2007-04-02

Decentramento

Uno dei luoghi comuni più sbagliati sui cinesi è che siano un popolo organizzato. Sono docili, sì, non litigano come facciamo noi per ogni cosa, non si innervosiscono e per questo mantengono in essere la loro complicatissima società e burocrazia senza che il tutto esploda in una rivoluzione violenta ogni mese. Ma non sono organizzati.

In effetti venendo a contatto con una struttura organizzativa cinese ci si rende immediatamente conto di due cose: la gerarchizzazione estrema e la mancanza di comunicazione tra i soggetti. In pratica il vertice dovrebbe al corrente di tutto e controllare tutto: delegare ad alcune persone sotto di esso le varie attività, e queste persone fare rapporto periodicamente al centro, e ad esso riferirsi per tutte le decisioni importanti. Questa struttura potrebbe essere efficiente in una famiglia di qualche decina di persone, ma non in grandi aziende o amministrazioni statali. Quel che accade è che, in organizzazioni estese, i rapporti tra soggetti si perdono nel mare dei numeri, e tutto rimane paralizzato dalla mancanza di fogli, timbri e firme.

La Cina, al contrario di quello che si pensa generalmente, è lo Stato con il più alto grado di decentramento amministrativo al mondo. Il governo di Pechino emana linee guida e leggi quadro, ma poi sono le Province a rimepire i buchi, e sotto di loro le città e le contee. Il risultato è che gran parte delle norme di diritto civile e commerciale varia a seconda del luogo. Negli anni’ 80 un economista aveva dimostrato che la province cinesi erano più integrate con i mercati esteri che con quello interno, ovvero che siccome ogni contea aveva i suoi dazi e le suo norme, era più facile ed economico per una città vendere alla Svizzera piuttosto che al villaggio 100 km più oltre, se non altro perché la Svizzera aveva una dogana sola, mentre sulla strada di 100 km c’erano almeno 5 posti di blocco appartenenti ad autorità diverse. Ancora oggi la spesa pubblica è diversa da luogo a luogo: anche se il governo pubblica il Piano Quinquennale, che illustra le linee guida della crescita economica, alle autorità locali spetta il 70% del budget pubblico, uno dei più alti al mondo. Senza contare le tasse discrezionali, ovvero 27 diverse imposte che possono essere create “fuori budget” da una qualunque autorità.

E non solo la pubblica amministrazione si comporta in questo modo. Trasferendomi a Pechino, ho una brutta sorpresa: l’ufficio locale della Bank of China non è in grado di accedere al mio conto, nemmeno per dirmi quanti soldi ho, perché il suddetto conto è stato aperto all’ufficio di Shanghai. 没有关系, dicono, non c’è relazione. Ma siete o no la Bank of China, è la stessa banca, no? Sì, mi dicono, ma li uffici sono diversi, così diversi che se non torno a Shanghai non posso nemmeno trasferire i miei soldi dal conto vecchio a quello nuovo. Una volta a Shanghai, devo peraltro compilare un modulo di pagamento a me stesso, perché il trasferimento da un conto all’altro per filiali diverse non è previsto.

La situazione mi ricorda inequivocabilmente il feudalesimo di Carlo Magno, quello che si studia alle elementari. Il Re sopra, poi i duchi, i conti, i baroni, vassalli e valvassori. Ci si parla solo dall’altro al basso, non ci sono rapporti tra pari. E’ un mondo di privilegi e scatole chiuse dentro cui nessuno può guardare, e anche i pochi che potrebbero non guardano per pigrizia. Solo che trovarmi davanti al feudalesimo di Carlo Magno nel XXI° secolo mi fa strano non poco.

Questa situazione di decentramento è vera anche per il settore privato. Prendiamo l’azienda partner di quella per cui lavoro in quel periodo. 16.000 dipendenti, sede centrale a Nanchino, proprietà unica del signor Zhu, 15 anni fa comune macellaio dell’Anhui, oggi ventisettesimo uomo più ricco della Cina. Esiste una divisione per le carni fresche e le carni trattate, che non si parlano e hanno due general manager separati, rispettivamente il signor Bi e un altro signor Zhu, parente del titolare, ma più giovane. Quella delle carni trattate è divisa in parte produttiva, con una decina di fabbriche sparse per la Cina, che rispondono diettamente al capo di Nanchino, il signor Zhu minore. Poi il marketing, che sta solo a Nanchino e parla solo con Zhu minore e i suoi assistenti. Poi c’è l’ufficio commerciale, diviso tra grande distribuzione e food service, ancora due strutture parallele con capi che riportano a Zhu minore. Gli uffici commerciali sono sparsi per tutta la Cina: ognuno ha un responsabile che riporta a uno dei due manager commerciali di Nanchino.
Fin qui nulla di strano, senonché né i vari responsabili locali, né i manager di Nanchino, né Zhu minore o i suoi assistenti, hanno un indirizzo e-mail. La maggior parte non ha nemmeno un computer, che del resto non saprebbe usare.
Zhu maggiore non si vede mai. Zhu minore, i suoi assistenti, e i manager della sede centrale di fatto passano la loro vita a viaggiare in treno o automobile (l’aereo costa troppo) da un capo all’altro della Cina, solo per incontrare i responsabili e farsi raccontare come vanno gli affari. Esattamente come, nell’800 d.C., faceva Carlo Magno con i suoi vassalli.
E questa è l’azienda leader nel settore della carni in Cina, anno del Signore 2007.

Con questo, vi siete fatti un’idea del mostro burocratico con cui devo confrontarmi ogni fottuto giorno, che io stia al lavoro, vada in banca o usufruisca di un servizio pubblico.

2007-03-31

Le bollette

Uno degli shock culturali più duri che si trova ad affrontare un italiano a Pechino è il pagamento delle bollette. Certo, tanta gente preferisce abitare nei bei compound dove il management parla inglese e tutte le spese sono incluse nell’affitto. Ma chi decide di abitare in una residenza più modesta e meno internazionale non sfugge all burocrazia squisitamente cinese, tanto che pare che dai tempi dei vari ministeri controllati dai mandarini all’insaputa dell’imperatore non sia cambiato nulla.

Jack cerca di spiegarmi, nel suo cinglese malamente formulato, come fuzionano le varie cose. Sembra che ci tenga molto, e anche Wang Li annuisce serio, anche se non capisce nulla di quel che Jack dice. E’ così che apprendo con sconcerto che le cose stanno nel seguente modo:

Il gas che si usa in cucina e per riscaldare l’acqua si utilizza tramite una carta prepagata verde, da inserire nel contatore in cucina. La carta va controllata ogni tot, e quando sta per scaricarsi bisogna recarsi all’ufficio del management di quartiere, un seminterrato inquietante con dei signori che hano l’aria di stare seduti a chiacchierare e giocare a carte tutto il giorno. Loro caricano la carta che va reinserita nel contatore. Se la carta si scarica e non è stata caricata, il gas viene tagliato.

L’elettricità si paga con una carta blu in un astuccio di plastica, e il contatore sta sul pianerottolo. Per qualche strano motivo il management non la carica, ma bisogna andare in banca. Anche questa, se si scarica, blocca la fornitura all’appartamento.

L’acqua non ha una carta: c’è una bolletta trimestrale che viene inviata via posta, e va pagata sempre in banca.

Anche il telefono si paga in banca, ma la bolletta non viene inviata, occorre recarsi ogni mese, tra il 10 e il 25, e dichiarare il proprio numero di telefono per avere il conto.

L’ADSL si paga invece sulla base di una regolare bolletta, questa mensile, solo che non si presenta in banca ma occorre andare all’ufficio più vicino della China Telecom, ufficio di cui peraltro nessuno sembra conoscere l’ubicazione.

Infine c’è il boccione dell’acqua potabile. Qui si telefona al management, ma a un altro ufficio rispetto a quello del gas, e un omino viene inviato a consegnare il serbatoio. Occorre pagare un deposito di 50 kuai per il primo boccione, se no magari qualcuno lo ruba (?).

Mio malgrado mi trovo ad annuire scioccamente, alla maniera cinese, davanti a Jack e Wang Li. “Nessun problema” dico. Davvero nessuno.

A distanza di otto mesi, la situazione è questa: il pagamento del gas è stato trasferito dal management di quartiere alla banca, ma non una qualunque, solo la Bank of Beijing, che è quella più lontana da casa mia. Il contatore dell’elettricità non è mai sceso di una virgola, 205 “punti” come ad agosto: secondo Wang Li è perché il palazzo è nuovo, quindi la società elettrica ha fatto gli allacciamenti ma non ha ancora effettuato le pratiche per calcolare il consumo (tradotto, sono otto mesi che non pago la corrente e il tutto è perfettamente legale). La bolletta dell’acqua non è ma arrivata, ma finché continua a scorrere nei miei rubinetti non mi preoccupo (ah, la pazienza che si impara in Oriente!). Il telefono si paga secondo le informazioni datemi da Jack, solo che al suo costo viene aggiunto l’ADSL, per cui non occorre andare a cercare la China Telecom. Il boccione dell’acqua pare l’unica cosa che funziona in modo veloce ed efficiente, senonché l’acqua fa schifo, perché sa di amaro o, se si cambia marca, di cloro. L’acqua buona non la tengono perché “costa troppo” e secondo loro non si vende, quindi se la voglio avere devo ordinarla a un’altro management di quartiere cercando di covincere l’omino a fare un pezzo di strada in più per farmi avere acqua decente. Fatica sprecata.

Ancora a nessun cinese è venuto in mente che, forse, sarebbe utile uniformare i pagamenti di questi servizi. Il motivo? La feudalizzazione e il decentramento amministrativo. Cercheremo di approfondire l’argomento nel prossimo post.

2007-03-27

Casa

Da mesi non riesco a dormire bene, e stamattina mi sveglio alle otto e mezza, con la parete che vibra ai suoni di un martello pneumatico nell’appartamento adiacente. E’ solo alle dieci e mezza che il rumore la vince e mi scuote dal mio sonno. Non è lo stesso posto dove mi sono svegliato altre volte: il rosa della camera è più rosa, la luce più luminosa, al suono dei lavori in corso si aggiunge quello delle cicale d’agosto. Sono a Pechino. Nel mio appartamento di Pechino.

Sono tre anni che cerco di tornarci a vivere, ed eccomi qui. Ho una ragazza che sta dall’altra parte della Cina, un lavoro che sto cercando di lasciare, non vedo l’Italia da sei mesi e ho tante cose da fare che l’idea stessa di dormire una volta almeno otto ore è utopica. Gli scatoloni del trasloco non sono ancora arrivati. Lavo il posacenere e ci verso dentro il latte comprato ieri sera alle due al ventiquattr’ore; un panino al cioccolato di pasticceria finto francese; succo di pompelmo e Yakult. Fuori dalla finestra le cicale cantano assordanti e il loro suono si confonde con quello dei trapani. Gli alberi sono antichi e verdi, e coperti d’edera come le case. Per cinquanta metri, ricado all’interno di Dongcheng, la parte orientale della vecchia Pechino degli Yuan. Al di là di un centro commerciale in costruzione, stavano le mura erette dai Khan.

Qualunque cosa succeda, adesso sono qui. Oggi celebro la mia vittoria, e posso dire di essere felice.

2007-03-24

Taxi Bus

Un mezzo di trasporto peculiare dei Paesi in via di sviluppo, che comunque rimane ancora nella Pechino del ventunesimo secolo è il taxi bus. Un bus percorre un percorso predefinito e chiede il biglietto in base a un tariffario fisso – tipicamente da 1 a 3 RMB. Un taxi segue il percorso preferito dal cliente e applica una tariffa variabile sulla base del tassametro. Un taxi bus è più complicato.

Si prende un pulmino, tipicamente un miandi bianco, con i sedili slabbrati, i finestrini unti, bloccati e/o rotti, e con una marmitta che sputa fumo nero che nemmeno una ciminiera. Lo si parcheggia in un luogo dove passa molta gente, di solito una stazione della metropolitana della periferia. Ci si mette di due: uno guida, l’altro fa il bigliettaio. Il bigliettaio si mette sul marciapiede in mezzo al flusso di persone, e più è rozzo meglio è: d’estate sta a dorso nudo con la maglietta sulle spalle a mo’ di straccio per il sudore; d’inverno con un montone dell’ante-Liberazione riparato in più punti, ma non in tutti; l’importante comunque è che sappia urlare in beijinghua’r (ovvero dialetto pechinese), scandendo la generica direzione del bus e attirando i potenziali passeggeri. Il passeggero interessato si avvicina, descrive al sua meta, e il bigliettaio risponde con un grugnito e una mano tesa a chiedere un kuai, oppure con un grugnito e una mano agitata in segno di negazione. Nel primo caso il passeggero sale, e il bigliettaio ricomincia a gridare, o ringhiare, la destinazione agli altri passanti. Dopo un tempo che va dai dieci ai trenta minuti il pulmino s’è riempito, e allora si parte. Mano a mano che i passeggeri scendono, il bigliettaio cerca di tirarne su altri per sfruttare tutti i posti disponibili: quando si passa un crocchio di persone l’autista decelera, il bigliettaio apre la portiera (se c’è), si sporge e urla la destinazione; se qualcuno si mostra interessato, si ripete la scena di prima, e caso mai il passeggero sale. In tutto questo, il pulmino non si è mai fermato del tutto. Se una persona è anziana magari ci si ferma, altrimenti il passeggero corre e salta.

Mi capita di prendere uno di questi bus l’ultima domenica di luglio. Ho chiesto ai padroni di casa di vedere i mobili assieme, e dopo una lunga discussione hanno preferito farmeli vedere a catalogo. “No problem, wery guda furnichur!”. Domenica pomeriggio mi chiamano in panico, chiedendomi di andare con loro perché non c’è la camera che hanno visto sul catalogo. Un’ora di Metro fino alla terzultima stazione ovest della linea 1, e poi Wang Li, maglietta da giocatore di basket, pantaloni sopra il ginocchio, scarpe di vernice, calzini di cotone neri tirati su a metà polpaccio e marsupio in spalla, mi invita a salire sul pulmino. La moglie, capelli nerissimi cotonati, vestito di lino blu e gambaletti color fumo, paga per me. Sopra il bus, la folla di personaggi è decisamente varia: di fianco a me uno studente che vorrebbe essere cool: jeans di tre taglie in più, una delle gambe arrotolata fino al ginocchio, capello lungo e laccato, cellulare all’orecchio con musica pop cinese a palla, cicca e borsa finto militare che usa anche per asciugarsi la bocca e il naso. Più avanti, la classica vecchia massaia cinese: vestiti lavati tante volte con detersivi chimici che i colori si sono fusi e ormai si fa fatica a distinguere maglietta da pantaloni, gambaletti color carne, ciabatte, capello corto e sguardo apatico, seduta in un angolo a gambe larghe. Ragazza alla moda, capello laccatissimo, un etto di cerone bianco in faccia, grassottella, unghie delle mani ognuna di un colore diverso e brillante, quelle dei piedi tutte azzurre, ciabatte, lettore mp3, sguardo annoiato. Musulmano arricchito, faccia cinese, pelle scurissima, baffo nerissimo, polo blu scuro a righe, pantaloni neri, scarpe di vernice impolverate, calzini di cotone bordeaux, unghia del mignolo lunga un centimetro, e il suo status symbol: un bastone in legno scuro con pomello di finto oro. Ci si appoggia orgoglioso, lo fa girare in mano, lo guarda incantato, e se lo tiene ancora incartato nella sua plastica, se no mica si capisce che è nuovo. E’ contentissimo.

Fuori dal finestrino scorre Pechino ovest, con i suoi vecchi edifici circondati da alberi, il distretto di Fengtai dove i grattacieli e i mall di Chaoyang non sono ancora arrivati. Si respira un’aria diversa qui. Arriva il momento della discesa: il negozio di mobili. Tutto copiato da Ikea ma a metà prezzo. In questi posti, forse, con il taxi o il bus normale non ci si arriva.

2007-03-20

In cerca di casa

Finalmente il tempo del mio trasferimento tanto agognato si avvicina, e il 24 luglio torno a Pechino per cercare casa. Contatto due agenti, ma nonostante le rassicurazioni dei miei amici residenti sul mio ampio budget, trovo solo sistemazioni brutte e costose. Pare che tutti gli appartamenti di Pechino soffrano di due enormi difetti: i bagni senza finestre e le finestre delle camere da letto che guardano in altre finestre di camere da letto. La filosofia del siheyuan è rimasta quella, e i compounds hanno tutti grandi corti centrali, ma gli edifici sono di gran lunga troppo vicini, e la privacy non esiste. Contatto quindi due altri agenti, aiutato da Irene, e dopo innumerevoli visite e giochi di diplomazia per mettere agente contro agente, il rapporto qualità prezzo delle case che mi fanno vedere migliora costantemente. Questo non mi impedisce di ritrovarmi davanti a scene tipicamente cinesi quali: letti in falso stile Luigi XVI con testiera in finto cuoio rosso borchiato; divani in pelle di mucca; e figli delle padrone di casa senza pannolino che, mentre io contratto con la madre, pisciano pacificamente sulla sedia del salotto.

Ma alla fine lo trovo: un appartamento piccolo, molto intimo, con vista su alberi e case vecchie, con una luce stupenda e a un prezzo più che accettabile. Senza mobili. Mi preoccupo di definire che i mobili li sceglierò insieme al padrone di casa, Wang Li, un signore che fa il manager delle risorse umane al Landao, e la moglie, una signora elegante e con un sorriso stupendo. Dopo un’ora di contrattazione mediata da Jack, l’agente, nel suo inglese rudimentale, ci accordiamo sulla scelta a catalogo. E allora faccio un errore madornale: sono talmente felice di stare a Pechino e di starci a lungo, che intravedo il potenziale di una casa ancora senza mobili e prendo la decisione: voglio fare la camera da letto con le pareti rosa!

La botta di creatività mi è fatale: mostro a proprietari e agente una foto dell’appartamento di Shanghai e, dopo due ore e diverse telefonate a vari amici sinologi, pare l’abbiano capita, e ci accordiamo nel seguente modo: io pagherò la vernice e Jack l’operaio. Per pura fortuna quel pomeriggio Irene lavora, Jingyi è a Tianjin, Patti deve stare dietro ai genitori in visita, e io incontro Joe al Bookworm con una sua amica, Rebecca, una PR laureata in Filosofia Scientifica. Me li porto dietro al negozio di vernici, e poi all’appartamento: e qui scopro la catastrofe. Jack non ha capito un beato cazzo di quello che ci siamo detti.

Nella casa, i proprietari guardano intimiditi Jack che, con una sigaretta in mano dirige due operai con assi di legno, seghetto e cemento stanno applicando uno zoccoletto di legno in tutta la stanza, tra i muri e il soffitto. Non lo volevo, ma d’altra parte anche se non l’avevo chiesto, lo zoccoletto appariva nella foto dell’appartamento di Shanghai, e quelli l’hanno copiato pari pari. E’ anche bello lo zoccoletto, sennonché Jack chiede 800 kuai per pagare gli operai e altri 240 per lo zoccoletto. Seguono due ore di discussione alla cinese tra Jack, i due operai cinesi – torso nudo e sigaretta in mano – Joe e Rebecca, mentre io e i proprietari assistiamo incerti ad ogni nuova mossa: urla, minacce, dita puntate al viso, lamenti, suppliche, lezioni di morale. Jack non ha capito un assoluto cazzo di tutto quello che ci siamo detti, e testardamente non vuole cedere su nulla, e prende Joe per sfinimento. Alla fine gli operai abbassano il prezzo, e Jack accetta di pagare 40 simbolici yuan di tasca propria. Gli altri 800 li metto io. Rebecca stila un contratto su due piedi e zittisce tutti leggendolo, traducendolo,e facendolo firmare ai presenti. Joe commenta che Jack non è in malafede, è genuinamente cretino e credeva di fare del bene, solo che non ha ascoltato quello che ci siamo detti in due ore la mattina stessa.

Il giorno dopo la mia camera è finita. Non è male, anzi, soprattutto dopo che faccio rifare i contorni delle porte e del calorifero da capo. Alla fine sono tutti contenti, Gli operai prendono i soldi e se ne vanno, Jack corre a vedere un altro cliente, Irene venuta a tradurre apprezza un po’ tutto l’appartamento; mercoledì farà un salto per controllare l’arrivo dei mobili. Salutiamo i padroni di casa. Tra una settimana, comincerò a vivere qui.

2007-03-14

Sicurezza Addio

E’ la sera del 25 luglio, e sono a Pechino per un altro viaggio di lavoro. Seduto al banco del Bookworm, sto chattando con Dandan, quando ricevo una mail inoltrata da Irene, con un’agenzia ANSA. Conoscendo il responsabile dell’ufficio ANSA di Pechino, che abita dall’altra parte della Gongti Bei Lu, la notizia mi sembra meno fredda di quella letta in un qualunque media, è come una voce passata da un conoscente.

CINA: MORTA GIOVANE ITALIANA A PECHINO, PROBABILE ASSASSINIO

(ANSA) - PECHINO, 25 LUG - Una giovane italiana, Paola Sandri di Bassano del Grappa (Vicenza), di 29 anni, è morta la notte scorsa a Pechino, probabilmente assassinata, nei pressi del parco di Chaoyang, in un distretto centrale della capitale. La notizia e' stata confermata dall' Ambasciata d' Italia in Cina e dalla polizia di Chaoyang.

La donna e' stata trovata la notte scorsa da passanti, che hanno notato che perdeva copiosamente sangue. Secondo le prime informazioni aveva due ferite di arma da taglio. La giovane e' arrivata morta all' ospedale di Chaoyang, dove era stata portata dalle persone che l' hanno trovata. La polizia non ha ancora formulato ipotesi sulla dinamica dei fatti o su possibili responsabili. Paola Sandri non era residente a Pechino ma visitava spesso la Cina, sia per turismo che per esercitare il suo lavoro di insegnante.(ANSA).

Rimango scioccato a guardare lo schermo. Rileggo la notizia, la cerco per conferma su altri siti, e la trovo, pubblicata da pochi minuti. Mi accendo una sigaretta e tremo.

Pechino è sempre stata la roccaforte della sicurezza in Cina, se non nel Mondo. Chiunque ha sempre saputo di poter andare in giro da solo di notte in qualunque luogo, senza timore nemmeno di trovare un ubriaco molesto. Ma le cose stanno cambiando, e una ragazza italiana viene accoltellata in piena zona Parco Chaoyang.

Immediatamente penso ai neri di Sanlitun, ma quella è un’altra zona, e cerco di calmare la mia paranoia razzista. Eppure pare che stiano diventando di giorno in giorno più molesti, più baldanzosi nella loro illegalità. Dandan cerca di calmarmi, cosa non facile: non vuole nemmeno pensare alla possibilità che sia un cinese, e lo definisce una vergogna per il suo Paese. Più tardi mi sposto all’Aperitivo, in cerca di qualche italiano con cui commentare l’accaduto: come sperato, ci trovo i soliti sospetti. Tutti sono sorpresi come me. Secondo Stefano può essere stato qualcuno della security di un bar: in zona Chaoyang non è un mistero che scoppino frequenti risse, per o più innescate da qualche russo ubriaco o da qualche laowai troppo invadente con una ragazza cinese accompagnata da connazionali. I buttafuori sono abituati ormai a trattare con questi tipi, e in troppi ci prendono gusto a poter mettere le mani addosso a uno straniero. Parecchi sono adeguatamente equipaggiati con una lama nascosta. Ma qui parliamo di una donna...

Si formulano altre ipotesi, ma tutto è vano. Qualcuno suggerisce che già alte due ragazze siao state ammazate negli ultimi mesi, una russa e un’altra europea di origine non precisata. Come al solito, in un Paese dove la trasparenza nel’informazione non esiste, le leggende urbane si ingigantiscono in fretta. La polizia, naturalmente, non dirà nulla finché non esisterà una soluzione definitiva al caso, e ora è presto. La versione ufficiale è che si tratti di immigrati, quella parte sostanziosa della popolazione urbana che non ha le carte in regola per stare in città, e sopravvive senza alcuna assistenza sanitaria o sociale, svolgendo lavori occasionali, sottopagati, non garantiti da alcun contratto né da guanxi personali. E’ comprensibile che in molti, spinti dal bisogno, diventino criminali. E ignoranti e sprovveduti come solo i contadini cinesi sono, possano farsi sfuggire la situazione di mano e trasformare una rapina in omicidio solo per essersi fatti prendere dall’eccitazione. Ogni anno centinaia di migliaia di loro di riversano in città in cerca di fortuna, vivendo in periferie senza nome in condizioni umane degradanti, disprezzati dai veri pechinesi che li vedono come invasori da sfruttare. Molti di loro sono così poveri che, in un Paese dove le donne sono meno della popolazione maschile, tutti sanno che non potranno mai permettersi di trovare una moglie. Quando non hanno talento per combnare qualcosa che li elevi dal loro stato, la loro vita è solo lavoro da schiavi, per pura sopravvivenza.

Ancora ipotesi, congetture, scenari immaginari, in una città dove la verità troppe volte viene accuratamente nascosta, specialmente quando è scomoda. Me ne torno in albergo all’una, solo per le strade di Sanlitun che improvvisamente non mi sembrano più sicure come una volta. Pechino sta cambiando, e ce ne stiamo accorgendo tutti.

2007-03-11

Salto nel vuoto

Volendo catalogare le ragazze cinesi sulla base del loro atteggiamento verso il maschio straniero si possono individuare due categorie principali: la Cinese manipolatrice e la Cinese ostile.
Alla prima categoria appartengono le ragazze che avevo conosciuto tanto tempo fa al Poachers, e di cui sono pieni i bar di Pechino, di Shanghai, e di tantissime altre città. Quello che cercano è talvolta il denaro, talvolta il matrimonio che porti denaro, un passaporto straniero e il diritto di procreare a volontà in barba alla politica del figlio unico.
Alla seconda categoria appartengono le ragazze cosiddette “tradizionali”, in cui secoli di pregiudizi sciovinisti e odio verso gli invasori hanno inculcato nella mente che lo straniero è una bestia inconciliabile con l’essere umano cinese, e che non è possibile instaurare alcun rapporto profondo con i laowai a causa della loro natura impulsiva, viziosa e barbara. E anche con questa categoria ho avuto i miei trascorsi più o meno turbolenti.
Viene da sé che pur non volendo generalizzare, sulle ragazze cinesi ero decisamente scettico, e l’ultima cosa che mi sarebbe venuta in mente era quella di cominciare una relazione con una di loro.

Poi una sera di maggio ho conosciuto Dandan, e anche se non è successo nulla tra noi e ci siamo salutati da amici sapendo che probabilmente non ci si sarebbe più visti, e magari neanche sentiti, sono due settimane che ci sentimo ogni giorno. Via messaggio, via messenger, via telefono, e più passa il tempo più lontana si fa l’idea che non ci si vedrà mai più. Mi piace, altroché, con i miei amici parlo quasi solo di lei, e sembra che la cosa sia ricambiata, nonostante una relazione interculturale a due ore di aereo di distanza non offra i migliori presupposti per qualcosa di stabile e sano.
Ma tant’è. Dandan non è né manipolatrice né ostile. Una ragazza semplice, per certi versi tradizionale, ma che parla inglese e ha studiato all’estero.

E’ in queste situazioni che la radicalità in me, che sono in generale calmo ed equilibrato, salta fuori con prepotenza. La parte Kali della mia anima, chiamiamola, quella che si butta nelle cose senza pensarci, quella che pone le scelte di tutto-o-niente, quella che in fondo mi rende una persona coerente con me stessa davanti ai problemi, me li fa affrontare in modo diretto e definitivo, senza esitazioni, senza compromessi. Il risultato è la prenotazione di un biglietto aereo per Chengdu. Così, per passare il weekend lì. Se va va, se non va non va, e ci leviamo il pensiero. Dandan è entusiasta. E speriamo che vada.
E così il venerdì sera sono a Chengdu per l’ora di cena. Barando spudoratamente con i collegi cinesi e inventandomi appuntamenti improbabili per uscir prima dal lavoro. Lei mi viene a prendere all’aeroporto e, dopo un pasto in un ristorante occidentale, ci troviamo a passaggiare su uno dei grandi viali di Chengdu, sotto alberi ombrosi, con l’odore di pepe verde che permea l’aria e le luci dela città fioche e discrete.
Lei mi piace da morire. Io le piaccio, lo so. E allora perché non accade nulla, non c’è contatto fisico, non si scatena la passione? Tutte le mie esperienze passate, a cominciare da quella con Jingyi, mi scorrono nella memoria, ma senza offrire soluzione. E come al solito, parto diretto, se pur gentile.
“Cosa c’è che non va?” le chiedo.
E’ dibattuta, lei, ma sincera e inaspettatamente diretta. Non mi spiega, semplicemente mi espone un fatto. Io le piaccio e vorrebbe stare con me, lei mi piace e vorrei stare con lei, lei vive a Chengdu, io vivo a Pechino. Lineare.
Sono preso alla sprovvista da tale semplicità e chiarezza di pensiero e comunicazione, non c’ero più abituato a furia di stare in Cina, né del resto anche in Italia il gentil sesso non mi aveva abituato bene. E’ allora che la parte Kali della mia anima salta ancora fuori, quando meno son preparato a controllarla, e prende il sopravvento. Non so quello che dico, non so perché lo dico, in quel momento semplicemente le parole escono dalla mia bocca e il mio cuore non se ne stupisce per nulla.

“Vieni a vivere a Pechino, allora”

Lei è sorpresa. Mi studia, sospettosa: l’idea è imprevista, ma più ci pensa meno le sembra folle. La guardo calmo, senza alcun cenno di esitazione: in qualche modo, sono anch’io perfettamente lineare.

E’ così che cambia il nostro destino. Con un invito a venire a vivere a Pechino, non per me, ma per sé stessa, perché Pechino è Pechino, è interessante, è bella, è ottima per una carriera. E poi si vedrà.

If we stand here together,
And we see the world as one,
We may think there's no future,
But it's the same for everyone.
It's like the world has lost its head
And it's like all the prophets said
But will we arise to a new world?

Così cantano i Kula Shaker dalle casse del mo computer portatile, quando il giorno seguente, dopo una notte di riflessioni su quello che ci siamo detti, chiudiamo gli occhi e ci baciamo.

Anche se apprentemente non c’è futuro, abbiamo deciso che non c’è ragione di aver paura, e ci buttiamo insieme, mano nella mano, in un tuffo nel vuoto. La mia mente mi grida che tutto ciò che sto facendo è assolutamente folle e irrazionale, ma il mio cuore non è mai stato così calmo e sereno.

E’ così che, senza nemmeno un sospiro, abbandono la mia esistenza da single in Cina, e inizio la mia storia con Dandan.

2007-02-26

Incontri durante un Giringiro

Una delle tante sere in cui si finisce in un ristorante a caso ci vengo invitato da un’amica. Il ristorante in questione è il Rio, brasiliano gestito da cinesi sulla Guijie (簋街). Per a cronaca, la Guijie, la “strada delle portate”, si estende dalla vecchia porta di Dongzhimen fino all’incrocio con la strada che da nord arriva dalla porta di Andingmen, entro i confini dell vecchia Pechino. E’ chiamata erroneamente “Ghost Street” da molti stranieri a causa dell’assonanza de carattere (gui, portata) con (gui, fantasma o demone, appunto), e la cosa viene giustificata dal fatto che la Guijie non chiude mai, è una via lunghissima costeggiata da ristoranti di ogni genere, tutti illuminati da insegne al neon per lo più rosse e lanterne a profusione, e a ogni ora del giorno o della notte chi ci passa viene assalito da “buttadentro” che cercano di indirizzare il flusso di persone verso il ristorante per cui lavorano. La Guijie è tradizionalmente un luogo per ristoranti cinesi, ma ai suoi estremi stanno aprendo anche altre cucine.

Nello specifico, davanti al Rio, due cinesi alti e dal capello lungo vestiti in quello che sembra un costume da Mr. Crocodile Dundee, ci invitano ad provare la cucina brasiliana: 59 kuai per un buffet di verdure, pezzi di carne arrosto distribuiti fino a chiusura e free flow di birra fino alle 11. Sembra proprio un affare.

Dei presenti conosco solo Luisa e un’altra ragazza italiana, che avevo incrociato alla cena di gala, peraltro senza che fosse nata da parte mia una gran simpatia. Ma al nostro tavolo siedono due nuovi personaggi di particolare rilievo che da lì in poi diventeranno miei grandi amici.

Il primo è Federico. Una parola, vulcanico. L’immagine della forma mentis “opportunità” contrapposta a quella “ostacolo”. Ogni cosa è per lui un invito a farsi coinvolgere e sviluppare come gruppo, si butta in tutto quello che stimola la sua curiosità, cioé quasi tutto quello che vede, sente o immagina. Insieme a un paio di amici ha creato un sto web, Stracina, con cui spera di creare un portale per gli italiani in Cina. Pensa in grande, e mi parla di tutti i suoi progetti, tavolta brillanti, talvolta donchisciotteschi, per creare una grandissima associazione che promuova tutto ciò che è buono e bello nell’universo conosciuto e sconosciuto. Mi confessa che il suo sogno è aprire una scuola in Africa. Pensa in grande, probabilmente troppo in grande, ma probabilmente il mondo avrebbe bisogno di più persone così.

L’altro personaggio è Joe; o meglio, Zhou, che si pronuncia uguale. Joe viene da Shanghai, e inspiegabilmente condivide tutte le mie opinioni sulla sua città natale. Vive a Pechino da 8 anni ormai, e ci si trova davvero bene. Lavora alla redazione cinese dell’Economist, a cui contribuisce spesso e volentieri, e nel tempo libero scrive poesie, organizza spettacoli, traduce libri. Sì, perché Joe, oltre a parlare mandarino, shanghainese e un inglese perfetto, mastica non troppo male una varietà di altre lingue tra cui l’ebraico, impossibilmente studiato proprio a Shanghai. E’ uno degli organizzatori di una serata di poesia che si tiene il mercoledì al Bookworm, e le sue poesie sono in effetti scritte in inglese. A vederlo Joe sembra davvero un super-Nerd, con il taglio di capelli da ingegnere, pelle pallida, polo rossa, jeans senza forma, timberland vecchie e consunte e occhialoni quadrati. E invece guarda un po’: parla di politica nazionale e internazionale, poesia, storia, linguistica senza mai trovarsi in imbarazzo. L’immagine del cinese uscito vivo dalle migliori scuole del Paese e del mondo: segnato fisicamente dagli anni di studio, memoria di ferro, acume da paura, e una capacità di pensiero indipendente da far invidia a un rivoluzionario.

I nostri discorsi inevitabilmente virano verso l’intellettuale, e grazie alla birra, mentre noi ci spingiamo verso vette d’astrazione eccelsa e collegameti improbabili tra argomenti, le ragazze cominciano a parlare di argomenti più leggeri i disparte. Non so come, da Umberto Eco si finisce a parlar di donne. E’ sempre così, maledetti intellettuali frustrati. Racconto del mio incontro con Dandan, e del fatto che nonostante nulla sia successo, da quando ho lasciato Chengdu io e lei ci sentiamo tutti i giorni. Joe mi fa i migliori auguri per la mia storia, e racconta della sua uscita con un cantante lirica che vorrebe studiare in Italia. Si tira tardi. Poi quando l’ennesimo boccale di birra è finito e Mr. Crocodile Dundee non ce lo riempie più, paghiamo i nostri 59 kuai e si saluta. Baci, abbracci, promesse di eterna amicizia.

E’ anche per questo che amo Pechino. Intellettuali idealisti di questo spessore non li si trova tanto facimente altrove.

2007-02-22

Sereno Vagabondare

L’Alameda ha vinto un sacco di premi come uno dei ristoranti più di successo della città, e per il suo anniversario organizza una grande festa al Nali Mall. Siccome il ristorante è famoso, e soprattutto siccome la festa è gratuita con stuzzichini, dolci, birra e vino gratis, il Nali si trasforma in un groviglio di folla, per lo più ragazzi della mia età che brindano e gridano per sovrastare la musica, e tutti i locali del minimall si aggregano. C’è Vivi che sorride ancora più del solito, c’è Carlos con un suo amico spagnolo che si è portato dietro due ragazze cinesi e le bacia a turno piazzando generose manate sul culo di entrambe, ubriaco marcio. C’è Sasha che come sempre sorride e sta zitto, al massimo fuma una sigaretta e beve un bicchiere di vino. Alex sta seduta a un tavolo del Kiosk a chiacchierare tranquillamente con Patti e altre amiche, apparentemente non toccata, nel suo aplombe britannico, dal clima da sagra. Irene mi raggiunge in ritardo, come suo solito, e rimane stupita nel vedere la situazione del Nali, solitamente così tranquillo. Saranno le sei, forse le sette, e il tasso alcolico è già alto, i bicchieri rotti si moltiplicano. Un signore esce a fatica con la calca, il bicchiere di vino vuoto tra le mani, e lo poge a Sasha:

“Ecco lo do a te, sono riuscito miracolosamente a salvarlo nella folla che mi spingeva” dice.

Sasha sorride, prende il bicchiere, va in un angolo, e con grazia la frantuma contro il muro.

“Salute!!!” grida, tra gli applausi degli astanti.

Io e Irene abbiamo fame. Agguantiamo due bicchieri di vino bianco e discretamente ci dirigiamo verso la Sanlitun Bei, verso lo spiedinaro. “I bicchieri li riportiamo tra un po’ ” dico a Sasha. Non credo che comunque l’informazione gli interessi. E’ una strana scena quella mia e di Irene all’angolo dell’Aperitivo, nel sole del tramonto, che addentiamo yangrouchuan’r nella destra, e nella sinistra reggiamo un elegante calice di bianco. Paghiamo entrambi in banconote da 5 mao stropicciate, roba che neanche i mendicanti ormai fanno più. Brindiamo ridendo, mentre il xinjianese ci guarda sospettoso.

Già che ci siamo decidiamo di fare un salto su al Top Bar, per fare un saluto a Jason, che come sempre sta progettando party improbabili. Il motivo principale è in realtà la voce incontrollata che dà per certa una grigliata gratuita; purtroppo il pettegolezzo si rivela infondato, così ci sediamo sul terrazzo, e notiamo come la sua idea di “festa di Sanlitun” sia una versione della festa dell’Alameda al Nali una decina di volte più grande, ed effettivamente concordiamo sulle potenziali conseguenze disastrose dell’evento per la pavimentaione stradale e l’arredo urbano.

Il sole è ormai tramontato quando torniamo al Nali a restituire i bicchieri ormai vuoti da un bel po’. La gente si è diradata, l’alcol ha cominciato a pesare sul corpo di molti, altri semplicemente si sono diretti dove possono trovarne altro da ingerire. Noi abbiamo fissato un appuntamento a cena con altri amici italiani; i yangrouchuan’r non erano abbastanza, serve altra carne, forse andremo a un ristorante brasiliano.

Le serate d’estate a Pechino sono così, un vagabondare sereno e casuale, un insieme di incontri fortuiti o meno in un luoghi conosciuti o anche nuovi. Quel che conta è il non programmare, l’abbandonarsi a un flusso di eventi generato dalla fantasia di chi passa di lì. Nulla di male può accadere.

Ci si infila in un taxi, si ringhia il nome di una strada dove non si è mai stati, e ci si rilassa sullo schienale...

2007-02-11

Cena di Gala @ Green T. House Living


Ogni anno, a giugno, la Camera organizza una serata di gala per promuovere lo stile italiano con un aziende di automobili, moto, moda, illuminazione, arredamento e alimentari. Non posso non esserci: l’anno prima avevo partecipato, e anche quest’anno è per me un dovere morale essere lì, tra gli italiani che si sforzano di far conoscere la loro cultura ai cinesi e promuovere il nostro Paese all’estero.

E così, nel tardo pomeriggio di giugno, svesto i miei panni da hippy – scarpe da tennis, jeans vecchi di anni, una maglia rossa di quelle che portano i musulmani in India, e la borsa verde militare con la faccia di Mao sopra – e indosso il mio completo da gala – abito nero fatto fare su misura da un sarto di Shanghai, camicia bianchissima fatta stirare apposta dal lavandaio di fianco all’albergo il giorno stesso, scarpe di cuoio nero e cravatta monocroma in seta dorata. Già che ci sono mi sbarbo e mi metto il profumo. Ecco, sono una persona presentabile.

L’anno prima mi ero presentato alla gala sfrecciando tra macchine nere a bordo di una scassatissima e impolveratissima Xiali rossa. Quest’anno non posso, e siccome la location è quantomeno “fuori” e so che un tassista non ci arriverà mai senza indicazioni chiare, decido di aggregarmi al pulmino organizzato dalla Camera. Alle sette di sera sono io nel parcheggio della Full Tower, e una signora cinese vestita elegante: classica donna del Nord della Cina, un metro e settanta per ottanta chili, occhiali alla Jiang Zemin e un sorriso a 32 denti enormi.

“Non si vede nessuno, eh?” scherzo “Ma ci sarà poi questo pulmino?”

E’ così che scopro che è la referente del pulmino, che sta alle mie spalle con l’autista che ci dorme dentro. Un quarto d’ora più tardi siamo tutti a bordo, io e meno di una decina di altri passeggeri, tutti cinesi, tutti eleganti, tutti nervosismi. Mi rilasso sul sedile e lascio le strade di Pechino scorrere oltre il finestrino, fino all’arrivo nella Suburbia a ovest dell’aeroporto. L’autista si ferma in una strada di campagna stretta e polverosa, di fianco a noi un cancello di metallo e oltre degli operai che stanno costruendo qualcosa, con gran rumore e polverone. Incerti, seguiamo la responsabile in processione, fila indiana, tutti elegantissimi, per una strada sterrata e piena di polvere. Il cielo è scuro e promette pioggia.

Ma dove cazzo siamo finiti?

E poi arriviamo alla Green T. House Living, un ristorante visionario costruito sul modello di un siheyuan antico, muri bianchi e grandi vetrate trasparenti, con ghiaia bianca nel cortile. Fotografi, telecamere, receptionists che consegnano materiale promozionale e prendono gli inviti degli ospiti. Il tutto nel mezzo del nulla della periferia pechinese, con attorno solo campagna e cantieri.

La gala è elegantissima, ospita la crema della comunità italiana in Cina e un buon numero di VIP e giornalisti cinesi. Attacco bottone con uno che stava sul pulmino, un tizio che sta in un angolo a guardarsi attorno smarrito. Scopro che è un giornalista della TV di Pechino. Ci scambiamo il biglietto da visita e flash! Ecco la prima foto della serata. Seguono varie rappresentazioni, tra cui una sfilata di moda di intimo e una troupe di ballerini che promuove delle lampade di design con originali coreografie basate sulla luce.

E poi, finalmente, ci si siede a tavola. Vicino a me un gruppo di dipendenti italiani della FIAT, che non sanno fare altro che lamentarsi del “livello scadente” della serata. Classici italiani all’estero, che supplicano il mio aiuto non appena falliscono nel comunicare con i camerieri. Questi pensano di stare in Italia.

Il menù è eccezionale, grazie a tre chef e un sommelier arrivati direttamente dall’Italia. Nelle cucine, li ho visti maledire lo staff cinese in rigorosissimo italiano, perché l’inglese è un problema per loro. Ma che ci venite a fare all’estero?!? Lo chef americano del Peninsula, uno degli hotel più famosi della città, che si occupa del catering, solleva gli occhi al cielo e mi sussurra: “Those Italians, always like this. When they arrived I said “Let’s start” and they said “Mangiare, mangiare”. Then later “Let’s start” and they say “No, first we want to see the Great Wall”. Then a few hours before the dinner they go in the kitchen, and then it’s “Cazzo! Porca Troia” Porcoddio!”. Always like these, the Italians. Non faccio fatica a immaginare la scena. Ma grazie al cielo la cena è un successo.

Lo staff cinese, va detto, ha comunque le sue colpe. Il secondo vino servito è un Barbaresco Superiore di una bontà mai sentita. Lo centellino e me lo gusto piano piano, in estasi. E poi, appena mi allontano un secondo, tra una portata e l’altra, per salutare un amico, ecco che la cameriera sfreccia e mi riempie il bicchiere di nuovo… con del Barolo. “Nooooooo!!!” La cameriera pare smarrita. Lo so cosa pensa: il rosso è rosso, che differenza fa se l’etichetta sulla bottiglia è diversa? Vorrei rispondere che la differenza sono tre mesi del suo stipendio, e di nuovo immagino la scena nelle cucine, improvvisamente provando simpatia per gli chef italiani. Respiro profondamente e mi risiedo.

Finita la cena, ci si ritrova tutti ad ammirare lo splendore delle macchine italiane gustando gelato, cioccolato e caffè all’italiana. Senza più posti a sedere si chiacchiera più facilmente e faccio la conoscenza di tante persone. L’atmosfera è rilassata e tutti paiono contenti, chi soddisfatto della presentazione dei suoi prodotti, chi felice di aver gustato cibo e vino eccellenti, chi si è occupato dell’organizzazione e constata che non sono successi disastri. Tutti sorridono e le mani si stringono.

Mi unisco a un paio di colleghi che lavorano nel vino, e sopra un taxi ci muoviamo verso Sanlitun. La serata finisce così, a notte fonda, su un tavolo dell’Aperitivo, seduti a chiacchierare con Stefano, il proprietario, gustando uno spritz e slacciandosi la cravatta. Sul tavolo davanti a noi, il Segretario della Camera si è tolta i tacchi e appoggia le gambe in grembo a suo marito, sorridendo contenta.

“Bella serata, come sempre un successo” le dico.

Lei alza il bicchiere: “Salute!”

2007-01-22

Quiete Campagnola


Sono i primi giorni di giugno quando un altro dei miei viaggi mi porta a Pechino. E’ sera, e faccio appena in tempo a farmi una doccia, poi vado a cena al Kiosk. Il Nali è praticamente vuoto, se si eccettuano un paio di cinesi di mezza età seduti sul dondolo, Sasha, le sue cameriere e due altri clienti, stranieri sui quarant’anni. Mi siedo direttamente al tavolo con loro, anche se non li conosco. Uno se ne va in fretta, l’altro rimane a chiacchierare: è svedese, fa il corrispondente per una testata del suo paese e si diletta di fotografia. Al collo porta una Canon professionale, con cui scatta quando l’ispirazione lo prende. Il nostro argomento principale è lo sfascio causato a Sanlitun dai progetti di ricostruzione che vanno avanti da anni. La nostra conclusione, che la cultura del “backstreet bar” sopravvivrà spostandosi continuamente in là.

Il mio Kiosk Burger è come sempre eccezionale, e ci aggiungo delle patate fritte tagliate spesse. Peccato non possa bere birra, gli antibiotici che prendo per il raffreddore da aria condizionata preso a Shanghai me lo impediscono.

Dopo un po’ lo svedese se ne va. I cinesi sul dondolo sono spariti, le cameriere salutano e vanno verso casa sulle loro biciclette. Le luci si spengono, tutti i tavoli sono già accatastati in un angolo, e rimaniamo io seduto all’unico tavolo rimasto sulla strada, e Sasha nel suo chiosco che mette in ordine le ricevute della giornata. Il silenzio della sera mi coccola: non c’è un rumore. Sono nel centro del quartiere dei divertimenti di Pechino, è domenica sera, e pare d’essere in campagna, luce bassa e silenzio di pace. Me lo godo per dieci splendidi minuti, fino all’arrivo di Irene, con una lattina di birra in mano comprata al 24 hours, che costa meno. Saluto Sasha, chiedendogli se gli serve una mano a spostare l’ultimo tavolo. Rifiuta con un sorriso e saluta con la mano.

Camminiamo per Sanlitun, io e Irene, e ci si racconta quel che è successo durante la settimana. La nostra tappa successiva è un parrucchiere nella strada tra Sanlitun e Xindong Lu, una strada buia e piena di buche lasciate dalle ruspe ora dormienti, dove le uniche luci sono quelle di un rivenditore di sigarette e tre negozi di parrucchieri pieni di cinesi con strane acconciature. Irene dispone, i cinesi mi fanno accomodare, mi lavano i capelli, me li rasano, me li ripassano a rasoio, poi con un pettine e una forbice li ricontrollano una terza volta per assicurarsi che siano tutti lunghi 6 millimetri. Poi mi rilavano i capelli.

Nel frattempo, altri due inservienti hanno intortato Irene sui prodotti innovativi importati dall’Europa a prezzi spropositati, che renderanno i suoi capelli meravigliosi. Irene cerca di non ridere troppo, pensando che solo due settimane prima una tinta bionda le ha lasciato tutta la testa rosso rame. Adesso ne ride, ma dal parrucchiere la reazione era stata ben diversa.

Soddisfatto del mio taglio 6mm e della foresta di riccioli che giace sul pavimento, allungo 10 kuai a uno di loro, che ringrazia.

Io e Irene ci incamminiamo nel silenzio verso casa. Non sarà nemmeno mezzanotte, e il più della gente che si trova per strada va in giro in pigiama e ciabatte. La domenica sera di giugno a Sanlitun è come stare in campagna. E io sono proprio contento di non essere a Shanghai.

2007-01-20

Io e Dandan

La mia prima impressione di Dandan è di stranezza. Il suo viso, la sua struttura fisica, il suo atteggiamento mi lasciano dubbioso, non riesco a catalogarla. Non assomiglia a niente di quello che ho già incontrato prima. Ci si presenta cordialmente, ma con un po’ di diffidenza reciproca, e lei mi chiede dove voglio andare.

“Speravo me lo dicessi tu” scherzo “sei tu la locale”.

“Non so che posti ti piacciono… vuoi un bar, una discoteca… dimmelo tu”

E’ un passarsi la palla al rimbalzo, come se ciascuno non aspetti che le scelte dell’altra per poterla studiare, capire.

“Andiamo in un bar, e vediamo com’è”

All’inizio l’atmosfera è fredda. Lei è una ragazza che sta sulle sue, io non ho ancora capito abbastanza di lei per scegliere un atteggiamento, e quindi non faccio che attendere una sua mossa rivelatrice. Andiamo in un bar cinese con musica caotica, proviamo a parlare ma non ci si sente. Finito un Bacardi Breezer, le propongo di portarmi altrove, ovunque la musica non sia così forte. Finiamo allo Shamrock, un bar frequentato dagli occidentali di Chengdu. Il posto è decisamente migliore. Accenna a sedersi, ma la fermo: “Andiamo fuori, si parla meglio”. Fuori non c’è nessuno, e rimaniamo soli a chiacchierare. Lei mi guarda stranita e si chiede perché io abbia deciso di sedere qui, e rimane sulla difensiva. Io decido di attaccare, e senza più distrazioni la metto a suo agio, le offro da bere, la faccio parlare di sé. Il discorso finalmente fila liscio, complici alcol e stanchezza.

E poi c’è un momento, in cui lei parla e io le guardo gli occhi, due occhi piccoli e a mandorla, nerissimi e seminascosti sotto una frangia di capelli castani, in cui capisco che mi piace. Lo capisco perché non la sto ascoltando, le sto semplicemente guardando gli occhi, come li muove, come sbatte le palpebre e lascia vagare lo sguardo attorno.

Quando si fa tardi ci salutiamo, dandoci appuntamento al giorno successivo, per andare a visitare le attrazioni turistiche di Chengdu. Mi addormento pensieroso, incapace di capire questa strana ragazza, e sono così stupito che non ricordo che ho già incontrato una persona che mi ha fatto lo stesso effetto. Succedeva 11 anni prima, e la persona in questione era colei che in questo blog ho chiamato Laksmi.


Il giorno seguente è come se avessimo metabolizzato entrambi lo shock dell’incontro. E’ una splendida giornata di sole, e Dandan mi porta a visitare il tempio di Wenshu, un monastero buddhista antichissimo, circondato da un parco enorme con tutte le varietà di bambù presenti in Sichuan. Due cose mi stupiscono, nella nostra lunghissima conversazione. La prima è che, contrariamente all’abitudine cinese di vantare in modo spudorato le attrazioni nazionali, mi dice che il Panda è un animale sporco, ispido e abbastanza inutile. Il Panda è il simbolo di Chengdu, dove è situato il centro internazionale per la riproduzione della suddetta bestiaccia. Tutti i chengdunesi ci sono stati a osservare il Panda da vicino, lo hanno anche accarezzato e osservato nella sue abitudini, che poi si riducono a nulla più mangiare bambù di giorno e dormire di notte. La seconda cosa che mi stupisce è che conosce la Storia dei posti in cui mi porta, e anzi mi racconta un paio di aneddoti sugli imperatori che non conoscevo. Ora, sebbene qualunque cinese incontrerete si vanterà che la sua civiltà ha 5000 anni di Storia, sarà molto difficile conoscere qualcuno che abbia una minima idea di cosa è successo in questo lasso di tempo. Dandan invece lo sa, ed è particolarmente ferrata su tutto ciò che riguarda la meravigliosa Storia del Sichuan, che poi è la provincia con la Storia più ricca, i personaggi più gloriosi ecc ecc. E’ così che mi rendo conto di avere di fronte una ragazza di un certo spessore: sarà che è sichuanese, sarà che ha studiato in Inghilterra, di fatto in molte cose sfugge all’omologazione culturale del suo Paese.

Ci fermiamo davanti a un baracchino per turisti, una specie di tiro al bersaglio con balestre di legno. Sulla parete è raffigurato sull’attenti un occidentale vestito da ussaro che, con un fumetto in cinese e rudimentale inglese, asserisce di aver inventato le armi automatiche. Alle sue spalle Zhuge Liang (诸葛亮), per i profani un cinese vestito da mandarino che agita in posa plastica un ventaglio di piume, si beffa di lui nelle stesse lingue, vantandosi di aver inventato le armi automatiche con duemila anni di anticipo sullo sciocco laowai. Esageratamente cinese.

Le armi automatiche in questione sono per l’appunto delle rozze balestre dotate di un meccanismo che permette di ricaricare i quadrelli contenuti al loro interno. Diversi cinesi provano a centrare bersagli di paglia da tre metri di distanza, riempiendo di buchi la parete che sta dietro. Il gestore mi indica con aria di sfida, invitandomi a provare. Impugno l’arma automatica e pianto tutti e sette i quadrelli nel bersaglio, uno dietro l’altro. Il gestore pare offeso, e con riluttanza mi consegna il premio, una medaglietta in finto oro raffigurante la dea buddhista Guanyin. Cina-Italia, 0-1.

Dandan mi fa i complimenti, entusiasta, e mi racconta di come suo padre, quando militava nell’esercito, sia stato campione regionale di tiro al bersaglio. La regione, per inteso, è il Sichuan, ai tempi più o meno 60 milioni di abitanti. Cina-Italia 2-1. Chiudiamo al competizione qui, che mi sa che è meglio. D’un tratto, essendo al corrente dell’abilità del padre, mi trovo molto più cauto nel trattare con la mia guida turistica.

Il pomeriggio vola, e con la scusa di provare le prelibatezze locali la invito a cena. Anche qui Dandan dimostra un’ottima conoscenza della propria cultura. Il cibo è ottimo e i sapori incredibilmente complessi. Ci congediamo sul tardi e io torno in hotel, dove incontrerò i miei colleghi cinesi arrivati da Chongqing in corriera. Mentre sto in taxi, penso alla giornata che è passata, e spero di vedere ancora Dandan prima di partire. In effetti, ho già intenzione di invitarla a cena in un ristorante italiano il giorno successivo. In hotel, i miei colleghi sono già andati a letto, e io li imito ben presto, sfiancato dalla giornata.


E’ la mattina successiva che li incontro nella hall, con la valigia in mano.

“Fate già check out?” chiedo stupito.

“Naturalmente!” è la tipicissima risposta che ricevo “Domani mattina visitiamo clienti a Xi’an. Non fai check out anche tu? Dovresti partire stasera! Ho già avvertito che lasci la camera e stavo per prenotarti quella nuova”

Panico. Pensieri veloci e turbolenti. Risoluzione stranamente rapida e decisa.

“Prenderò il primo volo domani mattina, tanto voi in treno prima delle 10 non arrivate.”

Chiedo alla receptionist di estendere la mia camera per una notte, e con una punta di strafottenza, che con i cinesi funziona sempre se si vogliono evitare discussioni sfinenti, chiudo l’argomento,

Lo stesso giorno, alle sei di pomeriggio, i miei colleghi salgono in treno e, finalmente solo, invio un SMS.

“Mi fermo una notte in più. Ti va di venire a cena con me, stasera?”

La risposta è inaspettatamente rapida: “Certo, molto volentieri”

La cena è piacevole e romantica. Facciamo una lunga passeggiata fino al mio albergo, che non è molto distante da casa di lei, e la invito un attimo in camera, perché mi sono rimasti dei prodotti che non porterei a Xi’an, e voglio lasciarli a lei. Accetta la busta e, sulla porta, ci congediamo.

La bacio sulle guance con dolcezza calcolata, poi per un secondo ci troviamo a fissarci negli occhi, sull’orlo di un precipizio. Non sappiamo se ci vedremo ancora, e se ci vedremo non sarà certo prima di molti lunghi mesi. So che Dandan non è il tipo di ragazza da one-night stand. Se la baciassi probabilmente non si tirerebbe indietro, ma a che servirebbe, se non far la figura del playboy o al limite farla soffrire dopo la mia partenza? Gli stessi pensieri ci passano nella mente per la lunghezza di un sospiro trattenuto. Poi lei fa un passo indietro, visibilmente imbarazzata.

“Allora, arrivederci”

“Arrivederci” sorrido.

La vedo andarsene, e chiudo la porta. Forse è meglio che sia andata così. Anzi, è sicuramente meglio. Eppure, qualcosa dentro me mi dice che dovrei inseguirla e baciarla prima di perderla per sempre. Mi lascio cadere sul letto, in preda a emozioni che non provavo da molto tempo, e non so che in quel momento lei, salendo sull’ascensore e schiacciando il tasto del piano terra, prova le stesse cose.

2007-01-14

I sichuanesi

Urge una parentesi socio-culturale per capire con chi ho a che fare. Essere sichuanesi non è semplicemente come essere cinesi. Così come essere napoletani non è lo stesso che essere generici italiani, o essere texani non è lo stesso che essere americani.

I sichuanesi sono diversi, anche fisicamente. In Cina del Nord la gente è alta e con i tratti forti. In Cina dell’Est sono esili come fuscelli. In Cina del Sud sono bassi, tarchiati e scuri. I sichuanesi sono bassi, con i tratti dolci e la pelle chiara. La pelle dei sichuanesi, soprattutto quella delle sichuanesi, è famosa, e in proposito ognuno ha una teoria: c’è chi dice che l’umidità e la nebbia la proteggano dal sole rendendola soffice e bianca; cìè chi dice che sia il loro cibo piccantissimo che fa sudare e purifica i pori; c’è chi dice che siano una razza a parte. Tutti concordano sul fatto che le ragazze del Sichuan siano le più belle della Cina.

Quello che i cinesi non dicono, ma che salta immediatamente agli occhi, è che in Sichuan le donne hanno le tette. Non sottovalutate la cosa: in Asia è una fortuna oltremodo rara. I cinesi dicono feijichang (飞机场), “aeroporto”; noi diciamo “tavola da stiro”; entrambi sono efficaci nel descrivere la media delle donne asiatiche. Il Sichuan sfugge a questa legge, e di tanto in tanto anche alla legge di graività. Ma passiamo alle differenze culturali, che sono ancora più profonde.

I sichuanesi sono orgogliosi. Non arroganti come gli shanghainesi, e nemmeno sciovinisti come i pechinesi. Non è un’orgoglio da cittadini verso i contadini, è un’orgoglio regionale che nasce da una tradizione storica antica quanto la Cina, e che si trasmette con un genuino e spudorato entusiasmo verso tutto quello che viene dal Sichuan.

Parlate di Deng Xiaoping, vi diranno con orgoglio che era sichuanese. Parlate di un qualunque argomento storico: vi citeranno la lista di tutte le persone importanti che venivano dal Sichuan. Parlate di cibo: vi diranno che il migliore è quello sichuanese, così meravigliosamente piccante. Di turismo: le più famose bellezze della Cina sono tutte in Sichuan, mai sentito parlare del Panda, del Monte Emei, del Tibet (un terzo dell’altopiano tibetano è parte del Sichuan, mentre il resto è diviso tra le province di Qinghai e Xizang)?

Non solo: parlando con i sichuanesi, sarete sorpresi nello scoprire solo ora che il Sichuan è la provincia con la storia più antica e gloriosa della Cina, che i sichuanesi sono la gente più ospitale e simpatica, oltre che in media più furba e di bell’aspetto. Praticamente tutti i grandi poeti, i maestri di kung fu, gli uomini politici importanti, gli eroi e gli immortali delle leggende sono tutti venuti dal Sichuan. La lingua sichuanese è la più dolce ed elegante della Cina, e forse anche del Mondo intero.

Il guaio è che mentre ve lo dicono, ci credono davvero, e qualunque cosa diciate non varrà a far cambiare loro idea.

“E’ la prima volta che sento una simile affermazione, anzi tutte le persone con cui ho parlato prima mi hanno detto il contrario” – “Impossibile, avrai capito male tu, oppure i tuoi interlocutori erano in mala fede”

“Questo libro di storia non dice così” – “Ci sarà un’errore di stampa”

“La mia guida turistica dice un’altra cosa” – “Sarà stata scritta da uno che non è mai stato in Sichuan, guarda, non è nemmeno cinese!”

Discuterci è una battaglia persa in partenza.

E’ tuttavia un fatto che una parte delle qualità decantate dai sichuanesi sulla loro patria sia vera. Il Sichuan ha una storia antica e gloriosa, è stata patria di importantissimi letterati e personaggi storici, ha una cucina famosa e apprezzata in tutta la Cina e vanta a ragione numerose attrazioni che lo rendono meta di molti viaggiatori. La stessa lingua sichuanese, che è dotata di un tono in più del cinese mandarino e risulta incomprensibile a chiunque non sia nato qui, è una lingua famosa nella produzione letteraria nazionale.

Quel che i sichuanesi tacciono, o negano anche di fronte alla morte, sono i difetti della loro patria, ovvero che il Sichuan è una delle città più mafiose della Cina, un luogo dove le guanxi decidono tutto e il soldi è ancora un mezzo per farsi belli e non un fine a sé stesso. Che verso chi è straniero, e anche con chi non è sichuanese, i locali sanno essere incredibilmente falsi e infidi, persino paragonati agli altri cinesi. Infine, che uno dei motivi per cui Chengdu è una delle prime città cinesi come qualità della vita è che i suoi abitanti sono i più pigri della Cina: a qualunque ora li vedrete seduti in riva al fiume a prendere il tè, in eleganti sale in stile tradizionale come su tavolini da campeggio. La pausa del tè è una tradizione cui viene tributato un rispetto quasi religioso, e può essere invocata in qualunque momento (eccetto che a pranzo e a cena) e per un numero infinito di volte al giorno.

Un mio cliente, che viene dallo Henan e ammette che, pur essendo cinese, ha grossi problemi a fare affari con i sichuanesi dato che tutto funziona a guanxi, descrive in modo efficace la regione in cui ci troviamo:

“I went to Shanghai, and I saw skyscrapers and world-leading companies, and lots of people with lots of money,. I went to Beijing, and I saw the history of a capital and the palaces of the Government and the Party, and there too lots of people with lots of money. Now I am in Chengdu, and I only see temples, trees and tea-houses… and still lots of people with lots of money. But I really don’t understand where the money comes from”

Questo è lo stile di vita sichuanese. Stare seduti a un tavolo a bere tè, coltivare buone amicizie, avere pasti abbondanti e regolari, fare attività fisica, dedicarsi alle arti magari. Lavorare sì, quel tanto che basta a mantenersi: il Sichuan è una regione fertile e ricca, da secoli i suoi abitanti hanno semplicemente colto i frutti della terra. In tutta la sua Storia, il Sichuan non è mai stato capitale, e non mi chiedo neanche il perché. Troppa fatica la responsabilità del potere.

Arrivando in questa terra mi rendo conto di essere arrivato nel cuore della cultura cinese, in un luogo dove l’influenza straniera non è arrivata mai. Pechino è stata conquistata da Mongoli e Manciù, il Nordest sente la vicinanza di Russia, Corea e Giappone, il Nordovest è musulmano e la Via della Seta l’ha riempito di tradizione centro-asiatiche, Shanghai e la costa sono stati terra di colonizzazione occidentale. Qui no, nel centro della Cina non ci sono state influenze esterne.

Tutte le persone che ho attorno sono genuinamente cinesi come non li ho mai incontrati, e anche la ragazza che ho davanti, nonostante abbia studiato in Inghilterra, è cresciuta in questa cultura.

2007-01-13

Viaggio in Occidente

E’ la metà di maggio quando mi preparo a compiere uno dei grandi viaggi di perlustrazione del mercato per la mia azienda, e questa volta la meta è la Cina Occidentale, quell’enorme estensione di Asia che è stato oggetto della mia tesi di laurea. Francamente non avevo mai pensato che ci sarei andato, e invece ora eccomi qui, in partenza con un trolley strapieno di completi eleganti per un periodo di due settimane che mi porterà a Wuhan, quindi a Chongqing, Chengdu e Xi’an. C’è un misto di paura e curiosità che mi attanaglia, o forse è semplicemente preveggenza dell’incontro che sto per fare, che cambierà la mia vita.

E’ un venerdì pomeriggio, e sono nel ristorante dell’Harbour Plaza di Chongqing, davanti a me lo chef francese, un tizio che a tempo perso si occupa di fare la spia per l’autorità europea dei marchi denunciando i falsari. Sì, perché qui in Sichuan falsificano tutto, se possono. Tipo che a confronto i Pechinesi sono i difensori mondiali del copyright. Lo chef è eccezionalmente arrogante, sarà che è francese, sarà che è chef, sarà che di cognome fa Dieu che non spinge ad essere umili. Mi chiede che penso di fare per il fine settimana, gli rispondo che pensavo di stare qui a Chongqing, magari provare la vita notturna, vista la quantità impossibile di bellezze che si incrociano per strada. La sua risposta è categorica, un po’ come tutte le sue sentenze:

“Ho vissuto tanti anni a Chengdu: mia moglie è di Chengdu. Vai lì: la città è bella, il clima è migliore, il cibo è più saporito e le ragazze sono più dolci e belle”.

Accetto con umiltà il consiglio di un veterano, e il giorno dopo salgo la scaletta di un piccolo velivolo che, di lì a un’ora, mi porterà nella capitale del Sichuan. Dal taxi la città sembra senz’altro carina: verde, relativamente pulita e senza grossi grattacieli; qua e là spunta qualche tempio o pagoda. E’ quasi il tramonto quando arrivo in albergo, e solo allora mi ricordo di una cosa fondamentale. Tingting.

Tingting, la mia amica di Shanghai che viene da Chengdu. Le telefono: “Ciao Tingting, sono a Chengdu! Non è che conosci qualcuno che mi possa portare in giro a vedere qualcosa? Che so: ristoranti, bar, templi… va bene qualunque cosa, ho la domenica libera”.

Tingting si prende una mezz’oretta per organizzarsi e poi mi richiama, passandomi un numero di telefono, quello di una sua cara amica, compagna di liceo, e un nome. Chiamo il numero, voce di donna che parla un buon inglese:

“I am sorry, I hadn’t time to prepare, I have a dinner with some colleagues tonight. But we may meet later, so I can show you a around a little bit”.

“Non sono fortunato” penso. Ceno solo al ristorante dell’Holiday Inn, e poi mi siedo in attesa su una delle poltrone della hall. Davanti a me passa una serie di strani personaggi in abiti di dubbio gusto, invitati a un’esclusivissima festa organizzata da Vogue China. “Non sono fortunato” penso ancora, quando quindici minuti dopo l’appuntamento il mio contatto non si è ancora presentato, e io comincio a sbadigliare.

E poi, entra una ragazza. Arriva al centro della hall, si guarda attorno, estrae un cellulare. E il mio squilla.

E’ così che faccio la conoscenza di Dandan.

2007-01-06

Fiaba Moderna Pechinese

Irene viene da Perugia, come tradisce la sua inconfondibile calata. Da quando è venuta a Pechino, un anno prima, ha cambiato quattro appartamenti, ai quattro angoli di Pechino. L’ultimo si trova nei pressi di Dongzhimen, vicino alla stazione dei pullman che vanno verso Shunyi, perché è lì che finalmente ha trovato lavoro, un lavoro da manager di un’enoteca, il Palette Vino.

Il locale sta al Pinnacle Plaza, il centro della Zona di Sviluppo di Tianzhu dove negli ultimi anni stanno crescendo compounds su compounds di ville all’americana, con due piani, terrazzo, taverna, giardino per il barbecue e chi più ne ha più ne metta. Entro i muri del compound sembra di stare in America – prati tagliati perfettamente, gente sorridente, guardie ovunque. Fuori, la campagna Pechinese buia e polverosa.

A Tianzhu ci sono famiglie con i soldi, ed ecco spuntare supermercati, ristoranti, bar. Irene ne gestisce uno, uno dei più carini a dir la verità. E’ veramente rilassante passarci un pomeriggio a godersi il sole nel patio, o una sera con un bel calice di vino rosso italiano in mano.

Irene è una delle persone che mi sono rimaste più vicine a Pechino, e nonostante sia superimpegnata, lavorando la sera, la sento tutte le volte che sono in città. Una di queste volte, per l’appunto, mi invita al locale per un wine tasting. Ci vado direttamente dal lavoro, ancora in giacca a cravatta.

Mi accoglie Irene tutta elegante e mi presenta i suoi colleghi – il titolare, John, e il giovane Stephan. John è un tipo peculiare – testa completamente rasata, vestiti eleganti, modi sofisticati, ottimo inglese, e occhi sottili sottili da satiro; con il suo naso quasi a punta e il sorriso largo fa venire in mente i dipinti delle orge di Bacco, e il fatto che abbia un’azienda di distribuzione di vini non fa che rafforzare l’immagine. Non pare nemmeno cinese, né dai modi né dai tratti, ma quest’ultima cosa si spiega col fatto che suo nonno era tibetano. Stephan è rosso, tarchiato e con gli occhialini tondi, marcatissimo accento tedesco: la sua famiglia ha una cantina da qualche secolo, lui promuove il suo vino in Cina e collabora con John. Con tono puntuale e preciso illustra le proprietà di una serie di Merlot a una piccola folla di curiosi, che include me, Irene e altri due suoi amici, una ragazza tedesca dai capelli rossissimi e Jason. Jason è un altro personaggio, un cinese del Tenessee. Il che vuol dire pelle gialla, occhi a mandorla e fisico da quarterback. Cosa può fare uno come lui? Semplice: il manager del Top Bar in Sanlitun e l’organizzatore delle feste più malate in città. Si vanta di stare lavorando a uno schiuma party nel suo locale, e a una festa di Sanlitun, che coinvolga TUTTI i bar e si svolga in strada. “Sarebbe fantastico” dice, scuotendo la testa “ma il governo non ci darà mai l’autorizzazione”. Me la immagino Sanlitun all’alba, un campo di battaglia coperto da bicchieri rotti, cicche di sigarette, inglesi ubriachi e papponi che ancora cercano clienti.

Al termine del wine tasting, perlatro molto interessante, noi quattro ci si sposta nel patio, sui comodi divani attorno al tavolino di legno, per ammazzare ciò che rimane delle bottiglie non finite. Quando salta fuori l’argomento taxi, allora Jason tira fuori il meglio di sé, perché la sua vera vocazione è quella del cantastorie:

“Una sera ero ad un party” racconta “ed avevo bevuto un sacco. Così vado al cesso, e mi accorgo nel corridoio cè una porta aperta che dà sul cortile sul retro. Nel cortile c’è un taxi. Luci accese, motore acceso, nessuno a bordo. Incuriosito, mi avvicino, e mi accorgo che le chiavi sono ancora dentro. Così, dopo essermi guardato attorno, mi siedo al posto di guida, chiudo la portiera, ingrano la prima e parto”

E’ qui che si riconosce la stoffa dell’eroe, nel coraggio di esaudire il sogno di ognuno di noi, ovvero stare dall’altra parte dello sgabbiozzo della Xiali, mangiarsi le parole, ringhiare, sputare, grattar la marcia, insultare gli altri autisti, lamentarsi un po’ di tutto e chiamare tutto ciò lavoro. Chi non pagherebbe un mese di stipendio di un tassista per poterlo fare almeno un’ora?

“Dove vado adesso? Non lo so, imbocco il Secondo Anello Nord, e lo percorro. Le luci di Pechino mi passano a destra e sinistra. Ascolto il rombo del motore. Ci sono poche macchine attorno a me, la strada è mia.

“Dopo un po’ però mi stufo di guidare lungo il Secondo Anello. Cosa posso fare? Ho un taxi… e laggiù vedo una ragazza a bordo strada che agita la mano. Accosto, la faccio salire.

“‘Qu naaar?’”

Ed è anche da questo che l’eroe viene fuori. Non gli basta essere alla guida di un taxi, vuole andare oltre e caricar passeggeri. E siccome ha la faccia cinese, riesce credibile, il bastardo.

“Per fortuna avevo una vaga idea del posto in cui lei voleva andare. Tiro giù il fanalino del tassametro e parto. Raggiungo il luogo dopo qualche minuto. La ragazza scende, mi allunga i soldi della corsa. Tiro su il fanale del tassametro e metto i soldi in tasca, con soddisfazione. Li ho conservati, quei soldi, ce li ho ancora.

“Comincia ad essere tardi, e ho voglia di tornare alla festa. Così inverto a U, torno al locale, e sulla strada vedo un tizio terrorizzato che tenta di fermare tutte le macchine che passano. Dev’essere il tassista. Facendo finta di nulla, mi immetto nel viale del palazzo ed arrivo al cortile sul retro. Scendo dalla macchina, lascio le chiavi dentro e il motore acceso. E torno alla festa”

Non lo so se questa storia è vera, ma anche se non lo è, è troppo bella per non essere raccontata. E’ una fiaba moderna, un sogno che diventa realtà.

Con diversi bicchieri di Merlot in corpo e la cravatta slacciata, saluto tutti e mi dirigo verso il mio hotel. Il taxi corre lungo la Jingshun Lu, le luci dei lampioni che corrono veloci su di noi. Chiudo gli occhi, e cullato dal vino sogno anch’io di essere al volante di una Xiali, e correre lungo il Secondo Anello Nord.