizionale cinese blu, con dei dragoni sopra, che non metterà mai. Ma il regalo gli fa piacere. Dopo la sua partenza, sparirà dalla circolazione, a parte una telefonata mesi dopo e una promessa mai mantenuta di rivedersi in Italia. Persona strana.
Massimiliano, quando Marco viene nominato, cita sempre una sua frase celebre: “A viaggiare e conoscere il mondo, si diventa razzisti”. Lo descrive con poche parole: “Una persona pacifica e moderata”. Io ci aggiungo un “rilassato e sereno in ogni occasione, un cittadino del mondo”.
Ce lo ricorderemo così Marco, il mio primo Cicerone in Cina.

2006-07-15

La Grande Muraglia


 
 “This indeed is a great wall” 
Richard Nixon

La gita alla Grande Muraglia è un obbligo per tutti quelli che passano da Pechino. Marco ha già organizzato tutto perché lui è il nonno della compagnia, e su consiglio di Elena sceglie il tratto da visitare. Badaling è troppo turistico, con il finto Disneyland, il McDonald, la funivia e le orde di turisti. Noi si va a Mutianyu, che è ancora, pare, un tratto relativamente incontaminato e non restaurato.
Gladis, il nostro capo in Camera di Commercio, ci fa prenotare una macchina che ci scorrazzi per tutta la strada, tariffa giornaliera 400 yuan, quaranta euro. Sabato mattina ci si trova sotto il Jingguang, e il sig. Gao ci aspetta, completo nero standard da cinese elegante “vorrei ma non posso”, capello lungo, baffetto da sparviero e immancabile sigaretta in mano. Alle sue spalle, una macchina blu extra-lusso. Via, si monta, io Marco e Massimiliano, che è arrivato tipo due giorni prima e ancora non connette benissimo.
Dal Jingguang a Mutianyu ci vuole un’ora abbondante di strada. Fuori dal finestrino schermato, vediamo scorrere prima i palazzoni del Terzo Anello, quindi i palazzi-cubicolo del Quarto Anello, e infine la città si dirada ed entriamo nella campagna. Più che campagna è steppa, con filari di pioppi ai lati della strada e un’estensione indefinita di erba gialla coperta di polvere, i cui confini scompaiono nella foschia dell’inverno. Non c’è nulla che possa attirare la nostra attenzione, il paesaggio dopo un po’ è sempre lo stesso, punteggiato di tanto in tanto da aggregati di negozi con grandi insegne gialle e rosse in cinese e persone mal vestite e rozze che battono martelli su vecchi motori, o mescolano pentoloni pieni di brodaglia servita agli avventori sulla strada stessa. Sono tutti uguali, e dopo un po’ non ci si ricorda quanti ne sono passati.
Dopo un’ora e mezza, si arriva ai piedi di grigie colline coperte di arbusti martoriati dal vento sabbioso, e ci si ferma ai piedi di una strada serpeggiante che si arrampica su per il crinale fino a un grande muro, grigio pure quello, come il cielo, come le colline, come la sabbia e la polvere. E in questo culo di luogo, botteghe, bancarelle e venditori ambulanti a eserciti, che ci saltano addosso come lupi offrendo ogni genere di idiozia turistica: t-shirt, cartoline, libri di foto di Pechino e la Grande Muraglia, guide, mappe, statuine tradizionali, accendini che si illuminano e fanno rumore. Marco li insulta tutti, poi si ferma a contrattare con ciascuno di essi. Manco a dirlo, dopo aver tirato il prezzo di un libro fotografico alla metà e averlo acquistato, se lo vede offrire con vari sconti: 60%, 70%, 80%. Marco odia i cinesi. I cinesi ridono e guardano me e Massimiliano come a tirarci in mezzo al divertimento.
La salita è lunga e difficile, e resa ancora più difficile dai venditori. L’unica sorpresa è un vecchio cammello parcheggiato in un angolo: appena lo guardo, qualcuno mi chiede se voglio farci una foto assieme, o voglio cavalcarlo. Scappiamo.
Finalmente arriviamo a una breve funivia che ci permetterà di evitare un’altra ora di camminata. Da bravi turisti capitalisti e stanchi, allunghiamo una banconota alla biglietteria e dopo un quarto d’ora siamo sulla Grande Muraglia. Il vento mongolo fischia forte e graffiante qui sulla cima, senza la protezione dei colli. Ci incamminiamo, e la salita risulta meno facile del previsto: non solo la muraglia va su e giù per i crinali, ma gli scalini sono pure tagliati in modo irregolare per mettere in difficoltà gli invasori, e duemila anni di intemperie li hanno resi ancora più insidiosi. Gli invasori come noi sono pochi, di più le famiglie cinesi che fanno picnic e buttano la spazzatura per terra o già dai merli (non ci sono cestini, d’altra parte). Un'arrampicata interminabile termina in una scala verticale e una torre merlata: ci arriviamo a gattoni, solo per essere accolti da una contadina dalla pelle scura che ci offre Coca Cola e Fanta. Più in là, la parte agibile della Muraglia termina, e un gruppo di turisti locali si diverte a scavalcare le transenne, e rischiare di cascar giù. Ridono. Uno di loro inciampa in un mattone che si è staccato dalla pavimentazione. Lo guarda, ci pensa un po’, poi decide che è pericoloso, quindi lo raccoglie e lo scaglia nella boscaglia. Ripenso all’orgoglio nazionale di cui tutti qui sono pieni, e a quanto si gonfiano il petto a parlare dei loro monumenti. Ecco come li preservano. Barbari, penso, sarete pure tanti, ma il livello di intelligenza e cultura medio dell’individuo è proprio basso tra voi.
In cima alla torre lo sguardo di perde, e dopo esserci liberati della signora che vende bibite, mentre prendiamo fiato, improvvisamente ci rendiamo conto di dove siamo: la Grande Muraglia. E’ grande. Ma proprio grande: più la guardi, meno ne vedi la fine. Come un serpente si snoda lungo la cima dei colli e si perde dietro di essi da entrambe le direzioni. A valle, nella foschia si scorgono valli e paesi, da una parte la Cina, dall’altra la steppa mongola, e il resto del Mondo.
E’ allora che il mio senso di superiorità, instillato da Marco nelle settimane precedenti, scompare, e mi sento piccolo e insignificante. Cinquecento anni fa l’Europa non era nemmeno uscita dal medioevo, e l’Impero cinese dominava gran parte dell’Asia da più di mille anni. Per la maggior parte della storia umana, la Cina è stata centro, e l’Europa periferia. E grazie tante all’arte e alla filosofia, il potere è sempre stato qua, e se se n’è andato con il colonialismo, ritornerà ben presto qui, dopo un’assenza di un paio di secoli, e il centro del mondo smetterà di oscillare tornando alla posizione iniziale. E’ una sensazione stranissima, mai sperimentata prima. E non si può provare senza essere qui: i milioni di europei e americani che non verranno mai in questo luogo, non capiranno mai quando è Grande la Cina. Le dimensioni e l’unità sono la sua forza incontrastabile. Inutile la cultura, l’intelligenza, la civiltà. Loro sono tanti, e per questo vincono e vinceranno sempre. Sono loro che dovrebbero sentirsi superiori. E ci si sentono già.
Torniamo indietro spossati dalla scalata e dai venditori, troppi loro, troppo pochi noi. Anche se siamo più svegli, più forti, più ricchi, loro sono tanti e ci prendono per sfinimento. E’ per questo che la ottengono sempre vinta. Con questa epifania in testa, arrivo in albergo e collasso sul letto, per svegliarmi il giorno dopo con un atteggiamento decisamente diverso nei confronti di questo Paese.

  
Empty smoggy restored wall

2006-07-14

Grigio


Pechino ha tre colori: l’azzurro del cielo, il rosso dei muri e dei tetti dei palazzi antichi e delle bandiere, e il grigio. C’è un grigio che si vede sempre: è quello delle strade enormi, dei muri dei palazzi antichi e della case tradizionali. E poi ce n’è un altro, che arriva soprattutto d’inverno. Il grigio della polvere.
La sabbia del Gobi a Pechino c’è sempre stata, ma la polvere è arrivata con l’industrializzazione E se la sabbia ti entra negli occhi e nella bocca, la polvere ti entra nei polmoni. D’inverno, 13 milioni di Pechinesi sopravvivono ai freddi della loro città con il riscaldamento. E Pechino è riscaldata interamente a carbone. Lo vedi uscire dalle ciminiere, dai camini e dai tubi di scappamento delle auto assolutamente non catalizzate. Copre tutto, quel grigio, anche gli altri colori.
La prima impressione di Pechino per chi la vede, soprattutto nella stagione sbagliata, è l’assoluto squallore. Le strade sembrano enormi e alienanti, i titanici palazzi in stile stalinista incombono su tutto e tutti. Il cielo è grigio, l’aria è grigia. E rende grigi non solo palazzi e strade, ma le finestre, le macchine, gli alberi, le persone. Sul davanzale della finestra c’è un dito di questa polvere sottile e grigia che nessuno, se non il vento, ha mai spostato. E’ la versione iperuranica della capitale comunista: enorme, alienante, e grigia. L’immagine di squallore più forte che si possa concepire.
Ma col tempo, o forse anche da subito, lo trovo dolce questo squallore. Talmente estremo da risultare eroico. E’ come essere finiti nel culo del mondo. Ed essere tutto sommato vivi, e in una situazione migliore di tante altre persone. Combinato alla solitudine, questo grigio squallore mi fa sentire fuori dal mondo, ancora più immerso in un avventura che non può essere raccontata, ma solo vissuta.

2006-07-09

La camera da due all’hotel Dabei


La nuova camera che condivido con Massimiliano è ammobiliata come quella in cui ero da solo, ma invece che una piccola finestra, ha due pareti di finestre che danno rispettivamente a sud e ad est. E le doppie tende non servono per nulla a riparare dalle temperature estreme: nella stanza si congela. Massimiliano ha avuto il letto vicino al calorifero, e la stufetta elettrica in dotazione, che così a occhio sembra più vecchia degli ospiti, coperta di ruggine e con il cavo smangiato, non rassicura per nulla, e quando qualcuno non può controllarla continuamente va spenta, o potrebbe benissimo esplodere e dare fuoco alla camera, a noi e all’intero hotel.

La prima notte congelo. Ho addosso lenzuolo e doppia coperta di lana pesante, ma il letto è corto e le coperte pure, e anche rannicchiandomi in posizione fetale non riesco a coprire la testa. La copro quindi con il cuscino sperando di limitare la perdita di calore, ma non c’è verso. Le dita delle mani, che tirano le coperte al massimo, mi fanno male per il freddo, e mi sembra che il naso stia per staccarsi.

L’hotel, com’è ovvio, non serve colazione, a parte il thermos di acqua calda con una busta di tè al gelsomino. In un supermercato vicino a casa di Marco, ci procuriamo dei biscotti per sopravvivere. Proviamo anche con il Nescafé, ma il sapore è orribile, e senza cucchiaio mi riduco a mescolarlo con una vecchia bic. Vorrei avere del latte, anche freddo, ma il frigorifero non va (poco prima di lasciare l’hotel, scoprirò che semplicemente la spina non è attaccata, ma vai a pensare di sposare un mobile di duecento chili che contiene il frigorifero per controllare… e comunque meno cavi vengono esposti meglio è in questo posto).
La finestra mostra una vista postnucleare: vecchi palazzi di mattoni fatiscenti, finestre dai vetri luridi e impolverati, tende da sole che una volta potevano essere bianche, ma ora sono grigio-nere e stracciate dal vento, insieme ai supporti di metallo corrosi dallo smog, che quando tira vento (praticamente sempre) sbattono contro le finestre creando rumori inquietanti. Cantieri in cui muratori e ruspe lavorano ventiquattr’ore su ventiquattro, creando voragini titaniche nella terra e rumori assordanti ad ogni ora del giorno e della notte. Fabbriche da rivoluzione industriale con i muri coperti da scritte indecifrabili in gesso o vernice, forse slogan comunisti per motivare i lavoratori. Il punto di riferimento principale è una ciminiera all'orizzonte: ogni mattina scosto le tende e guardo in che direzione tira il fumo nero che ne esce. E ogni mattina tira sempre nella stessa direzione, sud diretto in direzione quasi orizzontale. Tradotto: tira vento forte da nord, dal Gobi, e oltre il Gobi dalle pianure siberiane. Più freddo del freddo che un italiano possa mai immaginare senza uscire dall’Italia.

Il sabato e la domenica, veniamo svegliati dalle donne delle pulizie che vengono a pulire la camera. Bussano e poi aprono, ancora prima che noi ci rendiamo conto del rumore. Poi, entrando in camera e trovandoci a letto, rimangono interdette e imbarazzate, prima di attaccare come macchinette a parlare cinese.
“听不懂” rispondo regolarmente. Non capisco. E quelle da capo. Dopo dieci minuti si riesce a spedirle fuori dai piedi, ma prima che mezz’ora sia passata ritornano, e si ricomincia. Ci mettiamo un po’ a capire che esiste un foglio di carta da appendere alla maniglia, con da una parte scritto “Please don’t disturb” e dall’altro “Please do my room”. 

Sono giorni duri. Ma grazie a Dio e allo spirito d’iniziativa di Massimiliano, finiranno in fretta.

  
N20_1460

2006-07-06

Il primo giorno di lavoro di Massimiliano

30749

Il primo giorno in ufficio di Massimiliano sembrerebbe cominciare con i migliori auspici, perché il Segretario Generale non c’è (è la settimana del Capodanno cinese, e metà dello staff è in ferie), e lui è affidato alle cure materne di Vaira. Lo vedo molto positivo, ma so che la mazzata arriverà anche per lui. Cerco di prepararlo come Marco ha fatto con me, anche se non risulto convincente. Va detto, qui mi trovo bene, e Massimiliano non sembra credere alle mie descrizioni dell’inefficienza dei cinesi, dell’incomunicabilità totale con certe persone, dei blocchi culturali tipo il perdere la faccia che contaminano ogni rapporto con i cinesi più tradizionali. Massimiliano non parla cinese, e più ci penso più mi preoccupo per lui.

Il rito di passaggio per Massimilano arriva abbastanza presto, e a tutt’oggi rimane uno degli aneddoti più assurdi che ricordi sulla Cina. A pranzo Vaira decide di portarlo al ristorante nel basement del Jingguang, che non è buono, è relativamente costoso, ma quantomeno non dovrebbe costituire un attentato alle difese immunitarie del nuovo venuto.
Arriviamo relativamente tardi al ristorante, quando tutti i cinesi, che cominciano a pranzare dalle 11.30 alle 12.00, se ne sono già andati. Vaira, tesoro di mamma, ordina per noi, e si cura di chiedere le cose più deliziose, pur con un occhio al portafoglio. La cameriera, ingessata in un tradizionale qipao scuro, prende l’ordine e lo porta in cucina, poi riprende posto a un lato della sala, immobile come una statua, come tutte le altre cameriere. I minuti passano, e nulla arriva dalla cucina. Vaira chiama la cameriera per cercare di velocizzare la cosa, e quella risponde imbarazzata che i nostri piatti stanno arrivando, guarda la cucina preoccupata come a dimostrazione che la sua dichiarazione non è supportata da alcuna evidenza, e torna al suo posto. I minuti passano, e la sala si svuota. Vaira sollecita ancora, e mentre la cameriera risponde la stessa cosa di prima, le porte della cucina si aprono, per lasciare uscire un’altra cameriera avvolta dal fumo.
“Se ci sono problemi” dice Vaira esitante “noi ce ne possiamo anche andare in un altro posto… “
“Nessun problema” assicura la cameriera, ancora più esitante di Vaira “i vostri piatti arriveranno in un attimo”
Notiamo però un certo fermento tra le cameriere, che si guardano attorno più smarrite del solito. La responsabile di sala, nel suo qipao scuro bordato d’oro, entra nelle cucine velocemente, come agitata.
Il tempo passa, e mentre per la terza volta la cameriera, chiamata da Vaira, cerca di rassicurarci sul fatto che i nostri piatti sono ormai in arrivo, le porte della cucina si aprono di nuovo e la responsabile di sala ne esce, avvolta da una nube di fumo grigio, con un fazzoletto sul viso. Del fumo comincia ora anche a filtrare attraverso altre aperture nella sala. Le cameriere sono ora decisamente allarmate.
“Prego, signori” dice la responsabile di sala avvicinatasi al nostro tavolo, ostentando sicurezza con scarso successo “da questa parte… no, non da quella, la porta sul retro”
Usciamo di corsa attraverso uno dei corridoi riservati normalmente allo staff, un’uscita di sicurezza che ci conduce nel piazzale retrostante il grattacielo. Dalle grate che danno aria ai livelli sotterranei escono colonne di denso fumo nero. Mentre ancora guardiamo increduli il palazzo, vediamo uscire lo staff italiano dell’ICE, l’istituto per il commercio estero italiano, che sta due piani sopra di noi.
“Pare che ce sta’ ‘n incendio” dice uno di loro, con chiaro accento laziale. Massimiliano si guarda attorno ed è ovvio che non sa cosa pensare. Non che io abbia le idee più chiare di lui. Vaira, invece, che ha in mano la responsabilità dell’ufficio per la prima volta, riceve una scossa di adrenalina notevole: chiama al cellulare il Segretario Generale.
“Ehm… ciao, scusa se ti disturbo… lo so che oggi sei in vacanza ma… nel caso di un incendio dell’ufficio, c’è qualcosa di particolarmente importante che devo salvare?”
“TUTTO!!!” La risposta isterica del capo è chiaramente udibile a tutti i presenti.
Vaira mette giù il cellulare. Una delle segretarie, Sofia, è rimasta in ufficio con il suo pranzo portato da casa. E’ allora che Super Vaira si rivela: narici dilatate, respiro pesante, fronte imperlata di sudore:
“Voi rimanete qui” dice “io vado a salvare Sofia”
“Vaira… “ comincio “è meglio non usare l’ascensore in questi casi”
“… andrò a piedi!” ribatte dopo un secondo di esitazione.
“Sono 36 piani Vaira!” obietto, per nulla convinto della sua decisione eroica.
Massimiliano ha l’idea migliore di tutti: “Chiamiamola al cellulare… ”
Manco a dirlo, Sofia non si è accorta di nulla. Pochi minuti dopo, esce dalle porte e ci raggiunge nel piazzale, con calma serafica: “In effetti avevo notato un po’ di fumo”
E’ in quel mentre che arrivano tre camion dei pompieri a sirene spiegate.

La scena è grottesca. Un grattacielo di 52 piani, con un incendio ai piani sotterranei, con fumo che sale internamente fino a toccare almeno il 36° piano, e colonne nerissime che escono dalle grate. Pompieri ovunque. Dieci persone nel piazzale, metà italiani, l’altra metà cinesi evacuati dagli italiani.

Più tardi apprenderemo che una macchina è andata a fuoco nel basement, e i pompieri hanno domato l’incendio in circa mezz’ora. Il management non ha dato l’allarme. Tutte le persone presenti nel Jingguang, in gran parte cinesi (gli stranieri erano in pausa pranzo), nonostante il fumo nei loro uffici, non hanno evacuato l’edificio, né si sono preoccupati della cosa.

Rientriamo a incendio domato, verso le tre del pomeriggio. L’ufficio è ancora pieno di fumo, la visibilità è scarsa, l’odore di bruciato forte. Apriamo tutte le finestre. Il fumo se ne andrà completamente solo un paio d’ore dopo. Guardo Massimilano, e non riesco a dire nulla. La situazione è incommentabile. Non importa, perché anche lui l’ha intuito.
“Buon primo giorno di lavoro”
“Grazie”

2006-06-30

Massimiliano

Due settimane son passate, e ormai Marco sta per andarsene da Pechino. A sostituirlo arriverà Massimiliano, un ragazzo dell’università di Ancona. Lo sento per e-mail e mi metto d’accordo per condividere l’oneroso costo della stanza all’hotel Dabei. Fa mille domande e Marco, con la sua vena da tipico milanese bocconiano, rafforzata dalla sua nevrosi, già lo detesta e gliene dice di tutti i colori.
Massimiliano arriva una mattina di inizio febbraio. La receptionist mi chiama in camera dicendo qualcosa di incomprensibile in cinese, e ne deduco che di lui si tratta. Scendo le scale ormai familiari dell’hotel per trovarlo nella piccola hall, completamente devastato come lo ero io al mio arrivo.
E’ un bel ragazzo, Massimiliano: immediatamente identificabile come italiano. Alto, pelle chiara, capelli corti e scuri, labbra arricciate e begli occhi verdi. Accento marcatamente marchigiano, della provincia di Fermo, che a noi milanesi suona un po’ ridicolo. Nella nostra sofisticazione bocconiana, troviamo molti suoi modi d’essere decisamente provinciali. Non parla una parola di cinese ed è ancora più fuori dal mondo di me.
Ci presentiamo e lo porto in camera, una nuova camera a due letti che fa angolo a sudest. Gli lascio prendere il letto migliore, quello vicino al calorifero e lontano dalla porta. Lo accolgo con qualche convenevole per dimostrargli la mia buona volontà, e lui, più esperto di me in convivenze, poiché ha studiato ad Ancona vivendo in studentato, espone le sue regole basilari: si può fare tutto, compreso andarsene in giro in mutande, c’è una sola cosa da non fare mai. Russare. Fortunatamente, non russo. Con questo buon auspicio, lo lascio per andare in ufficio. Quando torno dorme ancora, si fa una tirata di almeno 18 ore fino alla mattina seguente.

2006-06-28

Solitudine

December in Beijing

Le settimane passano e io mi sto ambientando a Pechino. La mia camera all’hotel Dabei è diventata familiare, insieme all’ufficio e alla strada che connette i due luoghi, una strada che ogni mattina percorro e ogni mattina offre esperienze nuove e incredibili. In questa solitudine che mi circonda al mattino, al mio risveglio, quando scosto le pesanti tende e guardo dalla finestra il cielo grigio, il parcheggio altrettanto grigio, e le persone grigie che lo attraversano; e al mio ritorno la sera, stanco e raggelato, quando scrivo il mio diario, penso al mio passato e al mio presente, e talvolta al futuro, e poi mi infilo sotto le coperte triple e mi addormento immediatamente; in questa solitudine mi ci trovo bene. Sono solo e sono vivo, dall’altra parte del mondo dove nessuno che conosco in Italia è mai stato prima, e ogni giorno vivo un’avventura sconvolgente, una vita senza tempi morti. E’ come se tutti i miei sensi fossero stati amplificati, e la mia lucidità fosse moltiplicata. Mi sento vivo come non sono mai stato prima.

2006-06-25

Il mercato di Panjiayuan

DSC_0010

Tra i tanti mercati che Marco mi fa visitare, quello che più mi impressiona è quello di Panjiayuan. Si trova verso Sud, nei pressi del terzo anello, ed è un’estensione enorme di chioschi e bancarelle che vendono artigianato e anquiquariato di tutti i generi: porcellane, statue di giada, legno, bronzo, ferro e terracotta, gadget di Mao e oggetti risalenti alla Rivoluzione Culturale, stampe, calligrafie e dipinti su carta di riso e tela, mobili in vari stili, pennelli e materiale da scrittura, armi bianche tradizionali, portafortuna. Ma la cosa più sconvolgente è l’artigianato etnico, e in particolare le bancarelle dei Miao, con i loro tessuti colorati e i campanelli di metallo, e quelle dei Tibetani, con i loro thangkha, i dipinti religiosi su cuoio, e gli strumenti rituali tra cui pugnali e asce di ferro e bronzo, corni di yak istoriati e bacinelle ricavate da teschi umani. Sembra di vivere in un’altra epoca, a Panjiayuan, a cinque gradi sotto zero, con un’aria dall’odore fortissimo di Cina, in mezzo a una folla che contratta serratamente. Al mercato incontriamo Christian, uno stagista arrivato dalla mia stessa università due giorni prima di me, ancora sperduto al pari mio, e il suo collega Stefano, prototipo dello yuppie newyorkese degli anni’80 trapiantato a Pechino con vent’anni di ritardo. Siamo in quattro bocconiani, intabarrati nei giacconi a guardare questa bolgia d’umanità di razze e colori differenti che bercia e contratta. L’università non prepara a queste esperienze. Panjiayuan si trasformerà ben presto nella nemesi di tutti quanti, perché se agli altri mercati si comprano tante cose a prezzo contenuto, a Panjiayuan se ne comprano meno, ma sono costose e soprattutto pesanti. Io me la caverò con una spada da pochi chili; altri, meno fortunati, torneranno in Italia con scacchiere di marmo, statue di buddha in legno a grandezza naturale, cassettiere. Lo shopping a Pechino è una droga, e nella massa dei mercati, non è possibile non trovare ciò che si è sempre desiderato comprare, a un prezzo ridicolo. Davanti a quest’offerta, non esiste resistenza. Il mercato vince. Sempre.

2006-06-24

Stranieri


La domenica seguente decido di ritentare la fortuna in Tian’anmen, ma questa volta prendo il taxi. La piazza è enorme, e dominata da monumenti solenni e colossali: Tian’anmen ossia la Porta del Cielo, con la sua gigantografia di Mao; il Monumento agli Eroi del Popolo, con il suo obelisco; il Museo della Rivoluzione, il Mausoleo di Mao Zedong, il Palazzo del Popolo, Qianmen ossia la Porta Anteriore, la Torre degli Arcieri e la vecchia Stazione Ferroviaria in stile art déco. Cammino senza fine, senza in effetti capire cosa mi circonda: non faccio altro che guardarmi attorno disorientato.
Verso mezzogiorno, stanco morto, cerco qualcosa da mangiare, e mi accorgo che i ristoranti cinesi non hanno menù in inglese, e d’altra parte mi rifiuto di mangiare in un fast food americano. Il compromesso è un fast food giapponese che serve eccellente cibo asiatico a prezzi contenuti, su tavoli quadrati in legno chiaro, illuminati da lampade di carta che contengono lampadine.
E’ qui che incrocio lo sguardo con un altro straniero, solo come me, seduto al tavolo di fronte. Non ci pensiamo tanto, prima di sorridere, attaccar bottone e poi sederci allo stesso tavolo. Avrà quarant’anni suonati, quest’uomo biondiccio con gli occhiali tondi e la faccia seria e precisa, ed è vestito da backpacker. Fa il professore in una scuola negli Stati Uniti, mi racconta poi, ed è qui per turismo: viaggia da solo. Scambiamo opinioni e impressioni sulla Cina, ed entrambi ne siamo abbastanza stupiti e confusi. E passiamo un pranzo in compagnia prima di salutarci e non vederci mai più, ognuno per la sua strada.
Il bello di Pechino è anche questo: esiste una sorta di senso della comunità tra gli stranieri. La sensazione di essere perduti in un Paese enorme e alieno crea una sorta di fratellanza, che porta a sorridere e attaccare bottone con chiunque si incontri per strada e non appaia immediatamente cinese. La forza di questo legame varia da zona a zona – debole nella zona finanziaria, dove gli stranieri sono molti e sempre di fretta, fortissimo nelle zone più remote, dove incontrare un altro viaggiatore è un evento da celebrare con un brindisi e una storia, una storia che ha sempre a che fare con incomprensioni dovute alle differenze culturali, e che finisce con una scrollata di capo e una risata. E’ sorprendentemente facile farsi amici a Pechino, se si è stranieri, persino per me che sono sempre stato timido e taciturno: la curiosità, qui, è sempre più forte della diffidenza. D’altra parte, se una persona ha compiuto il viaggio per venire qui in Cina, per certo non sarà una persona noiosa da conoscere. E quindi, perché non conoscerla?

2006-06-17

Houhai

HouHai winter 2009

Un sabato pomeriggio Marco mi fa scoprire un’altra zona di Pechino, ovvero Houhai (后海), “il lago posteriore”. Pechino possiede numerosi laghi artificiali fatti scavare dai vari imperatori: tre di essi stanno immediatamente ad ovest della Città Proibita: Beihai, Zhonghai e Nanhai, racchiusi da uno sconfinato parco. A nord di questi ve ne sono altri tre, collettivamente denominati Shichahai: i loro nomi sono Houhai, Qianhai e Xihai e sono circondati da hutong. I pechinesi vi si recano da sempre per rilassarsi pescando, giocando a carte, facendo ginnastica, o semplicemente chiacchierando e passeggiando. A partire dal 2000, il primo bar fu aperto sulle sponde del lago, e da allora la zona si è trasformata: laddove Sanlitun è la zona delle notti folli, Houhai è la zona del relax.

Marco mi porta al Buddha Bar, stereotipo del locale di Houhai, con divani morbidi e ampi, mobili in legno, scaffali di libri di viaggi e grandi finestre sul lago. E’ la prima volta che vedo un locale del genere, ed è il genere di locale che avrei sempre voluto vedere: lo esploro in ogni suo angolo e stanzino, scoprendo un’alcova nascosta da una tenda, dove su un materasso sottile ci si può stendere in tanti, e una scala a pioli che porta a una stanza sopraelevata, cui si accede tramite una botola, e da cui si gode una luce splendida grazie alle pareti a vetri e alle tende colorate. Io e Marco rimaniamo a chiacchierare a lungo, stesi sui divani del piano terra, con le scarpe ribaltate in un angolo. Ordiniamo anche da mangiare, nonostante la cameriera, per quanto carina, non ne voglia sapere di capire che vogliamo.
“Cha” chiedo in cinese, stressando il tono della parola per tè.
“Kua?” ripete.
“No, chaaa” stresso ancora di più.
“Gua!”
“Ma che è… sono in un bar in Cina alle due del pomeriggio, cosa mai vorrò ordinarti se non un tè?!? Non ti ho chiesto un amaretto di Saronno!”
Il tè alla fine arriva tramite il barista che sembra e in effetti si dimostra più sveglio.
Marco è già incazzato, io non ce la faccio, e rido. Alla fine ride anche Marco. Rimaniamo a chiacchierare ancora delle nostre impressioni della Cina, e a guardare dal vetro come da un televisore, il lago ghiacciato, le decine di cinesi dai 6 ai 60 anni che pattinano e slittano concludendo sempre con cadute improbabili e grandi risate. Non possiamo che ridere anche noi… che altro fare, in un posto come questo?

2006-06-15

Bambagia


  
Una delle cose positive nel vivere in un regime autoritario è il livello di sicurezza nelle strade. E poiché Pechino è una delle vetrine della Cina verso il mondo esterno, tutto deve essere perfetto per chi la visita. Ciò significa che mentre uno straniero è quasi libero di fare ciò che vuole, i cinesi sono controllati in ogni mossa. A ciò si aggiunge un timore reverenziale diffuso in quasi tutti i cinesi di livello medio-basso verso gli stranieri, e i “bianchi” in particolare, che loro chiamano laowai (老外). Chi non ha avuto contatti con gli stranieri, è in qualche modo convinto che essi siano estremamente potenti e pericolosi, facili all’ira e vendicativi, ragion per cui, potendo, li evitano.

Fatta questa premessa, possiamo parlare della sicurezza a Pechino, che è massima. La città è piena di poliziotti e guardie private: mentre i primi pattugliano le strade e accorrono alla segnalazione di un reato, pronti a tutto pur di estirpare il crimine, le guardie private sono molto più bonaccione. Gentili, quasi timidi, sono posti di guardia nelle strade, negli uffici e nei condomini. I loro capi si sforzano di imporre loro un po’ di disciplina che si concretizza in ridicole marce lungo il perimetro dell’area da pattugliare e niente più. La giornata (o la nottata) di una guardia consiste nello stare sull’attenti (o, nel caso di personale più attempato, stare seduti) per tutto il loro turno controllando che tutto vada bene e ladri e malfattori non si mettano all’opera. Nel caldo soffocante d’agosto slacciano la giacca mettendo in luce la canotta, nel freddo crudele di gennaio si chiudono nei loro cappotti verdi e stringono i colbacchi; qualche volta si addormentano, specialmente a tarda notte, oppure cercano qualcuno con cui scambiare due chiacchiere per ammazzare il tempo. Con i cinesi sconosciuti sono inflessibili, ma appena vedono uno straniero si trasformano in agnellini, e giù sorrisi da merenda e inchini. E se scoprono che lo straniero parla cinese, via ad attaccare bottone su ogni tipo di argomento, che per lo più ha a che fare con il nazionalismo e la guerra, il crimine e la politica. Mentre il poliziotto non ha nulla da dichiarare, la guardia ha opinioni su un sacco di argomenti: di solito le dichiarazioni preferite sono: “La Cina è un grande paese”, “Gli Stati Uniti dovrebbero piantarla di accusarci di violare i diritti umani, ma pensare piuttosto alle bombe e ai colpi di mitraglia che sparano in Iraq”, “Gli stranieri che vivono qui sono bella gente e molto gentili”. Ogni tanto poi partono con la loro analisi politica dei cambiamenti avvenuti dai tempi di Mao Zedong ad oggi, e allora è la fine. Quando uno straniero conosciuto arriva o se ne va, scattano sull’attenti, con la mano sulla fronte e il petto in fuori, ma ogni tanto viene da ridere anche a loro.




E’ anche grazie a loro che le strade di Pechino sono così sicure. Ad ogni ora della notte, uno può camminare indisturbati per le strade. Non si hanno notizie di crimini commessi ai danni di stranieri, se si eccettua l’occasionale furto del portafoglio in metropolitana. Né si è mai sentito di ragazze importunate, o ubriachi molesti che rivolgano le loro attenzioni ai laowai. E’ come vivere nella bambagia, nessuno osa toccare gli onorati ospiti stranieri. Ci si sente coccolati, anche se si tratta di finzione: fuori Pechino, la situazione non è questa: basta guardare le gabbie che proteggono i tassisti e li dividono dal passeggero. Servono ad evitare i colpi di arma da taglio. Quello che c’è e quello che si vede non sono la stessa cosa; è la base del modo di vivere cinese, per certi versi. Tuttavia, quando cammino solo in queste strade scure, e gli unici esseri umani che incontro sono i lavoratori notturni, umili e indaffarati, e la guardie, inflessibili e vigili al passaggio del laowai, non rimpiango l’Italia. Se non altro, in questo luogo non ho mai dovuto avere timore di qualcuno.

2006-06-07

L’Ambasciata Italiana


Uno degli scogli principali della vita di un italiano in Cina è posto dagli italiani stessi e dalla loro burocrazia. Poiché Pechino è la capitale, chi vi risiede ha la fortuna di avere a propria disposizione l’Ambasciata della Repubblica, la facciata che il Bel Paese offre al Paese di Mezzo. Con buona volontà, e forse per la prima volta in vita mia orgoglioso d’essere italiano, mi accingo su consiglio di amici ad andare a registrare la mia presenza agli organi competenti, una notifica che li aiuti a monitorare la presenza italiana in Cina.

Marco, manco a dirlo, vomita una serie apparentemente infinita di insulti sullo staff dell’ambasciata, con tanto di verso alla calata romana e gesto della frusta. Ma d’altra parte Marco è nevrotico, non me ne fido ciecamente, faccio persino fatica a credere alla storia che mi racconta, ovvero che quando lui era andato a registrare la sua presenza trimestrale in Cina, quelli per sbaglio gli avevano spostato la residenza, ed era tuttora in attesa di riottenerla a Milano, dove al suo ritorno sarebbe stato privato del diritto di voto e del medico di base per alcuni mesi, prima che la pratica venisse evasa.

L’ambasciata sta in Sanlitun, con l’entrata in una piccola traversa ombrosa del Terzo Anello. Non è male come edificio: certo, squadrata e poco elegante, ma pulita e con un bel giardino. Alla porta decine tra poliziotti cinesi, guardie e carabinieri italiani. Atmosfera abbastanza rilassata.

L’interno dell’ufficio è la replica di un ufficio statale italiano: un locale freddo, grigio, poco curato e con mobilia fuori moda. Delle sedie dure e scomode, con delle persone sedute in attesa, la faccia stanca e rassegnata. Tre sportelli con vetro protettivo. Nessun impiegato. Voci e risate, battute con un riconoscibilissimo accento laziale, che vengono dall’altra stanza.

L’attesa, che mi aspettavo breve, si prolunga. Dopo venti minuti, finalmente una donna tinta di biondo e soprappeso si presenta allo sportello, e il sorriso diventa faccia scocciata. Sorridendo, mi presento e le dico che starò a Pechino per i prossimi sei mesi.
“Sì, ma che vuole da noi?” chiede nella sua calata romana.
“Vorrei registrarmi… insomma, mi è stato detto che l’Ambasciata consiglia sempre ai cittadini italiani all’estero di notificare la loro presenza alle istituzioni”
La sua espressione dice chiaramente “Milanese rompicoglioni… ”.
Dopo un sospiro risponde “ ’N attimo che vado a chiedere… “
Diversi minuti più tardi torna con tre pagine di moduli, e senza fare troppe domande mi metto a compilarli. All’inizio sono semplicemente stupito della quantità di scartoffie, ma quando cominciano le domande sul codice fiscale, sullo stato civile, sui genitori, mi sorge un dubbio.
“Mi scusi” dico “ma non è che state cercando di farmi cambiare residenza?”
“Mi scusi lei, ma allora perché è qui?!?” risponde la donna, sempre in forte accento romano.

E’ allora che tutto il mio orgoglio nazionale scompare. Che nelle vene risorge quell’atavico odio antiromano tramandato inconsciamente dalle generazioni padane vissute all’ombra della Repubblica Italiana. Il tono indisponente della domanda scatena una rabbia silenziosa dentro di me, milanese figlio di un novarese e una lodigiana. E’ una rabbia mista a vergogna d’esser cittadino italiano.
Con tutta la calma che mi concede la sicurezza della mia superiorità, mi sforzo di rispondere senza offese.
“Sono qui per notificare la mia presenza all’Ambasciata. Sto qui tre mesi, poi me ne torno in Italia. Per vostra informazione”
“E allora che vuole cambiare residenza a fare?!? E vabbe’... prendiamo atto”

Straccio i moduli e li butto nel cestino, ne compilo un altro con le semplici generalità, e me ne vado. Non saluto. L’impiegata non saluta. Torno in ufficio, dove posso dimenticare di essere cittadino della Repubblica.

2006-06-05

Prima Visita a Sanlitun


Una sera Marco mi fa scoprire Sanlitun. Anzi, Sanlitunr, come dicono a Pechino, con quel ringhio che caratterizza la parlata locale. Ci andiamo a piedi, la sera, con la gente che ci guarda stranita, e le guardie – ci sono guardie ovunque, in divisa impeccabile e quasi tutte più giovani di noi – che ci sorridono. Quando chiedo informazioni, si stupiscono del mio cinese e la loro diffidenza si trasforma in gentilezza estrema. Non riesco a capire perché Marco li odi così, ma immagino sia per un semplice problema comunicativo.

Sanlitun è la via dei locali. Si immette su una grande strada su cui sorge anche lo stadio, ed è punteggiata da numerosi bar pieni di luminarie e musica, e grandi porte sempre controllate da “buttadentro”, ragazzi cinesi di bell’aspetto che assaliscono i passanti, soprattutto gli stranieri:”Hallo, Ssir!” gridano in cinglese, seguendo i malcapitati “Prease come in, have a looka!”. Davanti ai bar, venditori di sigarette e dvd pirata, anche loro, più discreti, che chiamano “Hallo!” a un tono più basso. Infine i ruffiani, cinesi sui quarant’anni, in giacca pseudo-elegante e maglione sotto, con la loro cantilena infinita e immutabile: “Hallo, Ssir? Cd? Vdc? Dvd? Sex? Lady Bah?”. Più uno dice di no e scuote la testa, più quelli si attaccano, ti seguono, alzano la voce, ad ogni no offrono una merce diversa. Col cinese li tengo più o meno a bada. Dopo il tramonto i ruffiani vengono direttamente sostituiti dalle ragazze, ragazze splendide che si offrono per “One hundred dollar OK?”. Quando scuoti la testa, rispondo “Ok fifty dollar ok?”. Non ho mai provato a contrattare, ma sono sicuro che possa scendere a molto di meno. Imbarazzato ma divertito, tiro avanti.


I bar di Sanlitun sono il posto dove si incontrano più occidentali a Pechino, e qui in effetti ne incrociamo alcuni. Ma Marco li evita volentieri, per mostrarmi invece la parte di Sanlitun che sta oltre i bar: una via fiancheggiata da grandi pini odorosi, con vecchi palazzi comunisti in mattoni, silenziosi, e metà delle ambasciate di Pechino, compresa quella italiana. Ci sono guardie dappertutto qui, e non mi sono mai sentito più protetto in vita mia.


Il giro continua per degli hutong, ovvero i vicoli della vecchia Pechino, le stradine larghe da tre a mezzo metro, che separano case a un piano, prove di servizi privati. Marco mi mostra come tutti questi quartieri stiano lentamente scomparendo sotto la spinta del progresso: ovunque le ruspe abbattono gli hutong e costruiscono grattacieli.


Il giro termina in un ristorante americano e poi in un negozio di Dvd, com’era prevedibile, ma sono grato a Marco per avermi fatto da anfitrione in questo paese. E’ attraverso i suoi occhi che conosco la Cina per la prima volta, e la sensazione che mi sopraffa più di tutte è la meraviglia. La sensazione di essere in un luogo completamente alieno e inimmaginabile, eppure il mio mondo, lo stesso pianeta dove ho sempre vissuto. E’ come aver scoperto un segreto, un tesoro, e sapere che a scavare una vita non verrebbe fuori tutto quello che c’è da scoprire.

2006-06-04

Città Sconfinata

DSC30283

Il primo giorno libero che ottengo decido di utilizzarlo per visitare la città. Con la mia mappa alla mano, studio il percorso da fare. Marco mi ha tirato pacco, preferendo stare da solo, a quanto pare, e così mi devo arrangiare. A giudicare dalla mia cartina e dalle proporzioni, stabilisco che potrei fare una passeggiata lungo una delle vie principali della città, la Jianguomen, che taglia Pechino da ovest ad est, passando diritta per piazza Tiananmen ai piedi della celebre porta con la gigantografia di Mao. Secondo le mie stime, ce la posso fare in circa quaranta minuti. Marco mi ha consigliato di prendere un taxi, ma io un taxi non l'ho mai preso in vita mia e mi sembra ancora una cosa per gente viziata; e sono un buon camminatore. Che ci vorrà mai?

Chiunque conosca Pechino, comprende che dall'hotel Dabei (100 m a est del Guomao) a Tiananmen c'è una distanza totalmente incompatibile con le mie stime. E' difficile per uno che ha sempre vissuto a Milano, pensando che sia una grande città, avere idea delle distanze a Pechino. Qui gli abitanti sono dieci volte tanti. Dopo circa un'ora mi sembra di essere arrivato: sono su un ponte stradale. Consultando la mappa, resto abbastanza deluso dal confronto dei nomi delle vie. Ho percorso la distanza che sta tra il terzo e il secondo anello della città. Sono un po' meno che a metà strada.

La strada sembra infinita. Ogni volta mi sembra di esserci, e non ci sono mai, e mentre cammino verso ovest il sole cala lentamente. Palazzi di proporzioni monumentali sfilano ai due lati della strada ad otto corsie. Incontro una ragazza che mi saluta: è una puttana, 小姐 (xiaojie) come le chiamano qui, le “signorine”, o 鸡女 (jinü), “donne-pollo”. Supero un arcobaleno fatto di luci al neon che incorona l'intera via. Più avanti raggiunto l'hotel Beijing, il più antico albergo della città, con uno stuolo di taxi. Un vecchio in triciclo mi assale offrendomi i suoi servizi.
"天安门远不远?E' lontana Tiananmen?" chiedo.
"很远!Lontanissima!" dice.
Non mi fido, e dopo soli altri venti minuti ci sono. Tiananmen, la piazza più grande del mondo. La porta del cielo, ora con il ritratto del Grande Timoniere. Sono talmente stanco che l'idea di attraversare la piazza mi distrugge: è veramente sconfinata. Faccio un giro breve, ma ormai il sole è calato. Per tornare a casa, quasi quasi, prendo un taxi. Il giorno dopo avrò i piedi piagati e farò fatica a camminare. Però, in questo posto sembra di vivere ogni giorno un'avventura.


2006-06-03

Il Lavoro


Finalmente il tempo mette al bello. La mattina è illuminata da un sole brillante che splende in un cielo sereno e blu come se un telo di seta fosse stato steso sopra la città. Il vento ha portato via le nubi, ma è ancora freddo. I raggi del mattino illuminano i grattacieli di cemento bianco e vetro, e la cupola dorata di quello che sta all'angolo del Guomao - il nome non l'ho mai saputo.
Complice il bel tempo e la mancanza del cappuccio, la gente si guarda attorno, e tutti guardano me. Sono un marziano, un alieno venuto da chissà dove. Mi guardano divertiti, incuriositi, stupiti.

Mi sto abituando all'ufficio. Ai ritmi duri del mio capo. Alle incomprensioni interculturali con i cinesi. Mi piace andare al lavoro, sentire il profumo del caffè fatto dalla 阿姨 (ayi, letteralmente “zia”), una signora di 50 anni alta meno di un metro e mezzo che viene a pulire, ma si diverte tanto a usare la macchina dell'espresso e sorride come una bambina; a mezzogiorno uscire a pranzo con Marco, con Vaira, o con gli altri colleghi cinesi. Mi ci trovo proprio bene: non ho mai lavorato prima. Nemmeno una distribuzione di volantini, un servizio in un bar, un call center… niente. Ho solo studiato. E lavorare mi piace… si creano risultati, si ha l'impressione di far fatica per rendersi utili. Mi ci trovo proprio bene, e sono felice.

Io e Marco conosciamo Linda, la ragazza che ha cominciato a lavorare il mio stesso giorno. Andiamo a pranzo assieme al San Carlo, un negozietto nel basement del Kerry Centre (il grattacielo accanto al Jingguang), fatto in stile italiano e che serve panini fatti all'italiana. Marco non mangia cinese.
Linda è adorabile, di una gentilezza da manuale, di una formalità perfetta che lì per lì mi fa sentire bene (solo più tardi scoprirò che tutti i cinesi per bene si comportano così, ma non per questo sono davvero gentili). Linda si scopre solo un attimo: quando arriva il cameriere. E' un ragazzo rasato a zero, vestito con pantaloni neri, camicia bianca e cravatta nera, il capo coperto da un cappellino con il logo del bar. Sorride con tutti i denti e gli occhi sottili, in modo teatrale come di addice ai cinesi gentili, e si prodiga nell'imparare l'italiano e servirci in tutti i modi possibili. In quel momento, Linda, per la prima volta da quando la conosco, smette di sorridere, e la sua bocca si conforma a un'espressione di fastidio. Io e Marco ci geliamo immediatamente.
"Questo ragazzo… " dice Linda in italiano "è un po' finocchio"
Il tono con cui lo dice è un'ondata di perbenismo che investe me e Marco come uno tsunami. Essere buoni e gentili con qualcuno non significa esserlo con tutti. Ci sono persone che vengono trattate bene, altre con cui non vale la pena di usare attenzione. La dolcezza, la misura, la gentilezza della forma cinese, così elegante e graziosa, hanno un altro lato - il conformismo. Chi non si attiene alla norma, chi non rispetta le regole non scritte della decenza, viene liquidato con fastidio. Quest'aspetto mi fa paura, perché è solo ora che inizio a scoprire i lati veramente negativi di questa civiltà.