Dicesi sinologo, o sinologa, colui o colei che all’università ha studiato lingua e letteratura cinese, un tempo facoltà esclusivamente veneziane e napoletane, ora presenti anche a Torino, Bologna, Roma e altre città. Le sinologhe sono molte; al contrario i sinologi sono una razza rara. Il motivo ancora mi sfugge, ma credo sia legato alla disinformazione universitaria. Se fossi stato più informato, invece di fare la Bocconi avrei fatto la Ca’ Foscari.
Il sinologo studia in aule per lo più frequentate da donne, in città di un certo spessore artistico e culturale. Non passa la vita sui libri come fanno i frequentatori di altre facoltà. Poi, se è serio in quel che fa, deve trascorrere un periodo in Cina per acquisire la fluenza nella lingua parlata. Le possibilità sono tante: Chengdu, capitale culturale del Sichuan, dove si fa sempre festa; Kunming, la città della primavera, dove l’attività più comune è quella di fumar canne e far la spola dai bar ai ristoranti e viceversa, il tutto a prezzi che sono un decimo dell’Italia; o lo Yuyan Xueyuan, l’istituto di lingue straniere di Pechino, dove alcune decine di giovani stranieri, lontani anni luce da famiglia e tradizione, vengono alloggiati in un pensionato che ben presto diventa il set di un’orgia interrazziale a base di peace and love. Qualche sfortunato può finire a Xi’an o Shenyang, ma sono una minoranza.
Il rovescio della medaglia per il sinologo emerge dopo la laurea, quando si trova davanti un mondo del lavoro che gli dice “A parte parlare cinese sai fare qualcos’altro?”. La risposta è tipicamente “No”. Qualcuno si butta e diventa imprenditore, magari anche di successo, ma la maggior parte passa da un lavoro sottopagato all’altro, sopravvivendo grazie ai trucchi imparati quando di era studenti in un Paese povero. Peccato, perché la capacità di parlar cinese è sottovalutata dalle aziende, e spesso un superlaureato con Master a Londra o Parigi arriva in Cina e, digiuno di lingua locale, entra quasi subito in uno shock culturale catatonico che lo incapacita e lo impigrisce. In alternativa, di fronte a un ambiente che non lo capisce e non lo gratifica cerca realizzazione nel lavoro, e dopo qualche mese passato a lavorare sedici ore sette giorni su sette entra in esaurimento nervoso e torna in patria.
Nel mio primo passaggio a Pechino di sinologi ne conosco tanti, dalla vecchia guardia, i pionieri, come Alberto che ha un'azienda tutta sua che porta avanti da più di dieci anni, agli studenti, come i due che incontro una mattina a colazione al Poachers, reduci da sei mesi a Kunming, e si lamentano del costo delle sigarette (50 centesimi di euro al pacchetto contro i 30 di Kunming), e già pensano al ritorno in patria con terrore. Manca tempra alle nuove generazioni, o forse è che il cinese non è più una lingua così elitaria per gli stranieri. Davide, che ha fondato un’associazione che promuove i contatti culturali tra Italia e Cina, mi dice che ai suoi tempi essere laureati era un prestigio concesso a pochi, sicché il sinologo era visto come un intellettuale di un certo spessore. Alberto l’Oriente l’ha vissuto da avventuriero: vent’anni fa si è pagato due viaggi in India rivendendo alle bancarelle le statuine di Ganesh e altri oggetti d’artigianato locale, poi in Cina ha aperto la sua attività spedendo dirigenti d’azienda e quadri di partito in Italia, mescolando a giuste dosi il fascino e il savoir faire con lo spirito pratico, creando un servizio che solo un italiano potrebbe offrire; da bravo napoletano, quando la polizia lo ferma nel suo Cherokee e lo trova senza patente, ancora oggi finge di non parlare cinese e quelli lo lasciano andare.
Le nuove generazioni applicano l’arte del sopravvivere, tra uno stage non pagato e un lavoro a tempo pieno da 600 euro al mese; chi fa l’interprete, chi il traduttore, chi vorrebbe improvvisarsi giornalista ma non ha le referenze per farlo seriamente. Tanti mollano dopo un paio d’anni e tornano a casa da mamma e papà. Oggi il laureato in cinese è una persona che per la società ha rifiutato ingegneria, economia e legge per pigrizia, è un laureato in lettere buono a nulla. E’ forse una vittima di una cultura miope e conservatrice. Eppure rimane qualcuno che, con le maniche tirate su e la voglia di rischiare, è ancora capace di fare quelle cose che tanti ingegneri ed economisti non riescono nemmeno a pensare.













